Ho letto il “Liber pastoralis”

di: Andrea Lebra

«È necessario che i pastori diventino esperti in umanità, aggiornando continuamente i loro linguaggi, ma soprattutto imparando, dallo stare con la gente, la lingua della vita, le fatiche della famiglia, la passione civile, l’impegno di volontariato. Il rapporto del pastore con i laici non è opzionale, ma decisivo perché la sua azione pastorale sia feconda, e perché insieme, pastori e laici, diano testimonianza del vangelo incarnato».

È alla luce di questa affermazione[1] che ho letto con interesse il recente Liber pastoralis del vescovo di Novara e vicepresidente della CEI, Franco Giulio Brambilla.

Liber pastoralis: che cos’è?

Che cosa sia o che cosa voglia essere il libro è l’autore stesso a dircelo.

Liber pastoralis

Non un trattato di teologia pastorale, ma una meditazione sapienziale sui capitoli essenziali della cura della vita delle persone[2] per far crescere una comunità credente in grado di essere luogo dell’accoglienza e della trasmissione al mondo del vangelo (p. 6). Alcuni segnavia per annunciare con sorgiva freschezza la gioia del vangelo, sognando un agire pastorale a servizio della vita delle persone focalizzato «sulla testimonianza dei cristiani nell’unità della Chiesa come testimonianza» (p. 239). Un ideale vademecum per snellire una Chiesa obesa e liberarla da molti gravami, così che possa davvero essere e diventare sempre di più una Chiesa in uscita (p. 8), missionaria. Un canovaccio da mettere a disposizione di tutti gli attori della testimonianza cristiana (presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, laici e laiche) per convergere insieme su pochi ma decisivi punti di una regola della comunità (pp. 65-66) che aiuti ad uscire dal chiuso delle sicurezze e dei riti per slanciarsi nel mare aperto di una testimonianza (p. 97) adulta, matura, umile, rispettosa e attraente.

Meditazione sapienziale, segnavia, vademecum, canovaccio, riflessioni maturate sulla soglia del nostro tempo che – come ci ricorda spesso papa Francesco[3] – non è solo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca» (p. 6), che richiede, da un lato, di vivere i problemi non come ostacoli ma come sfide[4] e, dall’altro, di farci carico degli interrogativi che questo cambiamento porta con sé.[5] Ad ogni mutamento epocale occorre concentrarsi sull’essenziale e recuperare la linfa vitale dell’origine» (p. 17): per farlo è necessario far emergere la bellezza invitante del contatto con il vangelo vivo, annunciato con fiducia nella sua nudità.

Perché e per chi è scritto

L’aria di primavera che, grazie allo stile e al contenuto del ministero petrino di Francesco, si sta respirando nella Chiesa è favorevole a far crescere vita nuova (pp. 149-150). Sembra, tuttavia, che oggi, nel vissuto di alcuni cristiani (vescovi, presbiteri e laici – uomini e donne), faccia pericolosamente capolino l’accidia spirituale: una sorta di torpore e di rassegnazione che attraversa parole e gesti fino a narcotizzare le coscienze (p. 9).

Il libro che il vescovo Franco Giulio Brambilla ci regala è scritto proprio per mettere alla porta la devastante tentazione dell’accidia pastorale (p. 10), nonché per neutralizzare l’apatia e la stanchezza che «minano come un mal sottile la fatica del ministero pastorale» (p. 240). Fermamente convinto che nessuno nella Chiesa possa sottrarsi al soffio dello Spirito che aleggia sul nostro tempo (p. 150), l’autore sottolinea che, «per rimediare alla malattia mortale dell’accidia pastorale, bisogna prendere la decisione di restare responsabili di fronte al tempo presente», assumendo «un atteggiamento di cristiana fierezza di fronte alle sfide attuali», nella certezza «che lo Spirito del Signore guida ancor oggi la sua Chiesa » (p. 240).

Sognare in grande (p. 149) come grandi sono i pensieri di Dio, pensare coralmente e collaborare alla gioia del vangelo (p. 8) promuovendo ad ogni livello della vita ecclesiale una giusta sinodalità:[6] è lo stile richiesto a tutti i soggetti dell’agire pastorale della Chiesa, dai ministri ordinati, ai consacrati e consacrate, ai laici (uomini e donne). Questi ultimi, da generosi e onesti «collaboratori dell’apostolato gerarchico», devono diventare sempre di più soggetti corresponsabili (pp. 67-68) nella testimonianza e nella trasmissione del vangelo.

