Il suono della Parola

di: Marcello Neri

Intervento tenuto nel corso della presentazione del volume di Maurizio Chiodi Sergio Colombo: uomo della Parola (EDB), svoltasi presso la comunità parrocchiale di Redona (BG).

Se non per una serata a cena, non ho avuto occasione di conoscere don Sergio personalmente. La sua persona, il suo ministero, la sua visione di cristianesimo nel contesto di modernità avanzata e forte secolarizzazione delle forme di vita, per me è sostanzialmente un «racconto». Meglio, i racconti degli amici e delle amiche che lo hanno conosciuto, frequentato e voluto bene. Don Sergio è una persona, un prete, un uomo che è stato amato da chi ha condiviso con lui tratti di vita – con profonda gratitudine. Insomma, il mio accesso alla sua storia, al suo vissuto, al suo modo di intendere ed esercitare il ministero insieme alla comunità di Redona è stato essenzialmente orale.

E quello che più mi è rimasto impresso di lui non sono tanto le cose narrate da questi racconti, ciascuno con le sue sfumature, ma il modo in cui di lui mi è stato raccontato. Credo che questa impressione, più volte confermata, racchiuda qualcosa che va a comporre il nocciolo duro del suo essere credente tra credenti, del suo essere prete per una fetta di città – e questo per tutti, nessuno escluso. L’edificazione della comunità esistente andava, infatti, di pari passo per l’attenzione per quella fetta di cittadinanza «assente» dalle trame quotidiane del vivere della comunità di Redona. Anche questa parte di popolo richiedeva, anzi esigeva, l’ascolto delle sue ragioni, la loro comprensione che si faceva anche elemento critico per la comunità affidata alla cura della sua fede.

In tutta la finezza della sua disamina culturale dei processi di secolarizzazione, che forse sarebbe meglio chiamare il venire meno di un certo modo di pratica del cristianesimo, don Sergio ha guardato a essi come quel pungiglione che sprona la comunità cristiana a concentrarsi sull’essenziale del Vangelo; e, partendo da qui, a coglierne il senso di un’ospitalità senza condizioni, magari frequentata anche solo occasionalmente, che allarga dall’interno i «confini» di un’appartenenza alla stessa comunità cristiana.

La parrocchia

Il libro di don Maurizio Chiodi è stata sostanzialmente per me la prima occasione di accedere al ministero di don Sergio nella forma della parola scritta; un testo, questo, che ha l’indubbio merito di aver enucleato l’originalità di una visione della teologia morale e della pratica della fede nel contesto ecclesiale e civile del paese negli anni del post-concilio. Su questo è bene fugare ogni dubbio fin dagli inizi: la visione della destinazione della riflessione teologico-morale, e della sua funzione di discernimento delle forme del vivere umano nel contemporaneo, rappresenta sicuramente uno dei percorsi maggiori della teologia morale italiana.

Doverosa, quindi, l’impresa a cui ha messo mano don Maurizio per renderne ragione in quest’ottica e aprirne il respiro verso il cattolicesimo italiano. Ci sono tesori di una fetta di Chiesa che devono essere resi accessibili a tutti i discepoli e le discepole del Signore, perché nel cristianesimo nulla ci è dato affinché ne possa usufruire solo un piccolo gruppo di eletti. Ogni dono dell’intelligenza dello Spirito, che può prendere forma solo all’interno di un contesto specifico e determinato, è fin da sempre destinato a tutti – dentro e fuori la comunità cristiana.

Uno degli aspetti che mi ha maggiormente colpito nella narrazione riflessa di don Maurizio Chiodi è il ruolo giocato dalla comunità cristiana nella comprensione del cristianesimo e della Chiesa di don Sergio. In primo luogo, il fatto che la comunità cristiana stessa è chiamata a concretizzarsi e delimitarsi: il limite di uno spazio e di un tempo è esattamente ciò che la rende reale, inserendola nel contesto più ampio della vita della città umana. Solo accettando questo limite, questa misura, la comunità cristiana assume la forma di una presenza effettiva nelle maglie del vivere quotidiano degli uomini e delle donne del nostro tempo. La parrocchia è il nome «istituzionale» di questo limite che fa la comunità cristiana come un tessuto di relazioni della fede destinato sempre ad andare oltre se stessa.

Don Sergio ha accettato e assunto questo limite come una benedizione che ha guidato la responsabilità della sua fede, vedendo nella parrocchia esattamente il concretizzarsi della figura della comunità cristiana formata dai discepoli e delle discepole di Gesù. In questo senso, la parrocchia è sostanzialmente uno spazio/tempo generativo: non solo della fede, e quindi del ministero stesso, ma anche dell’intelligenza teologica del credere cristiano come pratica del vivere segnata dall’incontro evangelico col Dio di Gesù.

