Il cambiamento come habitus

di:

pastorale

“O Signore, dacci la forza di osare di più. La capacità di inventare. La gioia di prendere il largo. Il fremito di speranze nuove. Facci provare l’ebbrezza di camminare insieme, donaci una solidarietà nuova e comunione profonda” (don Tonino Bello).
“Un cambiamento nelle strutture che non generi nuove convinzioni e atteggiamenti farà sì che quelle stesse strutture presto o tardi diventino corrotte, pesanti e inefficaci” (EG 189).
“Alcune persone non si dedicano alla missione perché credono che nulla può cambiare e dunque per loro è inutile sforzarsi. Pensano così: “Perché mi dovrei privare delle mie comodità e piaceri se non vedo nessun risultato importante?”. Con questa mentalità diventa impossibile essere missionari” (EG 275).

L’approccio di queste mie riflessioni non è sociologico, né antropologico, né psicologico, né teologico. È un approccio artigianale pastorale che affonda le mani nell’esperienza, nel vissuto, con quello spessore inedito che la vita restituisce.

Essere Chiesa in un cambiamento d’epoca

«Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi possono affrontare sfide nuove che per noi a volte sono difficili da accettare. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo» (papa Francesco a Firenze, 10 novembre 2015).

L’affermazione di papa Francesco non è un gioco di parole, ma esprime quanto incisive e profonde siano le trasformazioni che stiamo vivendo nella società e nella Chiesa.

Siamo immersi dentro una lunga epoca di cambiamenti anche molto grossi e radicali, iniziata a metà del secolo scorso, e rilanciata dal Concilio Vaticano II e dalla sua recezione.

Tuttavia, a differenza degli anni Sessanta del XX secolo, esso non provoca più aspettative utopiche, ma piuttosto insicurezza e ansie per il futuro. Mancano prospettive sul futuro. In una tale situazione di crisi e di mutamento occorre soprattutto una visione.

Storditi dai troppi cambiamenti messi in atto, sorpresi dalla fatica di imprimere attraverso di essi un nuovo rilancio alle nostre comunità cristiane, sentiamo il bisogno di avviare finalmente quel cambiamento che realizzi quella trasformazione, quella conversione della nostra esperienza ecclesiale che le tante riforme e i tanti cantieri aperti in questi decenni non sono riusciti a operare.

Il cambiamento è uno degli aspetti più ordinari o normali della vita umana, dalla mattina alla sera noi iniziamo un cambiamento o reagiamo ad un cambiamento. Le famiglie, la società, le nazioni sono in continuo moto di cambiamento, e possiamo dire la stessa cosa della comunità internazionale e anche delle forze della natura. Ma anche se il cambiamento è costantemente presente nelle nostre vite, in realtà non vi siamo molto abituati. Alcuni di questi cambiamenti ci causano insicurezza e un certo senso di malessere, vorremmo che alcuni cambiamenti non avvenissero.

Vi sono, invece, cambiamenti che noi consideriamo benedizioni. Il cambiamento è un’esperienza di transizione da una condizione di vita ad un’altra. Ogni transizione presenta rischi, così come opportunità di crescita: la nascita, il primo giorno di scuola, il diventare adolescenti, andare all’università, cercare il lavoro, sposarsi, diventare prete o religiosa, andare in pensione, diventare vecchi o ammalarsi. Queste sono esperienze di cambiamento che definiscono la vita umana.

Vi sono diversi tipi di cambiamento, così come vi sono diverse cause o contesti di cambiamento: alcuni cambi sono inaspettati, come la morte di una persona cara o la perdita di un lavoro, la venuta di un ladro nella notte oppure un terremoto, una guerra che causano distruzione.

Alcuni cambiamenti vengono scelti, deliberatamente pianificati, altri cambiamenti sono conseguenze di decisioni e di azioni sia nostre che di altre persone; ma, aldilà del tipo di cambiamento che si trova davanti a noi, il cambiamento chiede una risposta.

Il cambiamento a tutti i livelli della vita umana arriva in una modalità così veloce che noi siamo incapaci di rispondergli, sia come individui sia come comunità.

Papa Francesco ha sottolineato alcuni dei cambiamenti posti da questo momento di svolta nella storia:

L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste.

Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo (EG 52).

“Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza. Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima.

Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (“Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa). L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento. Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe tutt’altro aspetto: da elemento di contorno, da contesto o da pretesto, da paesaggio esterno… diventerebbe sempre più, e anche più cristiano” (Francesco, discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2019).

La maggior parte dei cambiamenti sono ambivalenti dal momento che possono avere elementi sia positivi che negativi. Per esempio, la creazione di benessere e di produttività, ma anche la crescente ineguaglianza, così come l’esclusione e la corruzione, un costante richiamo al lavoro per il bene comune e anche il rifiuto dell’etica, l’invito ad una sicurezza globale ma pure una crescente aggressione e violenza.

Noi assistiamo anche a cambiamenti di carattere culturale, sociale, politico e religioso che si configurano come attacchi alla libertà religiosa: il fondamentalismo l’individualismo, il secolarismo, l’indifferenza, il relativismo, la disillusione, il ritorno del totalitarismo, l’imperialismo culturale e così via.

Propongo tre immagini per illustrare una Chiesa che fa fronte al cambiamento o al rinnovamento voluto da Gesù.

Prima, la porta di una casa. La porta unisce il fuori con il dentro, ma allo stesso modo è il punto di distinzione fra il fuori e il dentro. La Chiesa rinnovata prende sul serio la sua porta, è una porta attraverso la porta, la grazia della fede cristiana, del culto e del servizio si diffonde nel mondo. Ma attraverso la porta, il mistero della presenza dello Spirito nel mondo viene portato nella Chiesa specialmente dai fedeli.

La seconda immagine: la tavola imbandita. Mangiare non è solo una questione di cibo ma è riunirsi in una comunità, in una famiglia; la tavola è completa quando c’è cibo e ci sono storie umane che nutrono l’amicizia e la solidarietà. Una Chiesa rinnovata può essere paragonata a una grande tavola che ha posto per tutti: è una tavola dove i beni e le risorse della terra devono essere condivisi specialmente con i poveri, una tavola dove la gente che non ha niente da mangiare e non ha nessuno con cui mangiare può sedersi con dignità. Intorno alla tavola, la Chiesa è cambiata, è rinnovata dallo spirito di reciproca accettazione, partecipazione, interdipendenza e corresponsabilità.

L’ultima immagine: costruire una vita nuova. «Stare fermi su forme sociologiche o culturali di un altro tempo e di un altro luogo, come se fossero uguali al vangelo eterno, potrebbe essere una scelta che indebolisce piuttosto che rinnovare la Chiesa, con il vangelo e lo Spirito Santo come nostre guide. Lasciamo coraggiosamente da parte idee e progetti che spesso confondiamo con il vangelo e diventiamo aperti alle sorprese, alla poesia e alle storie che Dio ha in serbo per la Chiesa» (EG 22).

Occorre immaginare un cambiamento che sappia salire di livello: dalla semplice trasformazione organizzativa alla spiritualità; dalla riforma di ambiti (pastorali) alla conversione degli operatori (pastorali) che dentro quegli ambiti vivono e testimoniano la loro fede. Solo dei discepoli che si fanno missionari possono aiutare il popolo di Dio e le istituzioni che lo servono a vivere in modo maturo il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando.

Abbiamo bisogno di profondità di sguardo e di interpretazione, se vogliamo davvero riuscire a cogliere il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo in tutta la sua entità, senza nasconderlo dietro le proiezioni delle nostre paure o dei nostri sogni.

Questo vuol dire avere il coraggio di compiere un primo passo, di porre un primo esercizio in agenda: vincere la paralisi. Occorre imparare a cambiare, servono esercizi e momenti di formazione comune (scuole di discernimento?). Occorre imparare a fare di nuovo nostra l’attitudine cristiana della veglia: la capacità di concentrare lo sguardo sul nuovo che avanza, sui tratti del Regno che questo nuovo porta con sé, sulle opportunità che questo nuovo crea per la nostra ineliminabile missione di annuncio della salvezza, di testimonianza e di partecipazione al processo di santificazione e di trasfigurazione della storia voluto da Dio in Gesù Cristo, reale e operante nel suo Spirito.

Occorre poi un secondo passo, per imparare a cambiare come Chiesa; mai da soli. Occorre richiamarci continuamente la regola che dentro il cristianesimo non si è e non si agisce mai da soli. In questa prospettiva occorrerà lottare per controbilanciare la tendenza inerziale di ogni struttura istituzionale, a perpetuarsi per quello che è; dovremo operare per affermare il primato della missione sul semplice mantenimento delle strutture.