Il libro, strutturato in venti capitoli che a volte richiedono impegno serio nella relativa lettura a motivo del linguaggio non sempre piano, è scritto per il popolo di Dio, il vero, originario e fondamentale soggetto della missione della Chiesa «nella differenza e complementarietà di carismi, ministeri e missioni» (p.11).

La testimonianza dei cristiani e la Chiesa come testimonianza

Nei primi cinque capitoli sono tratteggiati sfondo e quadro dell’azione pastorale della Chiesa di oggi che, come la Chiesa degli apostoli, «richiede l’armonia di molti, la passione di tutti, la sapienza degli anziani, la solidità degli adulti, la fresca energia dei giovani» (pp. 150-151). «Prima delle diverse figure – vescovi, preti, consacrati, laici, uomini e donne –, c’è un punto che ci unisce e precede tutti: siamo discepoli dell’unico Signore che abbiamo incontrato come la Parola che è e che dà vita» (p. 121). L’idea di fondo è riassumibile nella seguente affermazione: la fede cristiana richiede oggi il volto riconoscibile della testimonianza adulta e matura di tutto il popolo di Dio che – come ricorda il testo programmatico di Lumen gentium n. 9 – ha per capo Cristo, per condizione la dignità e la libertà di figli e figlie di Dio, per legge il precetto dell’amore, per fine il regno di Dio.

Di conseguenza, la cura pastorale della vita delle persone dovrebbe avere «il suo cuore nella custodia della testimonianza dei cristiani e della Chiesa come testimonianza» (p. 43). Espressione dal tono vagamente criptico che mi sembra si possa tradurre così: obiettivo fondamentale della cura pastorale della vita delle persone è quello di plasmare credenti a tutto tondo in grado di assumere, mediante la testimonianza di vita e la prassi di carità, il decisivo compito di trasmettere, come singoli ma anche come membri della Chiesa , il vangelo del regno annunciato da Gesù ai poveri, ai peccatori e a quanti giacciono sotto il dominio del male, rendendolo udibile, vero e affascinante per gli uomini e le donne di oggi. Di qui la necessità di «un corale impegno a promuovere la qualità ecclesiale della fede» (p. 69).

Con la decisa valorizzazione di stile e strumenti realmente sinodali – a partire dalle strutture quotidiane della Chiesa locale, come i consigli pastorali parrocchiali (p. 34) – la categoria della «testimonianza dei cristiani e della Chiesa come testimonianza» potrebbe/dovrebbe far superare «le artificiose distinzioni della missione della Chiesa ad intra e ad extra, magari riservando l’una ai chierici e l’altra ai laici» (p. 43). Una separazione che dura da un millennio, da quando cioè il Decretum Gratiani ha inventato i duo genera christianorum. E che è ancora ampiamente rappresentata nelle assemblee cristiane – non solo liturgiche – che vedono per lo più schierati da una parte i chierici (tutti rigorosamente maschi) in atteggiamento docente e dall’altro i laici – uomini e donne – in atteggiamento perennemente discente.

Cinque le specificità di questa testimonianza:

a) si alimenta di ascolto della Parola e di preghiera personale e liturgica;
b) si traduce in una spiritualità robusta che fa crescere una vita nello Spirito in grado di «colorare» tutte le condizioni reali di vita;
c) ha un particolare riguardo alla formazione della coscienza morale e alla vita pratica della fede che si misura nella sfida della carità;
d) si traduce nella capacità di dire una parola e di porre gesti e iniziative forti nei confronti di tutto ciò che ferisce e viola la dignità umana;
e) sa confrontarsi e dialogare con altre concezioni culturali e religiose presenti in modo sempre più diffuso nel contesto socio-culturale tardo-moderno e secolarizzato in cui ci troviamo (pp. 46-51).

Parola, sacramenti e carità: non separabili

Nei capitoli, dal 6 all’11, sono illustrate, in una prospettiva di complementarietà e di armonia, la pratiche dell’azione pastorale della Chiesa d’oggi, secondo la trilogia «annuncio, celebrazione e carità».

Poiché l’intima natura di ogni comunità cristiana si esprime nei tre compiti fondamentali dell’annuncio e dell’ascolto della Parola, della preghiera e della celebrazione dei sacramenti, dell’esercizio e della testimonianza della carità, è fondamentale superare le schizofrenie, al riguardo, tanto diffuse (p. 124) nelle nostre comunità. I tre compiti si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro. «In ogni vocazione cristiana – come in ogni missione dei gruppi, delle associazioni, della Chiesa stessa – è necessario mantenere l’armonia tra l’indicazione profetica e la realizzazione storica, tra il momento in cui si riconosce la priorità e l’assolutezza di Dio nel culto e nella contemplazione orante e il momento in cui questa assolutezza si fa carne e storia nel riconoscimento dell’altro» e «nella pratica della giustizia e della carità» (p. 135).

