Fragilità fra misericordia e giustizia

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matrimonio

A Betlemme, viene alla luce Gesù, il Messia atteso dai popoli e nostro liberatore. Nella solenne liturgia della notte santa, che accompagna il cammino del cristiano, noi, infatti, ci confrontiamo con la vera e grande notizia più importante di tutti i tempi e per tutta l’umanità.

Gesù Cristo, Figlio di Dio, si incarna nel grembo verginale di Maria per sanare le nostre fragilità, per portare a noi la salvezza, la misericordia, il perdono di Dio, e un esempio di famiglia – quella di Nazareth – che «rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia. Su questo fondamento, ogni famiglia, pur nella sua debolezza, può diventare una luce nel buio del mondo». «Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia» (Amoris laetitia 69 [=AL]).

Nazareth ci ricorda cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile. Davanti all’icona della famiglia di Nazareth si presenta l’icona di ogni famiglia, con la sua quotidianità fatta di fatiche, incertezze per il futuro e fragilità da superare ancorandoci al volto misericordioso di Gesù, che ci insegna a vivere e a trasmettere il Vangelo della famiglia con amore, tenerezza e capacità di accoglienza e discernimento.

Vissuti umani

Non esiste fragilità o debolezza o miseria umana che annulli o arresti la misericordia divina, ma, anzi, «una volta che si è rivestiti della misericordia, anche se permane la condizione di debolezza per il peccato, essa è sovrastata dall’amore che permette di guardare oltre e vivere diversamente» (papa Francesco, Misericordia et misera, 1).

Pertanto, nessuno, proprio nessuno, è escluso dalla misericordia di Dio! Anche a coloro che per svariati motivi si trovano a permanere in uno stato non confacente all’ideale evangelico le braccia del Padre misericordioso sono sempre aperte. In tal senso, anche «ai divorziati che vivono una nuova unione, è importante far sentire che sono parte della Chiesa, che “non sono scomunicati” e non sono trattati come tali, perché formano sempre la comunione ecclesiale» (AL 243).

Attenzione! Qui non si sta affatto mettendo in discussione la dottrina cristiana sul dono dell’indissolubilità al sacramento del matrimonio. La Chiesa è ben consapevole che «ogni rottura del vincolo matrimoniale è contro la volontà di Dio» (AL 291), perché l’indissolubilità matrimoniale è «frutto, segno ed esigenza dell’amore assolutamente fedele che Dio ha per l’uomo e che il Signore Gesù vive verso la sua Chiesa» (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 20).

Da qui sorge l’appello che papa Francesco rivolge a tutta la comunità ecclesiale affinché «la pastorale prematrimoniale e la pastorale matrimoniale devono essere prima di tutto una pastorale del vincolo, dove si apportino elementi che aiutino sia a maturare l’amore sia a superare i momenti duri. Questi apporti non sono unicamente convinzioni dottrinali, e nemmeno possono ridursi alle preziose risorse spirituali che sempre offre la Chiesa, ma devono essere anche percorsi pratici, consigli ben incarnati, strategie prese dall’esperienza, orientamenti psicologici» (AL 211).

Da queste parole si intuisce come il pontefice suggerisca alla Chiesa di realizzare una trasformazione missionaria fondata su un rinnovato annuncio del Kerygma all’uomo e alla donna di oggi, inseriti in una cultura definita postmoderna, e alla famiglia «incalzata da una pressione di conformità e, rispettivamente, da una cultura di disgregazione, che ne indebolisce fortemente la matrice comunitaria e la mediazione educativa nei confronti dell’umanità condivisa e dei suoi valori fondanti».[1]

Dunque, siamo tutti invitati – presbiteri e operatori pastorali – a compiere una vera e propria conversione pastorale per essere autentici artigiani nell’arte dell’accompagnare, del discernere e integrare in un contesto culturale segnato dall’effimero e dal provvisorio.[2]

È necessario accostarsi a tutte le situazioni di sofferenza coniugale o familiare “in punta di piedi”: con una grande disponibilità ad ascoltare, con il desiderio di capire e con il desiderio di essere solidali.

Ogni situazione non va presa genericamente come “un caso” ma va letta come “la storia di una persona”.

Un’esperienza concreta di accompagnamento, discernimento e integrazione

Per rendere fattiva e concreta quest’arte dell’accompagnamento, del discernimento e dell’integrazione, nella diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie dal 2016 è attivo un servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, che costituisce un servizio giuridico-pastorale previo ad un’eventuale introduzione di una causa di nullità matrimoniale.

