Giovani: la passione di educare

di: Marco Mazzotti

Il 15° convegno nazionale di pastorale giovanile, svoltosi a Bologna dal 20 al 23 febbraio, ha avuto come titolo “La cura e l’attesa”. Titolo suggestivo e denso, in piena linea con quel tempo che abbiamo scoperto essere superiore allo spazio, che parla di speranza e di interesse, guardando stagliarsi, all’orizzonte, il Sinodo dei (sui? coi?) giovani del 2018. Eravamo più di 700 convegnisti, quasi 150 in più rispetto alla scorso convegno, provenienti da 165 diocesi d’Italia.

15° convegno nazionale di pastorale giovanile

Bando alle nostalgie

Il focus principale del convegno è la persona dell’educatore, colui che «nell’ubriacatura del supertecnologico e nella distanza del troppo relativo» è chiamato a «custodire» e a «far diventare grandi».[1] Scopriamo subito le carte: non si tratta tanto di acquisire nuove tecniche pedagogiche, né di imparare ad usare gli strumenti dei giovani nativi digitali, ma di favorire quel rapporto educativo quotidiano fondato sulla bontà dei gesti e sulla verità delle relazioni. Con questo spirito cominciamo il convegno, guidati da Gv 10,11-16, l’icona di bel pastore, modello del buon educatore.

Può far capolino, fin da subito, il “verme della nostalgia”, che conferirebbe all’intero convegno una nota apologetica in sostanza inutile e inefficace – e pure poco evangelica –: “come si educava bene, una volta!”. Già i saluti iniziali di mons. Nunzio Galantino e di don Michele Falabretti, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale giovanile, fugano questa tentazione: stiamo vivendo un «tempo particolare», caratterizzato da «un dono grande», un invito ad uno stile di Chiesa vero e affascinante. Il riferimento esplicito è allo stile e ai documenti di papa Francesco. Insomma, abbiamo davanti dei «finestroni aperti» di opportunità, nella pastorale giovanile.

A dare il là al convegno è la relazione del prof. Vittorino Andreoli, una conversazione dallo stile informale, ironico e deciso. «L’educatore è colui che, nelle sue relazioni, insegna cos’è la vita», un vero e proprio «mistero sacro», segnato dalla dimensione del limite e dell’attesa, senza la quale «non v’è luogo per la speranza». Scopriamo con piacere un Andreoli poeta: «insegnate che la vita è qualcosa di straordinario, perché è ammantata di mistero».

«Smettete di parlare di felicità!», ci rimprovera bonariamente lo psichiatra veronese. «Il vangelo non parla mai di felicità, ma di gaudio», perché la felicità riguarda solo me, mentre il gaudio riguarda noi. Alzando il dito indice, col sorriso sulle labbra, ecco il suo augurio: «siate gaudenti infelici!». E se questo significa mostrare la propria fragilità, presentarsi come educatore work in progress, ben venga. Anzi: l’educazione è principalmente alla e della fragilità, solo accettando la quale possiamo crescere «adulti non pulsionali». Gesù per primo educa alla fragilità, vivendo nella fragilità. Il prof. Andreoli cita uno dei Septem verba in cruce: «Sitio – ho sete» (Gv 19,28): ecco l’immagine di «un uomo straordinario», veramente autorevole.[2] Perché «l’autorità è sempre fragile, il potere è stupido».

Cuore, coraggio e cordialità

La giornata successiva si apre con due relazioni, una di Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, l’altra della dott.ssa Chiara Scardicchio, docente di pedagogia sperimentale a Foggia.[3] Il cuore della prima relazione è il valore della comunità nell’educazione. Don Erio, come nel suo stile, parte da una riflessione sul verbo generare, che ha una triplice connotazione: nasce da una comunità (uomo e donna), è un atto d’amore e «comprende un dolore per una gioia più grande» (cf. Gv 16,21). Di riflesso, i tre grandi nemici dell’atto generativo sono l’isolamento, la paura/il pregiudizio e la fretta del risultato: «un buon educatore dei giovani agisce in nome della comunità, per amore dei ragazzi, mettendo i vari no nel grande del vangelo». L’educazione è attività di natura sua contro il narcisismo e il protagonismo, perché è lavoro di squadra: un educatore compie il suo servizio a nome di una comunità, che può essere intesa come il gruppo degli operatori pastorali, dei partecipanti alla communio eucharistica, dei battezzati o, in senso ancora più ampio, come la società civile.

In ogni caso, alla base dell’atto generativo che è l’educazione vi sta il cuore, per citare don Bosco. Don Erio continua a lasciarsi suggestionare dalle parole: cuore è una parola che sta alla radice di altre due molto importanti, che sono coraggio e stile cordialità, veri e propri riferimenti dell’educatore dei giovani, in barba al «tòpos della corruzione dei giovani», che viene decisamente liquidato come «una precomprensione di tipo diabolico». Concludendo, il vescovo di Modena strizza l’occhio alla sua personale esperienza scout: «educare i giovani significa allenarli ad amare il sentiero», perché travaglio di cammino e gioia della meta sono sempre mischiati. Il modello più rappresentativo dell’educatore non è il fotografo, che cataloga nell’istante, ma il regista, che accompagna nel cammino.

