Francesco ai colombiani: “E adesso la pace”

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viaggio del papa in Colombia

Papa Francesco parla a fianco del crocifisso di Bojayá a Las Molocas in Villavicencio (Colombia) l’8 settembre 2017 (L’Osservatore Romano/Pool Photo via AP).

L’immagine destinata probabilmente a rimanere impressa – per il viaggio del papa in Colombia dal 6 all’11 settembre 2017 – è quella della preghiera per la pace e la riconciliazione nazionale a Villavicencio, davanti al crocifisso di Bojayá. L’immagine del Cristo senza braccia e gambe, mutilato nell’esplosione del 2002 che ha colpito la chiesa e ha ucciso decine di persone rifugiate lì in cerca di protezione. La riconciliazione deve passare per il perdono ma anche per la giustizia, ha notato con forza papa Francesco.

E nelle altre due tappe finali del viaggio, a Medellin e Cartagena, papa Francesco è ritornato sui temi del ruolo e dell’esempio della Chiesa, davanti a folle valutate a oltre un milione a Medellin e almeno cinquecentomila a Cartagena.

Riconciliazione nazionale

«Ci siamo riuniti ai piedi del crocifisso di Bojayá, che il 2 maggio 2002 assistette e patì il massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa», ha detto il papa da Villavicencio, soffermandosi sul «forte valore simbolico e spirituale» che il Cristo mutilato ha per il popolo colombiano. «Guardandolo, contempliamo non solo ciò che accadde quel giorno, ma anche tanto dolore, tanta morte, tante vite spezzate e tanto sangue versato nella Colombia degli ultimi decenni», la meditazione di Francesco: «Vedere Cristo così, mutilato e ferito, ci interpella. Non ha più braccia e il suo corpo non c’è più, ma conserva il suo volto e con esso ci guarda e ci ama. Cristo spezzato e amputato, per noi è ancora “più Cristo”, perché ci mostra ancora una volta che è venuto a soffrire per il suo popolo e con il suo popolo; e anche ad insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza».

Bene comune e giustizia

«Se la Colombia vuole una pace stabile e duratura, deve fare urgentemente un passo in questa direzione, che è quella del bene comune, dell’equità, della giustizia, del rispetto della natura umana e delle sue esigenze».

L’ultimo evento del viaggio in Colombia, la messa nell’area portuale di Cartagena, è ancora l’occasione per un nuovo appello alla riconciliazione nazionale dopo i decenni sanguinosi della guerriglia. «Solo se aiutiamo a sciogliere i nodi della violenza, districheremo la complessa matassa degli scontri»; «ci è chiesto di far il passo dell’incontro con i fratelli, avendo il coraggio di una correzione che non vuole espellere ma integrare; ci è chiesto di essere, con carità, fermi in ciò che non è negoziabile; in definitiva, l’esigenza è costruire la pace».

In questi giorni, ricorda nell’omelia, «ho sentito tante testimonianze di persone che sono andate incontro a coloro che avevano fatto loro del male. Ferite terribili che ho potuto contemplare nei loro stessi corpi; perdite irreparabili che ancora fanno piangere»: e tuttavia «queste persone sono andate, hanno fatto il primo passo su una strada diversa da quelle già percorse». Perché la Colombia da decenni sta cercando la pace e, «come insegna Gesù, non è stato sufficiente che due parti si avvicinassero, dialogassero; c’è stato bisogno che si inserissero molti altri attori in questo dialogo riparatore dei peccati». Per «la soluzione al male compiuto» serve piuttosto «l’incontro personale tra le parti». E soprattutto, per Francesco, nel cammino di pace, «l’autore principale, il soggetto storico di questo processo, è la gente e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo, un’élite».

Rinnovamento nella Chiesa

Sostieni SettimanaNews.itL’altro tema che non poteva mancare ha riguardato la Chiesa, il ruolo di sacerdoti e suore, di clero e laici. Una Chiesa profondamente inserita nel mondo deve mantenere intatta la testimonianza del Vangelo. Il papa ha legato tema ecclesiale e tema sociale parlando al clero e ai seminaristi a Medellin. A un certo punto del discorso tocca il tema dei giovani, delle loro aspirazioni. «Qui voglio fermarmi per un momento – dice – e fare una memoria dolorosa. È una parentesi. I giovani sono naturalmente inquieti. Un’inquietudine tante volte ingannata. Distrutta da sicari della droga». «Medellin mi porta questa memoria. Mi evoca tante giovani vite troncate, scartate, distrutte. Vi invito a ricordare, ad accompagnare questa processione dolorosa, a chiedere perdono per coloro che hanno distrutto le illusioni di tanti giovani». «Chiedere al Signore di convertire i loro cuori. Chiedere che finisca questa sconfitta della giovane umanità», aggiunge, in una città che è il centro cattolico della Colombia e fatica a togliersi di dosso la fama di “capitale dei narcos”. Ai narcotrafficanti «sicari della droga» chiede riscatto e redenzione.

E tuttavia il messaggio alla Chiesa stessa è anche questo molto forte. Di fronte al clero, Francesco non manca di toccare la pedofilia, descritta come «un ramo secco da tagliare», da estirpare senza esitazioni. «Ci sono situazioni, atteggiamenti e scelte che mostrano i segni dell’aridità e della morte e non possono continuare a rallentare il flusso della linfa che nutre e dà vita!». «Il veleno della menzogna, delle cose nascoste, della manipolazione e dell’abuso del popolo di Dio, dei più fragili e specialmente degli anziani e dei bambini non può trovare spazio nella nostra comunità; sono rami che hanno deciso di seccarsi e che Dio ci comanda di tagliare».

Un altro problema del clero è l’avidità, fonte di corruzione. «Le vocazioni di speciale consacrazione muoiono quando vogliono nutrirsi di onori – scandisce –, quando sono spinte dalla ricerca di una tranquillità personale e di promozione sociale, quando la motivazione è “salire di categoria”, attaccarsi a interessi materiali, che arriva anche all’errore della brama di guadagno». «Come ho già detto in altre occasioni, il diavolo entra dal portafoglio. Questo non riguarda solo gli inizi, tutti dobbiamo stare attenti perché la corruzione negli uomini e nelle donne che sono nella Chiesa comincia così, poco a poco, e poi mette radici nel cuore e finisce per allontanare Dio dalla propria vita». «Non potete servire Dio e la ricchezza», «non possiamo approfittare della nostra condizione religiosa e della bontà della nostra gente per essere serviti e ottenere benefici materiali».

Per il papa, «essere stati chiamati non ci dà un certificato di buona condotta e di impeccabilità; non siamo rivestiti di un’aura di santità. Tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno del perdono e della misericordia di Dio per rialzarci ogni giorno; Egli strappa ciò che non va bene e che abbiamo fatto male, lo getta fuori della vigna e lo brucia». «Dio – in definitiva – fa di tutto per evitare che il peccato ci vinca e chiuda le porte della nostra vita a un futuro di speranza e di gioia».

viaggio del papa in Colombia

Papa Francesco, ferito, si prepara all’Angelus presso il Santuario di San Pietro Claver in Cartagena (Colombia) il 10 settembre 2017 (AP Photo/Andrew Medichini).

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