In questa prospettiva si inscrive la comprensione della comunità parrocchiale di don Sergio: essa è soggetto attivo, mai mero luogo di applicazione di una teoria desunta altrove, che dà forma al come-è della morale cattolica; e, su questa base, in seconda battuta è quel soggetto che dà forma al cosa-è della morale cristiana stessa. Si tratta di un inedito riconoscimento della dignità propriamente teologica di quei legami che fanno la comunità parrocchiale. In questo modo, l’onore reso ai vissuti della fede che si intrecciano in quello tempo/spazio che è la comunità parrocchiale di Redona diventa per essa anche un compito – che ha la forma del debito della gratitudine per essere stata riconosciuta e considerata proprio in questo modo da don Sergio.

Perché, se ho compreso bene, per lui la morale cristiana si configura e si dà solo in esercizio, come tentativo di pratiche effettive della fede, all’interno di un’interlocuzione cercata, bilaterale e aperta con le esperienze concrete dell’essere uomo e donna nel nostro tempo e nei nostri luoghi di vita quotidiana. La morale assume così la forma del discernimento culturale della fede in esercizio che si espone, senza timori, all’ambiente comunemente umano in cui anche la comunità parrocchiale è, e sempre deve essere immersa. Escludendo così per il cristiano e la cristiana uno sorta di schizofrenia della cittadinanza, dove l’appartenenza alla comunità cristiana estranierebbe, o sarebbe in contrapposizione rispetto alla comune appartenenza di tutti alla città.

 Alcune domande aperte

Approfitto di questo spazio per rivolgere alcune domande legate alla resa scritta del vissuto teologico di don Sergio che ci è preziosamente offerta dal libro di Maurizio Chiodi. La prima riguarda il rapporto fra teologia e pastorale, che rimane costantemente esposto a un’invincibile ambivalenza, soprattutto se (banalmente) si considera la teologia come un sapere astratto elaborato in sorta di torre d’avorio immune dal vivere effettivo, da un lato, e la pastorale come la prestazione (sacramentale o meno) di servizi ecclesiali, dall’altro.

Nel libro di Chiodi di parla di un’«alternanza», legata anche alla periodizzazione del ministero di don Sergio nel corso della sua vita. Sebbene sia sicuramente più fine della precedente articolazione del rapporto fra teologia e pastorale, anche il modello dell’alternanza mi sembra insufficiente. Lo è, in primo luogo, perché in fin dei conti non risolve la questione del rapporto stesso; facendo della cronologia del tempo passato nell’una o nell’altra il discrimine che decide della loro articolazione. Detta in maniera molto semplice, l’alternanza sembra implicare che se si sta in parrocchia si fa pastorale, mentre se si insegna in seminario si fa teologia. Ovviamente, anche questa è una semplificazione banale, ma credo possa aiutarci a inquadrare il tema che stiamo discutendo.

Se una teologia si dà è perché vi è, previamente, una pratica della fede cristiana che si contestualizza sempre in un determinato tempo e si colloca in un preciso ambiente del vivere comunemente umano. Questa collocazione della fede è la ragione stessa della teologia, senza la quale essa non sarebbe nemmeno tale. Ma proprio perché sempre collocata, la teologia rappresenta un’esigenza dalla quale le pratiche della fede non possono mai prescindere, perché esse non sono mai delle semplici adeguazioni a un cristianesimo che si produce a prescindere dalla loro effettività, ma rappresentano l’irruzione incessante del Vangelo del Regno nella trame comuni dell’umano vivere.

In questo senso non si dà alternanza ma reciprocità e contemporaneità fra pastorale e teologia, dove alle pratiche della fede va riconosciuta la qualità generativa del pensiero teologico. La pastorale, in quest’ottica di genesi del teologico, rappresenta al tempo stesso la messa alla prova della effettiva capacità culturale di qualsiasi elaborazione di un’intelligenza teologica del cristianesimo che lì nasce e si destina a essa. Solo questo tipo di articolazione consente di cogliere nella comunità parrocchiale, in cui si coagulano e intrecciano differenti forme dell’essere cristiani, il soggetto proprio della configurazione originariamente morale della fede stessa. Vi è dunque, come dicevo in precedenza, un onore e onere teologico che pertiene originariamente a quella figura concreta della comunità cristiana che è la parrocchia.

Come ha giustamente osservato don Lino Casati, è poi nella «natura» stessa della teologia morale, così come essa è stata singolarmente delineata da don Sergio in tutto l’arco di esercizio del suo ministero, a esigere la dimensione pastorale, pratica, nel cuore stesso della riflessione teologica.

Una seconda domanda riguarda il tema della «traduzione» del Vaticano II, colto come uno dei perni intorno a cui don Sergio ha fatto ruotare il suo vissuto cristiano di prete a servizio della comunità cristiana. Il concetto di traduzione rimane, a mio avviso, problematico, perché esso, nella sua accezione comune, sembrerebbe presupporre un essere-della-fede previo, o slegato, all’essere uomini e donne (che credono) nella contingenza storica di un determinato tempo e luogo. Tradurre implica, infatti, un «testo» previo all’esperienza che, alla fin fine, finisce con l’essere slegato da essa: si tratterebbe, dunque, di un adeguamento al contesto che non riconosce a esso alcun diritto d’autore rispetto a un «testo» che invece, di fatto, diventa altro da sé quando passa attraverso la mano che scrive le storie che circolano in quel contesto.