«All’inizio dell’agire pastorale sta la Parola, creatrice e salutare, prima di tutte le sue forme pratiche (evangelizzazione e sacramenti). L’agire pastorale della Chiesa , dei credenti con i loro pastori, sta sotto la sovranità della Parola, mette al centro il vangelo di Gesù» (p. 76). Ne consegue che un’azione pastorale che non custodisse, non promuovesse e non esigesse un largo e abbondante accesso alla Parola letta, meditata e pregata, «si condannerebbe alla sterilità delle chiacchiere e alla babele dei linguaggi» (p. 77).

Quanto ai sacramenti, la relativa celebrazione, che promuove e valorizza la partecipazione del popolo di Dio (p. 108), deve essere armonica, sobria, curata, serena, pacata. Da evitare le celebrazioni ripetitive e scialbe (p. 114) e da superare il raggelante anonimato delle nostre assemblee che dovrebbero sempre «rappresentare i molti ministeri che operano nella parrocchia» (p. 115).

Parola e sacramenti prendono corpo in uno stile di vita fraterna e sororale e nel servizio ai poveri. Domanda: «per come vive la sua fede, l’annuncio, la celebrazione, la guida delle comunità, la gestione delle sue risorse e dei suoi beni, la Chiesa si lascia ancora inquietare dai poveri?» (p. 129). «Per la carità si esige coralità, gioco di squadra, investimento comune, convergenza di forza, unità di risorse. Ma soprattutto ci è chiesto di stare con i poveri, o meglio di farli abitare presso di noi, nel senso che non può esistere una Chiesa dalla doppia vita – quella dell’efficienza, delle megastrutture e dei progetti faraonici e quella che poi dà una mano agli altri» (p. 139).

Rivisitazione di alcuni temi del servizio pastorale

I capitoli dal 12 al 20 propongono una rivisitazione di alcuni temi del servizio pastorale di particolare rilevanza – dall’iniziazione cristiana alla pastorale giovanile e alla confessione, dal matrimonio alla pastorale familiare e alla benedizione delle famiglie, dalla visita agli ammalati alla celebrazione del funerale – che fanno emergere la specificità del ministero presbiterale, nella rinnovata consapevolezza che esso debba collocarsi in una comprensione essenzialmente sinodale della Chiesa , dove tutti – vescovi, presbiteri e religiosi/e, laici e laiche –, avendo qualcosa da imparare, stanno gli uni in ascolto degli altri e tutti in ascolto dello Spirito Santo.[7]

Urgente la promozione di una pastorale integrata. «Bisogna che tutti i soggetti siano capaci di ascoltare, immaginare, pensare e agire insieme: l’annuncio deve aprirsi al sacramento, la liturgia deve alimentarsi all’evangelizzazione, annuncio e celebrazione devono edificare la comunione e la carità, la vita cristiana non può non aprirsi al mondo. C’è un’immanenza reciproca di annuncio, sacramento e carità, che ne fa un sistema a vasi comunicanti, perché nell’uno deve circolare la linfa vitale dell’altro» (p. 147).

Franco Giulio Brambilla, Liber pastoralis, Queriniana, Brescia 2017, pp. 248, € 14,50.


[1] Franco Giulio Brambilla, Liber pastoralis, Editrice Queriniana, Brescia 2017, pp. 144-145.
[2] Mi prendo la libertà di modificare in “cura pastorale della vita delle persone” il sintagma “cura animarum” (cura d’anime) che ricorre ventotto volte nel libro e che a me proprio non piace, dal momento che l’essere umano, oggetto di cura pastorale, non è un’anima ma una persona.
[3] Discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (28 gennaio 2017); discorso alla Conferenza episcopale italiana (16 maggio 2016); intervista a Il Messaggero (29 giugno 2014); discorso in occasione dell’incontro con il mondo della cultura (Cagliari, 22 settembre 2013); discorso all’episcopato brasiliano (Rio de Janeiro, 27 luglio 2013); discorso ai vescovi responsabili del CELAM (Rio de Janeiro, 28 luglio 2013).
[4] Discorso ai partecipanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana (Firenze, 10 novembre 2015).
[5] Discorso in occasione della veglia di preghiera in preparazione al sinodo sulla famiglia (4 ottobre 2014).
[6] Come da raccomandazione di Francesco nel discorso del 26 gennaio 2016 ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la dottrina della fede.
[7] Come auspicato da papa Francesco nel discorso del 17 ottobre 2015, commemorando il 50° anniversario dell’istituzione del sinodo dei vescovi.

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