A partire dalle proprie ferite

Da un’angolazione più psicologica e pedagogica l’intervento della dott.ssa Scardicchio, che sottolinea più volte l’importanza di «lavorare costantemente sulla propria autobiografia». È a partire dalla propria «ferita fondamentale» che l’educatore può essere in grado di generare: solo con questa sincerità nei confronti della propria vita e della propria fragilità possiamo cogliere l’opportunità di «riscrivere se stessi» nella libertà. Il giudizio è ciò che riduce e contiene questa plasticità dell’uomo. La forma della vita, allora, non acquista il profilo della programmazione, figlia di una rigidità mentale «incapace di stare di fronte ad una persona», ma è rappresentata meglio dal «può darsi».

Essere figure educative significa davvero curare e attendere, accettando di «stare al cospetto del proprio e altrui inferno», perché le ferite della propria autobiografia possano divenire feritoie per la libertà. Quale può essere il fondamento di uno stile relazionale di questo tipo? La Scardicchio prende in prestito le parole a Totò: «amare a prescindere». Partendo da qui, possiamo essere in grado di educare alla vita e divenire persone credibili.

Ricreazione e laboratori

Velocemente mangiamo e velocemente partiamo, direzione Ravenna, per fare una gita tra alcune meraviglie della provincia romagnola. Nel pomeriggio, guidati dai volontari di Pietre vive, visitiamo san Vitale, il mausoleo di Galla Placidia e il battistero neoniano, e i loro suggestivi mosaici. Finita la visita, andiamo tutti a sant’Apollinare in Classe per una veglia di preghiera, guidata da Andrea Turazzi, vescovo di San Marino, centrata sul buon pastore di Giovanni 10 e conclusa con il mandato agli educatori.

Infine, serata “Romagna mia”, con distribuzione di cappelletti e piadina e uno gustoso spettacolo di musica e altri elementi tipici della cultura romagnola. Nota personale di uno – il sottoscritto – che viene dalla provincia di Ravenna, eventualmente da ascriversi nella categoria “melensaggini”: alla vista degli sciucarèn, cioè di quelli che tengono il ritmo della musica a suon di frusta, mi sono quasi commosso.

Il mercoledì si apre con i lavori divisi in gruppi, dislocati in due parrocchie differenti di Bologna, San Giovanni in Monte e Santa Maria della Carità. Centro dell’attività, la riflessione sulla distinzione tra chi/cosa mi manda ad educare (mandato) e chi/cosa mi abilita a educare (competenze e qualità umane). Tra confronti e analisi di casi concreti, passa la mattinata. Unici punti critici dei laboratori, peraltro forniti di un’interessante sintesi teorica, a cura del dott. Luigi Regoliosi, il tempo e il numero: eravamo troppi per ogni gruppo e il tempo a disposizione per condividere risultava davvero troppo poco.

Gli oratori

Al mercoledì pomeriggio viene presentata l’indagine di Ipsos Italia sullo stato degli oratori italiani, direttamente dal dott. Nando Pagnoncelli. Tale studio si presenta come l’ampliamento di quello effettuato sugli oratori della regione Lombardia tra settembre 2013 e luglio 2014.

Il sociologo bergamasco illustra a tutti il necessario cambiamento dei criteri della ricerca e lo slittamento effettuato dei soggetti interessati: se, nell’indagine precedente, erano le singole parrocchie, a livello nazionale sono state invece interpellate le diocesi. Numeri interessanti e dati che meritano ulteriori ricerche, rintracciabili, per i più curiosi, sul sito dell’Ufficio nazionale di pastorale giovanile.[4] Questione di fondo molto interessante: come definire un oratorio? Dal punto di vista scientifico, per questo lavoro dell’Ipsos si è partiti da una definizione che prescinde dalle strutture e si concentra sull’attività e sulle relazioni: «oratorio è inteso come qualunque “barlume” di attività educativa». Provocazione importante che la scienza statistica fa ad ogni operatore pastorale.

L’ultima relazione del convegno è tenuta dal prof. Marco Moschini, docente di filosofia all’università di Perugia e direttore del corso di perfezionamento in Progettazione, Gestione e Coordinamento dell’Oratorio.[5] Spiazza tutti con la semplicità e l’entusiasmo del suo argomentare: l’oratorio è la più antica istituzione educativa d’Italia e oggi non è un problema, ma una risposta potente e adeguata alle necessità dei giovani. Questo non è il tempo di arrendersi, ma di riscoprire il cuore pulsante dell’oratorio, che è la prossimità, cioè lo stare legati ad una testimonianza di speranza «al prigioniero, all’esiliato, all’incurabile del nostro tempo». Questo è il tempo della riduzione, sì, nelle strutture e nelle forze, ma ciò non significa chiudersi o rinchiundersi. Al contrario, in barba a Steiner e al suo «tempo dello sparecchiamento», la nostra fede ci dice che per noi è sempre tempo di apparecchiare una mensa: «il nostro capo ne ha fatto addirittura un sacramento, dell’apparecchiare la mensa». Tenere la relazione e la persona al centro dell’educazione dev’essere il nostro obiettivo. Messaggio di speranza e di serietà: siamo chiamati «non ad impaurirci, ma ad impegnarci».