La questione è seria, perché qui mi sembra essere in gioco la stessa alleanza tra la comunità parrocchiale di Redona e il ministero di don Sergio per i tempi a venire. Rifarci alla traduzione infatti ci tranquillizza, perché ci dà come la sicurezza che ci sia un «testo», quasi una sorta di copione, uguale per tutti che rimane identico a se stesso anche quando viene recepito e trasposto in  linguaggi e pratiche che possono non immediatamente comprendersi o identificarsi tra di loro. Mi chiedo però se questo sia il genere di testualità che contrassegna il cristianesimo, a partire dal canone stesso delle Scritture – che sono tutto, tranne che un copione da recitare sempre di nuovo su un palcoscenico continuamente cangiante.

Mi chiedo, quindi, se una testualità (in questo caso quella del Concilio) non funzioni proprio quando non si tratta semplicemente di «tradurla» in codici e pratiche aderenti a una determinata realtà (locale e temporale), ma piuttosto quando a partire da questa realtà (che, nel nostro caso, non è altro che la comunità parrocchiale di Redona e la parte di città in cui essa si trova) quella testualità viene letteralmente come «inventata» nella sua effettività. Si tratta, a mio avviso, di arrivare a immaginare una testualità cristiana che autorizza una forza ideativa e creativa che il testo stesso non può predeterminare e di cui esso non sa mai quale sarà l’esito. Perché questo è il modo in cui opera lo stesso canone scritturistico della fede, che funziona da norma proprio nel momento in cui autorizza una forza ideativa mediante la quale la fede giunge ad approdi che il testo non contiene e, quindi, non possono essere immediatamente né dedotti né tradotti da esso.

 Il presidio dell’oralità

La questione del modo in cui funziona la testualità cristiana ci porta sull’ultimo aspetto che vorrei toccare, che potrebbe essere definito quello dell’oralità: un’oralità che, nel desiderio di don Sergio, chiede di essere sorvegliata affinché rimanga tale senza essere trasposta in «scrittura». Con questo non voglio assolutamente mettere in discussione la legittimità dell’impresa di don Maurizio, con il suo libro dedicato all’impostazione pastorale della teologia morale di don Sergio. Ho già accennato alle ragioni per cui qualcosa del genere non è solo lecito e possibile, rimanendo fedeli all’intenzione di don Sergio, ma anche e soprattutto doveroso per la portata del suo ministero rispetto alla Chiesa e teologia italiana.

Detto ciò, non possiamo però non interrogarci sul motivo teologico di questo suo desiderio di presidiare l’oralità del suo ministero e magistero. Il cristianesimo si trova, generalmente, in grosso imbarazzo davanti all’oralità, nel momento stesso in cui è ben consapevole che senza di essa non esisterebbe affatto in quanto tale. Credo, poi, che si debba avere anche una certa cautela nell’identificare il passaggio alla «scrittura» dell’oralità fondante come l’unico movimento a disposizione per passare dalla singolarità della parola orale all’universalità del suo accesso. La «scrittura» può funzionare in questo senso solo se essa non assorbe in se stessa la totalità del possibile passaggio all’universalità dell’oralità delle origini. Insomma, il testo «scritto» funziona unicamente nella misura in cui accetta di farsi corpo di risonanza che restituisce la parola alla sua originaria oralità.

L’oralità è la condizione necessaria affinché la p/Parola possa accadere come evento, come impatto sui vissuti, come qualcosa che accade solo lì ma mai solo per coloro che sono lì. La tonalità, l’inflessione, la voce, le pause, il ritmo, il timbro, fanno tutti parte dell’evento della p/Parola e della p/Parola che si fa evento. E ben prima dei contenuti, la memoria è segnata da queste dimensioni fondamentali dell’oralità – mediante la quale la (medesima) p/Parola approda a esiti differenziati ai quali non sarebbe mai giunta senza di essa.

L’oralità, dunque, accade come «impatto» e affezione della p/Parola sui vissuti che l’ascoltano come la sua destinazione e il suo stesso destino: essa, quindi, non è mai pura, immune, semplicemente medesima a se stessa; ma viene «alterata» ogni volta di nuuovo dalla risonanza affettiva della destinazione a cui si consegna nell’incontrollabilità dell’oralità. Un’oralità che «impregna» il vissuto che reagisce a essa, dando così forma a uno stile di risonanza corporea che custodisce il colore e il calore della p/Parola che accade.

Ecco, allora, che si apre lo spazio per un allargamento della concezione stessa della testualità cristiana; ed è forse questa una delle ragioni che ha spinto don Sergio a chiedere una sorveglianza particolare affinché l’oralità della p/Parola venisse custodita in questa sua fragilità ed esposizione. Forse si tratta del desiderio di fare del vissuto della comunità di Redona una «testualità» intrascrivibile della parola, della vocalità, del timbro del Vangelo così come è esso risuonato sulla bocca di don Sergio.

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