Discernere e camminare insieme (sinodalità)

Per poter vivere una simile capacità di aderenza al reale in un momento di così forte trasformazione papa Francesco consiglia di assumere lo strumento del discernimento. In Evangelii gaudium lo raccomanda ben nove volte, precisandolo a seconda dei contesti come discernimento pastorale o evangelico. Suggerendolo comunque come lo strumento più adatto per aiutare un corpo ecclesiale in più di un caso disorientato dall’ampiezza delle trasformazioni subite e richieste.

Per discernimento non si intende una semplice riorganizzazione funzionale (secondo la logica democratica o burocratica) dei processi di costruzione delle scelte e delle loro attuazioni. Il discernimento cristiano è molto di più: è l’esperienza di un popolo che nella preghiera si sente unito dallo Spirito e riesce a sentire la presenza di Dio che lo guida nella storia (EG 119: papa Francesco chiama questa esperienza «l’istinto della fede»).

Il popolo di Dio fa così esperienza della sua identità, che è dinamica, tipica di chi è in cammino dentro la storia e continuamente percepisce in modo del tutto naturale (spesso precritico) la mano di Dio che lo accompagna e lo guida. È di conseguenza un’esperienza antropologica che, prima di tradursi in procedure e strutture organizzative, nutre i sensi e ristruttura gli strumenti attraverso i quali io leggo il senso della storia e i suoi singoli avvenimenti.

È un discernimento che porta in questo modo tutti i componenti del popolo di Dio, insieme anche se con modalità diversificate, a percepire le priorità e gli indirizzi delle azioni e dei gesti che sono chiamati a compiere, proprio per continuare a essere quel popolo che Dio sta conducendo dentro la storia, vivendo così quella testimonianza senza la quale nessuna riforma riuscirà a rilanciare un corpo stanco e alla ricerca di motivazioni (si veda come esempio EG 198: l’opzione preferenziale per i poveri è la scelta che ci permette di restare connessi allo Spirito che guida il popolo di Dio nella storia, evitando l’isolamento frutto della logica del mondo [il consumismo triste di EG 2], che avrebbe il risultato di renderci ciechi e sordi, non più capaci di cogliere la presenza di Dio e la sua guida).

Così inteso, il concetto di discernimento può aiutarci nella riflessione che stiamo sviluppando. Ci permette di intuire il percorso grazie al quale trovare una possibile risposta alle attese che la condivisione dell’affermazione di papa Francesco ha acceso in tanti di noi.

Ci permette di affrontare la sfida che abbiamo davanti a noi – il cambiamento d’epoca – dandole un nome e sviluppandone una lettura che parte dalla fede che viviamo (e non semplicemente frutto della raccolta di dati elaborati da prospettive scientifiche che risultano spesso astratte e non collimanti con il nostro specifico punto di vista).

Ci chiede di verificare in quale modo il discernimento si fa attitudine e stile, ovvero dimensione capace di legarci tra di noi, realizzando quella esperienza di popolo di Dio senza la quale il discernimento non può avere luogo.

Ci porta, infine, a contemplare con lo sguardo di Dio stesso il movimento storico che stiamo vivendo, per cogliere in modo ammirato la sua azione che continua, anche in questo tempo, e sintonizzare i nostri movimenti con essa.

Solo al termine di un simile percorso potremo rimettere mano alle tante riforme e cantieri che aspettano, proprio grazie ad un simile di-scernimento di popolo, di intuire le strade per poter accompagnare quel moto di cambiamento della forma ecclesiae (una forma sempre dinamica e in cambiamento, per rimanere incollata al cammino della storia dentro la quale vive) che tanto ci assilla e preoccupa in questo momento.