Tale servizio di prossimità e di discernimento rientra tra le novità della riforma attuata nel contesto sinodale da papa Francesco con il m.p. Mitis Iudex Dominus Iesus, e contemplata nelle Regole procedurali agli articoli 1-5, dove viene descritto questo servizio giuridico-pastorale, che costituisce il primo passo che i vescovi sono chiamati a compiere al fine di creare e garantire nelle proprie diocesi «un servizio d’informazione, di consiglio e di mediazione, legato alla pastorale familiare, che potrà accogliere le persone in vista dell’indagine preliminare al processo matrimoniale».[3]

Pertanto, questo servizio-ponte tra la pastorale dell’accompagnamento delle situazioni difficili e l’operato dei tribunali consiste in un’attività permanente di consulenza (gratuita), di ascolto e di orientamento di carattere pastorale, morale e canonico al fine di garantire ai fedeli in difficoltà un’adeguata indagine preliminare al processo matrimoniale, raccogliendo elementi utili per l’eventuale introduzione del processo giudiziale, ordinario, brevior o documentale, da parte dei coniugi, o del loro Patrono davanti al Tribunale Ecclesiastico competente.

Nell’eventualità non ci fossero le condizione per avviare un iter giudiziario, il servizio aiuta pastoralmente i fedeli indirizzandoli verso un percorso di discernimento e di integrazione nella vita cristiana, secondo uno stile di misericordia e di reciproco perdono come richiesto dalla norma evangelica.

Dunque, questo servizio di accompagnamento, di discernimento e di integrazione messo a disposizione dalla Chiesa diocesana, in sintonia con il magistero pontificio, «cerca sempre e solo il bene delle persone ferite, cerca la verità del loro amore; non ha altro in mente che sostenere la loro giusta e desiderata felicità, la quale, prima di essere un bene personale a cui tutti umanamente aspiriamo, è un dono che Dio riserva ai suoi figli e che da Lui proviene».[4]

Il tutto è compiuto avendo ben chiaro che l’eventuale «giudizio ecclesiale mira a illuminare le coscienze e a lenire le sofferenze dei fedeli in difficoltà. […] Vale la pena precisare che la pastoralità e la misericordia, spesso invocate, non costituiscono un surrogato o un diversivo della verità e della giustizia della decisione ma il “valore aggiunto” di umanità e di comprensione che connotano e qualificano l’operato dei ministri dei tribunali ecclesiastici».[5]

Dunque, la pastoralità è un valore aggiunto della giustizia e non un surrogato o un contraltare della giustizia. In ragione di ciò, è necessario che i vescovi si adoperino affinché nelle loro circoscrizioni ci siano dei tribunali funzionanti o centri di ascolto, di mediazione, di accompagnamento e di consulenza che possano studiare con competenza, serietà e celerità i casi di possibile nullità del matrimonio.[6]

Per cui, «solo sulla base del riconoscimento della verità della propria situazione esistenziale (non sulla base di un infingimento o di prospettazioni ambigue in merito) può essere costruito [anche] un sensato cammino pastorale e spirituale»,[7] teso ad integrare ogni fedele ferito all’interno della comunità ecclesiale, ed «in certi casi» (cf. nota 351 di AL 305) – ove sia impossibile o inopportuno avviare un iter processuale – accompagnarlo verso un «preciso processo di discernimento, teso al formarsi della certezza della coscienza fino a poter accedere al sacramento, dentro un paragone ecclesiale delle cui caratteristiche tratta il cap. VIII [di AL]»[8].

Il valore della coscienza nel processo di discernimento

Nel processo di discernimento pastorale e spirituale siamo chiamati a formare le coscienze di quanti vivono situazioni di fragilità matrimoniali per aiutarli a percepire nitidamente la voce dello Spirito nella coscienza, luogo della responsabilità della persona che ascolta, si confronta e assume responsabilmente le decisioni coerenti con la dottrina e la prassi della Chiesa.

Quando il cristiano mette in moto la sua coscienza, egli guarda la sua situazione con gli occhi di Cristo. Inoltre, come aiuto alla persona perché le sue scelte non siano decisioni soggettive o semplici adattamenti alle circostanze, la Chiesa propone un percorso di accompagnamento mediante il discernimento. Quindi, il richiamo alla coscienza non significa cadere in un relativismo, soggettivismo o disimpegno, pensando di poter fare quello che meglio si ritiene in nome della propria coscienza, sapendo che, se si sbaglia, alla fine c’è la misericordia di Dio che perdona tutto. Gesù lo insegna in modo chiaro e semplice nella parabola del fariseo e del pubblicano.

La misericordia non è ingenuità o buonismo e non è strumentale al proprio interesse o benessere. Non è fare di Dio uno strumento per affermare sé stessi e i propri sogni di gloria, come il fariseo. Ma è la risposta di Dio alla persona che si sente fragile, insufficiente, peccatrice e che si rivolge a Lui per essere sostenuta nella fragilità e per uscire dal suo peccato con la sua grazia.

