Incontri colorati

di:

Una Luce esiste in Primavera / Non presente in qualsiasi altro periodo dell’anno / Quando Marzo è a malapena qui / Un Colore sta là fuori / Su Campi Solitari / Che la Scienza non può cogliere / Ma la Natura Umana avvertire (Emily Dickinson).

In questa strana primavera, nel nostro servizio pastorale con persone e gruppi, siamo stati in contatto con la parte più profonda di noi stessi, con le nostre fragilità e vulnerabilità. Sia al telefono, sia sulle varie piattaforme virtuali, attuiamo coscienti dissociazioni mentali in modo da affrontare il dolore, la solitudine e la paura delle persone e dei gruppi che a noi si affidano.

Non facciamo psicoterapia: la possibilità di ricevere ascolto, confronto, contenimento e anche indicazioni sulla gestione emotiva di situazioni di grande sofferenza, è uno spazio che diviene terapeutico. In quest’articolo, il lettore è accompagnato nel colorato spazio psichico e di relazione che cura.

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Variazioni

C’è il bianco di una donna cinese che sta vivendo un lutto sospeso, che sperimenta la chiara incapacità nel gestire i sentimenti di dolore e di disorientamento; un colloquio denso di disperazione e lacrime, di mancanza di riti cristiani dell’addio.

È un momento di vita, scandito da un rituale: con l’accensione di una candela e con la lettura ad alta voce di una poesia all’amato, un ricordo simbolico condiviso con noi, un’occasione di contenimento delle emozioni derivanti dal lutto. E’ un legame così forte e così fragile da andare al di là di questa vita; la consapevolezza di un amore che ha un sapore difficile, di frustrazione (se tu fossi stato qui… – cf.  Gv 11, 21.32). Un Amore che poi vincerà la morte.

Vi è poi un incontro nero, carico di silenzio e di rimpianto per non aver confidato la propria omosessualità al padre, prima che fosse troppo tardi. Un nero che racconta la cronaca delle occasioni mancate, dei luoghi celati, delle parole non dette, delle scelte non condivise e dei progetti non esplicitati. Un nero che rimbomba nel buio nell’anima, nel “cammino nella valle dell’ombra della morte”, nei passi pesanti di questo giovane uomo che ha bisogno di sentire che “Tu sei con me” (Salmi 23:4).

Con la felpa grigia e con il cappuccio tirato sulla testa, c’è un animatore adolescente che si sente in stand-by, che non riesce a spiegare la situazione che sta vivendo, che ha una maschera di sorriso che traspare anche al di là dello schermo. Ci parla mentre cammina e ci accorgiamo che ha gambe impazienti, schiena rigida, mandibola serrata, fronte corrucciata.

Ci dice: «Non riesco a stare fermo, sono sempre inquieto, non dormo, voglio stare in piedi, “barcollo ma non mollo”, insomma… La mia vita senza stare “di ciccia” con gli amici dell’oratorio mi fa schifo». E i suoi occhi diventano grigi come il cielo e plumbei come il mare arrabbiato, in tempesta. Percepisce di non avere potere, di non poter prevedere, agire; si sente indifeso, con una carica energetica dentro che può essere una forza distruttiva o feconda, dipende dalla capacità che ha di gestirla.

All’inizio di ogni percorso può capitare che una persona abbia bisogno di camuffare le proprie fragilità, per dimostrare di avere “tutto sotto controllo”. I nostri colloqui fungono da “titolazione degli elementi”, come in chimica: goccia dopo goccia la paura, la rabbia e l’angoscia possono emergere, permettendo all’individuo di diluire quelle emozioni che prima aveva taciuto, anche a se stesso. C’è bisogno di rinnovare la fiducia poiché «Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati»  (Lc 12,1-7).

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Una videochiamata si tinge di rosso, della Salvezza e del sangue di Gesù, della rabbia trattenuta, taciuta, scivolata fuori attraverso un tono della voce, una parola e uno sguardo più duri, aggressivi, con uno scatto del corpo di questa dottoressa, che ci racconta: «Mi sento la faccia rossa, calda, con una mano stampata sulla guancia. Anche nel nostro policlinico abbiamo preso una sberla in faccia che ci sta facendo fare un esame di realtà. Il nostro Paese non ha protetto noi professionisti sanitari e questo sta facendo crollare il nostro sistema. Medici e infermieri sono i primi a dover preservare la propria salute perché solo così possiamo svolgere i nostri compiti di cura.

Abbiamo perso tre colleghi questo mese: un pugno nello stomaco per il nostro reparto! Un dolore e una rabbia che ora, non riusciamo a vivere, non c’è tempo per fermarci perché il carico di lavoro è divenuto ancora più importante.