La Chiesa italiana, immersa in questa sfida già dagli anni ’70 del ventesimo secolo, come abbiamo potuto constatare dalle citazioni precedenti, in occasione del Convegno ecclesiale di Palermo (1995) aveva cercato di dotarsi di uno strumento simile, capace di rispondere alle necessità di riforma percepite, e aveva elaborato il discernimento comunitario, che così descrive, nel documento in cui parla della necessità di una conversione pastorale della Chiesa italiana:

«Come espressione dinamica della comunione ecclesiale e metodo di formazione spirituale, di lettura della storia e di progettazione pastorale, a Palermo è stato fortemente raccomandato il discernimento comunitario. Perché esso sia autentico, deve comprendere i seguenti elementi: docilità allo Spirito e umile ricerca della volontà di Dio; ascolto fedele della Parola; interpretazione dei segni dei tempi alla luce del Vangelo; valorizzazione dei carismi nel dialogo fraterno; creatività spirituale, missionaria, culturale e sociale; obbedienza ai pastori, cui spetta disciplinare la ricerca e dare l’approvazione definitiva.
Così inteso, il di-scernimento comunitario diventa una scuola di vita cristiana, una via per sviluppare l’amore reciproco, la corresponsabilità, l’inserimento nel mondo a cominciare dal proprio territorio. Edifica la Chiesa come comunità di fratelli e di sorelle, di pari dignità, ma con doni e compiti diversi, plasmandone una figura che, senza deviare in impropri democraticismi e sociologismi, risulta credibile nell’odierna società democratica».

Il processo di trasformazione in atto, essendo di natura culturale, è certamente di lunga durata. Non chiede quindi né ai singoli e tanto meno alle nostre istituzioni soluzioni repentine o decisioni da prendere in breve tempo. Chiede invece serenità di sguardo unitamente ad una istintiva fiducia antropologica. Potremo continuare a essere cristiani, a vivere la nostra fede anche dentro le grandi trasformazioni che saremo chiamati a fare nostre in tempi ormai non così lontani.

Si inserisce dentro questo scenario la valorizzazione del discernimento inteso non semplicemente come strumento giuridico-amministrativo quanto piuttosto come strumento teologico, come tratto cristiano di vita in questi cambiamenti d’epoca. Non a caso papa Francesco associa al discernimento un altro strumento, quello della sinodalità.

È questa sinodalità che deve nutrire e strutturare il discernimento inteso come stile che i cristiani assumono in questo cambiamento d’epoca. Si tratta di una forma che il popolo di Dio è chiamato a fare suo per tornare ad aggregarsi, contrastando le spinte dispersive e gli impeti di frammentazione che la situazione descritta nel paragrafo precedente genera come tossina in ogni comunità cristiana. Occorre operare perché si torni a essere un soggetto coeso, che tutto insieme vive quei processi di ascolto, interpretazione, immaginazione, che soli possono reggere l’operazione di reincarnazione, di riscrittura del cristianesimo dentro la storia.

La sinodalità e il discernimento così intesi non sono perciò dei semplici processi cognitivi e decisionali, ma vere e proprie forme di Chiesa, ovvero luoghi in cui vivere quel radicamento nel reale senza il quale il cambiamento in atto ci spinge verso l’isolamento e l’artificialità.

Vivere è cambiare

«Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni». Viviamo in un mondo che cambia velocemente: chi rimane indietro spesso è perduto. Il cambiamento non è importante solo per stare al passo coi tempi che corrono, ma è anche fondamentale per la nostra vita.

Ogni cambiamento è accompagnato da segni di fronte ai quali siamo chiamati ad esercitare una creativa capacità di interpretazione, senza ricorrere alle solite e collaudate soluzioni.

Il cambiamento d’epoca infatti richiede un cambiamento di mentalità ecclesiale: altrimenti rischiamo di parlare ad un’epoca diversa dalla nostra e quindi a persone ormai morte, non vive. (La Chiesa non è un museo!).

Il cambiamento infatti costituisce l’indole non solo delle persone, della storia, e delle relazioni, ma anche il modo di recepire il Vangelo e di tradurlo in gesti e sentimenti.

La vita è piena di opportunità. È un’avventura emozionante ma è anche una lotta. La vita può essere anche un’eterna primavera, se ci guardiamo intorno con nuovi occhi e nuove visioni. Nessuno trova la vita degna di essere vissuta se non per qualcosa per cui vale la pena viverla. La vita dovrebbe avere sogni e obiettivi.

Dobbiamo sognare e credere in noi stessi. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di dedicare il nostro tempo e la nostra energia per raggiungere il nostro sogno. Nessuno può seguire il nostro sogno. Molti di noi non desiderano lavorare sui nostri sogni per paura di fallire. Dobbiamo invece investire la nostra mente per realizzare il nostro sogno, il sogno di fare qualcosa di nuovo e creativo, ogni giorno, per rendere la vita più interessante e significativa.

