Lettera ai giovani

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natale

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio (Lc 2,1-7).

Torna la celebrazione del Natale, della nascita di Gesù, del Dio che pianta per sempre la sua tenda nel mezzo delle vicende umane – della nostra personalissima vita, dei nostri desideri, delle nostre fatiche. Torna qualsiasi cosa succeda sulla terra amata da Dio. Non c’è nulla che fermi il Dio di Gesù dal tornare tra noi, da noi. Nulla.

Nel tempo incerto che stiamo vivendo, tra guerre e disagio sociale, tra violenza e paure che crescono, il Suo testardo tornare proprio qui apre una piccola breccia di speranza e di luce. E, forse, è proprio di questa luce tenue, appena percettibile nelle tenebre, che dovremmo imparare a godere in questo Natale.

I gesti del primo accudimento di Maria e Giuseppe sul loro bimbo appena nato sono carichi di una tenerezza più forte di qualsiasi circostanza avversa: “e partorì il figlio suo, il primogenito, e lo fasciò e lo sdraiò in una mangiatoia poiché non c’era posto per loro nel luogo del riposo” (Lc 2,7). La prima e più lieta notizia del Vangelo è proprio questa: non c’è nulla più forte della cura e della tenerezza di cui gli esseri umani sono capaci davanti alla generazione della vita.

Cura e tenerezza che ciascuno di noi ha nelle sue corde, che possono essere praticate anche oggi nella luce della fede a cui la celebrazione del Natale ci invita – con dolcezza e discrezione. La cura e la tenerezza come dono che possiamo fare alla nostra umanità ferita, all’altro chiunque egli o ella sia.

L’accudimento dell’umano nella precarietà, perché non c’è posto nel “luogo del riposo” – nella nostra più esposta fragilità, che le cose del mondo non possono proteggere. Questa è la speranza che questo Natale può accendere in noi, alla quale possiamo liberamente attingere se solo lo desideriamo.

Natale accade fuori dai luoghi comuni della civilizzazione umana, quelli del confort e del benessere, quelli della riuscita e del successo. Natale accade là dove il nostro tempo sa solo parlare di fallimento e produce emarginazione e dolore. Perché non c’è briciola di esistenza umana che non sia cara a Dio. Perché nulla del nostro vivere è irrilevante ai suoi occhi.

Per questo, in Gesù, Dio nasce nella nostra storia e nelle nostre storie fuori dal “luogo del riposo” – dove non c’è posto per Lui. Più che della nostra indifferenza, questo dice della sua passione per l’umano. Più che un atto d’accusa verso una città che vive della propria autosufficienza, questa è una dichiarazione d’amore.

Dove si dice “non c’è posto per voi”, dove questo vi porta lontano da quel luogo per percorrere altre vie e trovare altre dimore, si proclama paradossalmente la lieta notizia del Natale di Dio tra noi.

Quando nella Chiesa “non trovate posto per voi”, quando essa non è capace di ospitare il vostro desiderio di generazione della vita che siete, questa Chiesa perde l’occasione di accogliere e celebrare la gioia del Signore che viene a visitarla. Anche oggi, anche in questo Natale. Nelle nostre chiese e parrocchie si celebra un Natale dove il Dio che nasce al mondo è in realtà fuori di esse – attaccato alle vostre esistenze, per essere accudito nella quotidianità dei vostri giorni.

E noi, della generazione di quelli che ancora credono di poter costringere la venuta di Dio nelle mura di un’istituzione stanca e senza passioni, celebreremo un rito in cui manca il festeggiato – senza neanche accorgercene.

Non preoccupatevi troppo di noi, della nostra incredulità, anche quando ferisce il vostro desiderio di vita e di Dio. Accudite il bimbo che nasce fuori dal “luogo del riposo” con la cura e la tenerezza di cui siete capaci – se ne rallegrerà e ve ne sarà grato, perché senza di esse non sarebbe capace della vita nel mondo.

Il Dio che nasce fuori dal “luogo del riposo” è il Dio di coloro che sentono che non c’è posto per loro in quella Chiesa che vorrebbe accaparrarselo tutto per sé. Ma proprio così come voi siete, siete nel Vangelo del Dio di Gesù – ed è questa la buona notizia per cui dovremmo rallegrarci in questo Natale.

Ma si è già nel Vangelo quando
non se ne può più uscire:
e vi si è ancora quando,
stanati dalle mura della sua Chiesa
per impossibilità a restarvi,
allora il Vangelo ci insegue
come il veltro la preda agognata (Carlo Betocchi).

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