Abbiamo bisogno, quando l’emergenza sarà terminata, di ripartire dallo sbaglio di non proteggerci per poter proteggere. Mettere tutti gli operatori e i cittadini in sicurezza deve diventare la prossima priorità, il nuovo valore-guida dell’Italia».

Rabbia e guarigione

Questa dolorosa rabbia rossa è sano che emerga qui, in questo spazio di ascolto, così che possa essere raccontata, metabolizzata e rielaborata poiché, come ci ha raccontato Peter Levin, il trauma non è quello che ci accade, ma è quello che tratteniamo dentro, in assenza di un testimone empatico.

L’incontro di un gruppo si tinge di rosa, di guarigione dalle ferite antiche e di vittoria per una decisione presa: due commosse e sorridenti donne ci annunciano la data della loro unione civile. Quante belle emozioni che ci rapiscono il cuore: le possiamo condividere anche on line, durante il nostro incontro mensile. Pure in questi giorni d’isolamento fisico, possiamo accompagnare le persone sia nelle loro sfide antiche, sia in quelle quotidiane: è un privilegio esserne testimoni.

Velare non è nascondere, ma segnalare una presenza, far notare, sottolineare e, dunque, svelare. Questo episodio ci ha ricordato il telo viola messo sopra Gesù: svela la sua regalità (cf. Marco 15,17). I veli svelano e anche le mascherine…. Suona il campanello. Il parroco va ad aprire: c’è una signora, col velo e la mascherina, ha in mano una borsa: «Abito qui in zona, sono una sarta, e ho fatto delle mascherine anche per voi e per chi ne ha bisogno. Appena ne cucio delle altre ve le porto… è una mia iniziativa… E’ quello che posso fare verso un paese che mi ha accolto con amore. Io e la mia piccola famiglia senza discriminazioni, senza differenze… io sono disponibile ad aiutare nel limite delle mie possibilità, … volevo lasciare questo gesto velato tra me e Dio, voglio chiedere di non nominarmi».

Nello studio dei colori, il viola è il colore della sensibilità, della riflessione e dell’introspezione. Questa donna ha preso coscienza del suo percorso di vita, di com’è stata accolta, ha riflettuto, ri-conosce e passa all’azione, secondo le sue possibilità (principio di realtà) e creatività, trasformando il dono ricevuto in un dono donato, gratuito, senza discriminazioni (la donna islamica dona ad una comunità cristiana), senza chiedere riconoscimenti: una donna consapevole e responsabile, una donna adulta e integrata (in senso psicologico).

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Accompagnamento

Si parla spesso dell’accompagnamento e della cura pastorale associandoli al malessere, dimenticando però cosa segue a quel malessere! Le persone e i gruppi, infatti, arrivano da noi colorati di nero, di grigio, di rosso… ma, nel tempo, si presentano altri colori, come il giallo quando tutto dell’Altro ci sorride.

Sono gli occhi a sorridere, il cuore, ogni cellula del corpo! Ci sono incontri di coppia e di gruppo piacevoli, leggeri e sereni. È proprio vero che, come il sole splende dopo la tempesta, così il giallo splende dopo il cupo delle crisi.

Il giallo è il colore della gioia, della dinamica, dell’autonomia, così come il correre del bambino in un prato di margherite «e i riscattati dall’Eterno torneranno, verranno con canti di gioia a Sion, e un’allegrezza eterna coronerà il loro capo; otterranno letizia, allegrezza, il dolore e il gemito fuggiranno» (Isaia 51,11).

Che senso ha parlare di amore e piacere in un momento di pandemia come quello che stiamo vivendo? Abbiamo bisogno di conservare dentro di noi la curiosità, il piacere di conoscere e la voglia di giocare insieme. Sì, giocare per giocare, fine a se stesso, per fare spazio ai sentimenti, uno spazio che non produca ma che curi, che consenta una traduzione simbolica delle emozioni e una riorganizzazione psichica del nostro universo emotivo. Possiamo avere una gialla disponibilità a lasciarci cambiare dal gioco, per evolvere divertendoci, ritornando «come Bambini» (Matteo 18,1-5).

Le nostre relazioni sociali ci mancano: stiamo verificando cosa l’Altro è per noi, cosa siamo noi per l’Altro e com’è essenziale «l’arte dell’Esserci». Questa forzata assenza ci spinge a dare valore alla Presenza e alla lontananza come Prossimità.

Oltre i nostri meriti e competenze, ci stiamo riscoprendo fragili e bisognosi di attenzioni, gentilezze, vicinanza e affetto: noi siamo la cura, gli uni degli altri.

Le carezze fisiche e virtuali che ci scambiamo vanno dal cervello all’anima e hanno un potere straordinario: continuiamo a guardarci, incoraggiarci e a sorridere! Queste emozioni rivelano il nostro personale valore e il nostro talento: ciò che dimora dentro di noi lo abbiamo accolto, e condiviso con il lettore, nelle diverse sfumature colorate.

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