Ogni giorno dobbiamo porci la domanda: Che cosa dà senso alla mia vita? Nuova vita e nuova speranza? Se non l’abbiamo scoperto, allora non riusciamo a vivere pienamente. Una ardente passione per il senso della nostra vita è il carburante più potente per i nostri sogni.

Il cambiamento fa parte della vita della natura. Tutto sulla terra cambia in meglio o in peggio. Tutto deve subire un cambiamento nella giusta direzione. Il cambiamento porta novità. Dobbiamo osare cambiare, anche quando il cambiamento è difficile e rischioso. Dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare.

È giunto il momento di pensare al cambiamento nel nostro campo di lavoro per evitare quelle routine che si protraggono da secoli. Per avere successo in qualsiasi cosa la fiducia conta molto. L’aggiornamento delle nostre conoscenze apre la possibilità di offrire tante nuove informazioni e maggiori opportunità a nuovi modi di pensare. Per questo sono richiesti creatività, compassione e competenza.

Per portare qualcosa di nuovo in qualsiasi campo dobbiamo costruire un nuovo team che crede nel cambiamento, in un cambiamento rivolto a qualcosa di nuovo e in meglio. Quando abbiamo coltivato un profondo senso di fiducia nelle nostre capacità, nulla può impedirci di andare avanti facendo sempre qualcosa di nuovo.

Tutti possiamo essere persone entusiaste, energiche e coraggiose che osano fare passi coraggiosi per fare la differenza nella nostra vita e nella vita delle persone con cui lavoriamo dando loro speranza. Siamo chiamati ad essere audaci e ad avere una visione chiara.

Vorrei rilanciare la descrizione interessante che la Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia al n. 9 ha fatto della formazione. Il paragrafo porta come titolo: Per la maturità della fede: la cura degli adulti e della famiglia. Nel tentativo di «rileggere con coraggio l’intera azione pastorale» si auspica che essa «sia più attenta e aperta alla questione dell’adulto».

Ed ecco la descrizione della dinamica formativa: «L’adulto oggi si lascia coinvolgere in un processo di formazione e in un cambiamento di vita soltanto dove si sente accolto e ascoltato negli interrogativi che toccano le strutture portanti della sua esistenza: gli affetti, il lavoro, il riposo».

Emerge una visione dinamica della formazione: essa è un processo. Poi viene intesa come “cambiamento di vita”. Si fa formazione perché la vita possa cambiare.

Competenze per abitare il cambiamento

Abbiamo bisogno di persone di riconoscere per tempo i cambiamenti e di adeguare le proprie mappe mentali al mutare della situazione. Non si tratta solo di fare cose diverse dal passato, ma comporta un profondo mutamento nel proprio modo di essere e la capacità di suscitare un analoga trasformazione nel modo di essere degli altri.

Generare interesse verso ciò che ancora non è conosciuto, incoraggiare il senso della meraviglia e della scoperta, potenziare il senso di curiosità, essere consapevoli delle proprie emozioni è cruciale per sviluppare in sé stessi e nei propri collaboratori un pensiero creativo capace di generare cambiamento e innovazione.

Parlare di cambiamento significa essere in sintonia con lo spirito dei tempi. Cambiare vuol dire crescere. Vuol dire vedere ogni traguardo raggiunto come un punto di partenza per nuove sfide da affrontare, e da vincere.

Non sembra ormai nemmeno più ammissibile non essere «dalla parte del cambiamento». Né ci si può più rifugiare nell’atteggiamento di chi sembra dire: «Non sono pronto al cambiamento» o «Non ho capito bene che tipo di cambiamento serve». Si dà per scontato che si debba essere «supporter» del cambiamento, sposandone la direzione e partecipandovi attivamente.

Ora, le figure ecclesiali più decisive perché tutto ciò si possa realizzare sono i leader. Con questo termine intendiamo sia i pastori in senso proprio, cioè i vescovi e i presbiteri, sia altre figure ecclesiali che hanno responsabilità su altri credenti, come i diaconi, i catechisti, gli animatori e così via. Per questo nelle nostre riflessioni non potremo fare a meno di riferirci al tema della leadership.

