Coda: la sinodalità e i “sogni” dei vescovi

di: Tamara Pastorelli (a cura)

vescovi

È al termine dell’incontro per vescovi «Nuova tappa dell’evangelizzazione e sinodalità: il rinnovamento ecclesiale alla luce della Evangelii gaudium» che si è tenuto a Loppiano (FI), dal 18 al 20 febbraio, che abbiamo incontrato il teologo Coda, preside dell’Istituto universitario Sophia, co-promotore, nel suo Centro Evangelii Gaudium, con il Movimento dei Focolari in Italia, del convegno.

         – Prof. Coda, ci sembra che durante questi giorni trascorsi insieme ai vescovi a Loppiano, nella cittadella internazionale del Movimento dei Focolari, siate passati da un parlare della “sinodalità” ad un pensare e ad un agire sinodalmente. A suo parere, quali prospettive apre questo convegno?

La sinodalità è un grande tema, un grande messaggio di Papa Francesco alla chiesa di oggi, non si tratta di spiegare la sinodalità con altre parole, con altri sostantivi, si tratta di far scaturire dalla concentrazione del nostro cuore, della nostra mente, della nostra sinergia, nuovi verbi che mettano in moto delle azioni, mettano in moto dei pensieri degli atteggiamenti, vengano a costituire uno stile. Mi sembra che questo sia quello che abbiamo vissuto durante questi giorni e che questo sia stato apprezzato dai vescovi.

         – Può entrare un po’ più nel dettaglio?

Abbiamo fatto un’esperienza di sinodalità “informale”, durante la quale i vescovi si sono sentiti liberi di mettere in comune le loro ansie, le loro istanze, le loro speranze, anche i loro sogni. Ecco, “sogni” è una parola che è ritornata spesso nelle impressioni finali dei partecipanti. Fare un’esperienza insieme di sinodalità per introdurre i cammini delle diverse chiese in questa dimensione. Un altro verbo che è risuonato molto in questi giorni è quello di entrare nella dinamica della sinodalità, sinodalità come mistagogia dell’essere Chiesa, come un esercizio dell’essere Chiesa.

         – Che valore può avere questo evento per la Chiesa italiana, oggi?

Nel 2015, Papa Francesco, a Firenze, ha lanciato quello che qualcuno ha definito una “enciclica”, una lettera enciclica proposta alla Chiesa in Italia. Qualcuno ha anche detto che questa lettera enciclica corre il rischio di rimanere nelle biblioteche. Ecco, questo evento ha voluto rilanciare questa enciclica nel suo messaggio performativo. Quindi, nel cammino della Chiesa in Italia, significa prendere sul serio quello che papa Francesco ha detto, continuare a lavorare su quelli che il cardinale Petrocchi ha chiamato i “cantieri” di sinodalità già in atto nelle nostre chiese e in diverse forme. È stata una meraviglia scoprirli, nella comunione dei vescovi. Dalla condivisione dei loro progetti è poi emersa questa prospettiva: condividere e implementare i cantieri di sinodalità, e farli confluire in un cammino comune in cui ci si possa sostenere e promuovere gli uni con gli altri.

         – Lei ha accennato alla dimensione del sogno: cosa sognano i vescovi?

Sulle soglie di questo nuovo decennio pastorale, sognano una chiesa italiana, come hanno detto i vescovi, capace di affrontare le grandi sfide che il nostro tempo pone al cammino dei discepoli di Gesù. Grandi sfide che sono all’interno della Chiesa, nel modo di concepire e configurare la dinamica di vita della Chiesa, con il calo delle vocazioni sacerdotali con la necessità di avere delle dinamiche differenti, di far confluire tutte le vocazioni del popolo di Dio, nelle loro diversità, dentro un progetto comune. E poi, le sfide che vengono da una società come la nostra, italiana, che si trova a dover affrontare il mare aperto di un mondo sempre più globalizzato, cercando di avere un pensiero all’altezza e una pratica conseguente di fronte ai fenomeni globali del nostro tempo. Dai fenomeni di immigrazione alla gestione delle nuove frontiere della biogenetica, della tecnocrazia dell’economia, etc. Insomma, un grande impegno, un grande cantiere che interpella la Chiesa in Italia ma con serenità, con leggerezza. Anche questo è stato uno dei toni di questo convegno.

Al Convegno di Loppiano hanno partecipato una quarantina di vescovi provenienti dalle diverse diocesi italiane, per un’esperienza che il cardinale Petrocchi non ha esitato a definire “di famiglia”.

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