Verso il Sinodo

Il mercoledì finisce con una comunicazione di don Falabretti sul percorso del Sinodo del 2018 – I giovani, la fede e il discernimento vocazionale –, che vuole godere di due caratteristiche preziose. Da un lato, non vuole essere né solo per i giovani, né, soprattutto, solo sui giovani. Chiamiamolo Sinodo-giovani. In secondo luogo, sarebbe bello rispettare l’etimologia della parola e viverlo come un vero e proprio sin-odo, cioè caratterizzato un sentiero comune, un camminare insieme, interessando e coinvolgendo giovani e giovanissimi, parrocchie e oratori, gruppi e movimenti.

Concretezza e serenità traspirano dalle parole di don Michele, che espone il percorso per la Chiesa italiana nel 2017-18: dopo la consegna del documento preparatorio (avvenuta a gennaio),[6] in primavera ci si aspetta il mandato alle diocesi e in ottobre la consegna e l’elaborazione del questionario.

Da novembre fino a metà 2018 sarebbe una bella opportunità «mettersi in ascolto dei giovani», a partire proprio dal sondaggio e da alcune opportune schede che il servizio nazionale di pastorale giovanile metterà a disposizione, per poi vivere, giunti a fine estate 2018, un’esperienza di cammino comune (un pellegrinaggio in ogni regione?), magari culminante a Roma il 3 ottobre 2018, giorno di apertura dei lavori sinodali. Date precise, sì, per avere un ordine mentale e un’efficace progettazione dei lavori di pastorale giovanile, ma non c’è imposizione né rigidità: sono tutte proposte per poter cogliere il più possibile, con i giovani che intercettiamo, la fecondità del Sinodo.

E per dimostrare che in pastorale giovanile bisogna essere concreti, eccoci il giorno dopo a vivere un esempio tangibile di cammino comune: si va in pellegrinaggio al bel santuario della Beata Vergine di San Luca, tanto caro al popolo bolognese. Dopo i saluti finali di don Falabretti, chiudiamo il convegno con la messa presieduta da Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna.

Tre lasciti

Cosa portiamo a casa dal convegno? Direi tre cose. La prima è una rinnovata serenità e serietà nell’impegno educativo. Nelle relazioni ascoltate e nel clima respirato non v’è traccia di esagerazioni, di facili pessimismi, né di edulcoranti descrizioni del tempo e del luogo che stiamo vivendo.

In secondo luogo, una cresciuta consapevolezza dell’importanza delle forze educative della Chiesa, non solo ex parte subiecti, ma – mi permetto di dire – da parte dell’intera società. Durante il convegno non v’è soluzione di continuità tra le relazioni più “confessionali” e quelle più “laiche”, tant’è che questa stessa distinzione suona artificiosa e affettata alle mie orecchie. La centralità della fragilità e la trasformazione della propria fragilità in “carburante educativo” divengono le sfide per l’educatore dei giovani, oggi: questa è attualmente un elemento proclamato da tantissime voci, cristiane e non, che noi possiamo vedere con un’ottica direi privilegiata, essendo il nostro Dio, per primo, serenamente fragile.

In terzo luogo, il conforto ecclesiale. È palpabile l’appoggio, il sostegno e il cammino che la Chiesa fa insieme e per gli operatori di pastorale giovanile. Questo significa fiducia, speranza, apertura ad un futuro che, se vissuto con un pizzico di coraggio, si apre ad una bella novità. Bando ai borbottamenti e ai sentimentalismi: si stanno aprendo dei “finestroni” di possibilità nuove. Si rinnova l’aria, si rinnova la passione educativa.


[1]     CEI – Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile, La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana, 10.
[2]     Cf. V. Andreoli, Il Gesù di tutti. Vite, morti e risurrezioni dell’uomo che si fece Dio, Piemme, Milano 2013.
[3]     Tra le sue pubblicazioni, segnaliamo A.C. Scardicchio, Il sapere claudicante. Appunti per un’estetica della ricerca e della formazione, Bruno Mondadori, Milano 2012.
[4]     www.Chiesacattolica.it/giovani.
[5]     http://oratorio.unipg.it.
[6]     http://www.vatican.va/roman_curia/synod/index_it.htm.

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Un commento

  1. Sac. Antonio Di Lorenzo 3 marzo 2017

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