Dunque, il fedele divorziato non può pensare che il suo divorzio e il nuovo matrimonio vengano amnistati dalla misericordia di Dio attraverso la misericordia della Chiesa; ma deve “discernere” con e nella comunità,[9] cioè riflettere sul perché è avvenuto, come è avvenuto, quale responsabilità ha avuto nella rottura, qual è la situazione attuale con l’ex coniuge e i figli, e se il matrimonio finito non è mai incominciato.

E alla luce di queste riflessioni e aiutato da chi, nella Chiesa, è in grado di aiutarlo, può prendere con l’aiuto della grazia e della Chiesa le decisioni sul cammino da intraprendere per tornare a vivere l’amore “per sempre” anche in questa nuova situazione.

Questo modus agendi deve permeare presbiteri, operatori della pastorale e della giustizia rendendoli consapevoli di essere al servizio della verità, compiuta anche con una reale e non fittizia o pseudo misericordia, nei confronti di quanti richiedono un chiarimento sulla propria situazione matrimoniale.

Alla luce di quanto detto, si evince che la misericordia in rapporto al servizio della verità non è una dispensa dai comandamenti di Dio e dalle istruzioni della Chiesa; anzi, la misericordia concede la forza della grazia per la loro attuazione, per rialzarsi dopo la caduta.

Pertanto, come a volte succede, «presentare la misericordia di Dio contro la sua stessa legge è una contraddizione […]. Spesso, e giustamente, si dice che noi non siamo chiamati a condannare le persone; il giudizio infatti appartiene a Dio. Ma una cosa è condannare e un’altra è valutare moralmente una situazione, per distinguere ciò che è bene e ciò che è male; esaminare se essa risponde al progetto di Dio sull’amore. Questa valutazione è doverosa.

Davanti alle diverse situazioni della vita, come quella dei divorziati risposati, si può e si deve dire che non dobbiamo condannare, ma aiutare; però non possiamo limitarci a non condannare. Siamo chiamati a valutare quella situazione alla luce della fede e del progetto di Dio e del bene della famiglia, delle persone coinvolte, e soprattutto della legge di Dio e del suo disegno di amore. Altrimenti corriamo il rischio di non essere in grado di apprezzare la legge di Dio; anzi, di considerarla quasi un male, dal momento che facciamo derivare tutto il male da una legge».[10]

Costruttori di una pastorale del vincolo coraggiosa e piena d’amore

La pratica dell’accompagnamento, del discernimento e dell’integrazione ci induce a confrontarci quotidianamente con i drammi personali di relazioni fallite, spesso accompagnate dal legittimo e naturale desiderio di costruire una nuova famiglia cristiana. Chissà quante volte abbiamo udito l’espressione “non è giusto che io paghi per sempre l’errore di un momento della mia vita… Vorrei costituire una nuova famiglia”. Come risposta a questo nuovo desiderio di famiglia siamo tutti invitati:

  • a essere costruttori della gioia dell’amore col compito di intraprendere un percorso e un’avventura di Chiesa accogliente, madre e maestra, che cammina a fianco della sofferenza delle persone, senza tradire in alcun modo o rinunciare a proporre la bellezza dell’amore e della famiglia (cf. AL  58; 297; 306-308);
  • a elaborare itinerari di fede che sappiano coinvolgere maggiormente questi fedeli che vivono situazioni matrimoniali difficili o irregolari. A tal proposito è importante che «la comunità cristiana sia capace di intraprendere nei confronti di chi è ferito dagli inciampi della vita, quella che papa Francesco, commentando il brano dei due discepoli di Emmaus, chiama una sorta di “terapia della speranza”»;[11]
  • a compiere una vera e propria conversione delle strutture pastorali, al fine di avviare un nuovo processo in cui ogni comunità cristiana sia in grado di mettere in evidenza il luminoso piano di Dio sulla famiglia e aiutare i coniugi a viverlo nella gioia della loro esistenza, accompagnandoli in tante difficoltà con una pastorale intelligente, che sia in grado di intus legere, ossia di leggere, «di scendere in profondità divenendo capace di cogliere la realtà, di raggiungerla, di penetrarla, di decifrarla nella sua essenza, nel suo dinamismo e nel suo compimento»;[12] con una pastorale coraggiosa che, come dimensione essenziale di ogni pastorale autentica, sappia in determinate situazioni secolarizzate o antievangeliche chiedere con coraggio «ai coniugi e ai genitori una speciale audacia, una testimonianza forte: in una parola un’autentica profezia».[13] Infine con una pastorale piena d’amore, che è «capace d’inclusione… Non abbandona nessuno alla propria solitudine e non rifiuta nessuno come scarto, ma accoglie e abbraccia ciascuno come amico e fratello… una pastorale piena d’amore comporta la visione concreta e realistica delle situazioni di vita della singola persona e delle varie famiglie: infatti, non esistono “casi”, ma si danno “persone”, anzi si danno le singole persone nella loro individualità, unicità e irripetibilità».[14]