D’altra parte, la velocità e la complessità dei cambiamenti costringe molti leader, a tutti i livelli, a convivere con una perenne sensazione di inadeguatezza. Si tratta del gap della complessità, cioè della differenza tra livello di complessità ambientale atteso e percezione della propria capacità di saperla gestire.

Non abbiamo opportunità di scelta. Non possiamo rifugiarci in comportamenti e modelli del passato. Navighiamo nella tormenta e dobbiamo starci dentro. E la difficoltà ha due facce: da un lato, bisogna esser capaci di individuare il cambiamento, di decifrare situazioni e di attribuire significati a ciò che accade; dall’altro, bisogna saper dare a tutto questo una risposta adeguata.

Si tratta di capitalizzare la complessità e diventare cellule attive di cambiamento e trasformazione, affinando doti di coraggio e di apertura mentale.

Per capitalizzare la complessità occorre tener presenti tre obiettivi:

  • promuovere l’innovazione radicale e a guidare l’organizzazione (parrocchia, comunità, congregazione) oltre i classici, sperimentati stili di gestione;
  • imparare a co-creare, co-progettare, co-ideare  ecc.
  • avviare la semplificazione dei processi, ricercando una maggiore efficienza dei processi

Bisogna altresì tener presenti quattro grandi concetti:

  • accogliere l’ambiguità imparando a prendere rischi ponderati;
  • trasformare la complessità in vantaggio;
  • discutere e cambiare i modelli: testare innovazioni radicali, sviluppando un mindset (mentalità) di sfida continua; uscire dai consueti modi di pensare;
  • andare oltre i classici stili di gestione; avere la capacità di superare gli schemi trappola dell’esperienza. È il concetto di «non esperienza», una condizione spesso importante, perché permette di vedere senza preconcetti e condizionamenti e di individuare la soluzione che poteva essere sotto gli occhi di tutti ma non veniva colta proprio perché mascherata dalla routine.

Innovare significa uscire dalla propria comfort zone per sperimentare e comporta un disagio iniziale, che viene però superato non appena sono definiti nuovi punti di riferimento e quando il miglioramento diventa chiaramente percepibile.

I cambiamenti pastorali richiedono il coraggio di “smontare” stili e abitudini che si sono consolidati nel tempo. E nella Chiesa la resistenza alla novità è sempre stata molto alta. Di solito ciò è avvenuto laddove uomini e donne sono stati “scossi dentro” dallo Spirito, in modo improvviso o graduale, e sono stati spinti a modificare le categorie di fondo con cui sentivano e giudicavano la realtà e di conseguenza anche il proprio agire.

Anche la paura di sbagliare costituisce un ostacolo ai processi di innovazione. Altri freni all’innovazione nascono da un’errata percezione del proprio contesto di riferimento o dall’incapacità di interpretarne alcuni segnali. Lavorare immersi solo nella quotidianità impedisce una visione chiara e più ampia di ciò che accade e i «campanelli di allarme», invece di destare l’attenzione, spesso paralizzano potenzialità che dovrebbero invece essere espresse e valorizzate.

In conclusione, il cambiamento è «la nuova normalità» e tutti noi ne siamo coinvolti in prima persona. La velocità e la complessità di questo cambiamento, ci costringono spesso a convivere con una perenne sensazione di inadeguatezza nell’identificare risposte di senso. In questa situazione di mutamento perenne è necessario sviluppare un nuovo «mindset» e soprattutto nuove competenze.

Secondo papa Francesco, il rischio maggiore dei cristiani oggi è quello di guardare al passato. Perché, per sfuggire al calar delle tenebre, le alternative sono due: o si guarda la notte così come si presenta, o ci si chiude in fortini. La posizione del cristiano dovrebbe essere netta: «Niente è meno cristiano che continuare a stringere tra le braccia il cadavere della vecchia cristianità: lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti, e guardiamo il mondo in faccia» (Adrien Candiard).

  • L’autore è presbitero dell’arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. parroco, docente di Teologia morale presso l’Istituto Superiore Metropolitano di Scienze Religiose “San Sabino” in Bari. Laureato in Scienze della Formazione continua, anima corsi di formazione per presbiteri e religiosi, corsi di esercizi spirituali e conferenze.
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