In estrema sintesi, deve essere chiaro che in questo servizio verso la famiglia e le sue fragilità tutti siamo chiamati ad annunciare il vangelo del matrimonio al fine di favorire “una pedagogia del vincolo (accompagnare); il desiderio di riportare a casa tutti (integrare), la ricerca della volontà di Dio (discernere), il bene possibile (decidere)”[15] e così avviare un cammino verso la pienezza dell’amore.[16]

Dunque, oggi in una società dalla cultura liquida, che dà il primato al narcisismo dell’ego, l’arte di accompagnare, di discernere, di integrare una coppia/persona separata-divorziata o risposata è un’attività del cuore che richiede una grande capacità di saper ascoltare con lo sguardo del samaritano la complessità della persona che si incontra aiutandola a leggere la propria storia e la propria vita in modo cristiano.


[1] P. Parolin, Prolusione all’inaugurazione dell’Anno Accademico 2019-2020, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, 29 novembre 2019. Il testo integrale è edito nel sito ufficiale della Santa Sede.

[2] Cf. F. Pesce, “Giovani e matrimonio. Tra cultura dell’effimero e formazione della coscienza”, in La Rivista del Clero Italiano 10 (2018), 687-704.

[3] Tribunale apostolico della Rota Romana, Sussidio applicativo del motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Città del Vaticano 2016, 13.

[4] Francesco, Discorso ai partecipanti al corso di formazione promosso dal Tribunale della Rota Romana, 30 novembre 2019. Il testo integrale è edito nel sito ufficiale della Santa Sede.

[5] M. del Pozzo, “I principi del processo di nullità matrimoniale”, in H. Franceschi – M.A. Ortiz (ids.), Ius et Matrimonium III. Temi di diritto matrimoniale e processuale canonico, Edusc, Roma 2020, 298.

[6] Cf. H. Franceschi, “Divorziati risposati e nullità matrimoniali”, in H. Franceschi – M. A. Ortiz (eds.), Ius et Matrimonium. Temi di diritto matrimoniale e processo canonico, Edusc, Roma 2015, 137-139.

[7] P. Bianchi, “Il servizio alla verità nel processo matrimoniale”, in Ius Canonicum 57 (2017), 87.

[8] G. Zannoni, “In uscita” incontro all’amore. Leggendo “Amoris laetitia”, Ed. Marietti, Genova 2017, 139.

[9] «Chiaramente il discernere implica seguire la propria coscienza con coraggio, e “questo non significa seguire il proprio io, fare quello che mi interessa, che mi conviene, che mi piace” (Angelus, 30 giugno 2013). La coscienza invece è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, di Dio; è il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere e, una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele (ivi), ma occorre “essere docili alla Parola di Dio, pronti per le sorprese del Signore che ci parla” (Twitter, 28 novembre 2013)»: A. Spadaro – L.J. Cameli, La sfida del discernimento in «Amoris laetitia», in La Civiltà Cattolica 167 (2016), 6.

[10] V. De Paolis, I divorziati risposati e i sacramenti dell’eucarestia e della penitenza, in R. Dodaro (ed.), Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa Cattolica, Ed. Cantagalli, Siena 2014, 191. Per un approfondimento si rinvia anche a: M.A. Ortiz, Misericordia e giustizia nel matrimonio. il cap. VIII di “Amoris laetitia”, in H. Franceschi – M.A. Ortiz (eds.), Ius et matrimonium III. Temi di diritto matrimoniale e processuale canonico, Edusc, Roma 2020, 525-551; E. Tupputi, “Accompagnare, discernere, integrare alla luce di Amoris laetitia. Riflessioni per un processo pastorale giusto ed evangelico”, in Consultori familiari oggi, 30 (2022), 24-42.

[11] G. Bassetti, Accompagnare, discernere e integrare: l’umana fragilità secondo l’“Amoris laetitia”, intervento all’incontro mondiale delle famiglie a Dublino, 24 agosto 2018 (pro manuscripto).

[12] D. Tettamanzi, Il vangelo della misericordi per le famiglie ferite, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2014, 22.

[13] Ibid., 25.

[14] Ibid., 25-26.

[15] Cf. G. Dianin, “Accompagnare, discernere, integrare. Dai principi di Amoris laetitia alla prassi pastorale”, in La Rivista del Clero Italiano 3 (2019), 207-213.

[16] Cf. G.B. Pichierri, In cammino verso la pienezza dell’amore. Lettera pastorale sull’“Amoris laetitia”, Ed. Rotas, Barletta 2016.

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