Il monito di Francesco per l’AC

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Il discorso rivolto da papa Francesco ai soci dell’AC (Azione cattolica) domenica scorsa in Piazza San Pietro, in occasone del 150° anniversario, offre alla nostra attenzione un che di singolare, specialmente se lo si rapporta all’incontro con i giornalisti dopo il viaggio in Egitto. Un filo rosso ha unito i due momenti: quanto proposto e sviluppato ai soci di AC era stato anticipato e accennato nella conferenza del volo di ritorno.

Il riferimento è all’utilità e alla forma di un possibile impegno politico per i cattolici. Un tema che, nel senso moderno del termine, è vecchio almeno quanto l’AC. Ma andiamo con ordine.

papa Francesco ai soci dell’AC

Una Chiesa “laica”

L’attacco del ragionamento di papa Francesco è di una portata che ben si sposa con il suo essere pontefice. Subito si fa menzione del “sogno” ispiratore di questo antico e importante movimento laicale, sorto per mano di Mario Fani e Giovanni Acquaderni, che è anche “strumento” utile a Francesco per confessare una certa familiarità con il gruppo.

Qui si apre lo scenario teologico entro cui elaborare la prima osservazione: questo è un papato che ospita in sé della laicità cristiana, felice espressione di una presa di coscienza ecclesiale che trova nella “figliolanza conciliare” del pontefice un argomento inaggirabile.

L’orizzonte è quello di un “apprendimento” che in Francesco trova non soltanto un sostenitore audace e convinto, ma prima di tutto l’artefice di una sterzata nei rapporti tra clero e laicato, dunque il protagonista di una spazialità nuova nella quale inaugurare interessati percorsi di orientamento teologico. Se, alla maniera di Francesco, la Chiesa vuol essere ponte e porsi “in uscita”, è precisamente alla vocazione laicale che deve guardare per alimentare ciò che, al momento, sembra non essere sufficientemente “universale”, e cioè il carattere proprio di uno stato di vita ordinato per vocazione specifica alle realtà temporali (cf. LG 31).

Non sembra azzardato, in questa sede, avanzare l’immagine di una “Chiesa laica” che ripensi le proprie modalità relazionali, lo faccia in forza di una qualità che le è data per costituzione evangelica e recuperi ogni ambito a lei consono riconfigurandosi in densità missionaria (cf. LG 33).

L’esempio più diretto ci viene dalle metafore ecclesiologiche di Francesco, di per sé operanti in un campo più specificamente laicale (cf. “ospedale da campo”) che non in uno dall’evidente carattere clericale.

Il discorso è proceduto attestandosi sulla storia che ha condotto l’associazione fino ai giorni nostri. Il papa ha ripercorso il passato qualificandolo come impegno primo dal quale far discendere le attività e le responsabilità dei movimenti ecclesiali come l’AC davanti alle sfide dell’oggi.

Anche nel ricordo, le sue parole sono risuonate distintamente come accompagnate da un obiettivo duplice e simmetrico: la corrispondenza tra “azione” e “passione”, insieme con l’effetto dello “slancio” dovuto ad un passato degno di memoria.

La questione è anche qui teologica e si intreccia con la storia dei movimenti cattolici sorti prima e dopo il Vaticano II. Da Francesco è giunto l’appello a una dinamicità che reinnesta i movimenti in generale, ma l’AC nel particolare, nel solco della teologia conciliare, respingendo quelle visioni “nostalgiche” di un’epoca ideale sempre più tradita e sfigurata.

Il fatto è che la compromissione delle realtà ecclesiali è possibile, ma se ciò accade è perché esigenze contingenti, che danno più volte luogo a sguardi pastorali affrettati, favoriscono una “deformazione” di specifiche vocazioni, inclusa quella laicale.

Fede e cittadinanza

Il Concilio, dunque, è ancora punto di partenza. Portatore di un contributo fondamentale nella comprensione di questo papato, lo ha ispirato in occasioni diverse. Non a caso Jorge Mario Bergoglio è potuto tornare sul ruolo dei laici e ne ha definito la missione in termini di membri effettivi della Chiesa (cf. anche LG 33). Un indicatore, questo, dell’allontanamento da prospettive militanti e del consolidamento di un modello sinodale.

La consegna di Francesco all’AC è un’esperienza apostolica “radicata” e “aperta”. Centrata sui soggetti, sensibile ad essi, con meno prolissità.

Il discorso non ha tralasciato effettivamente neppure il rischio dell’autoconservazione, in sostituzione della quale Francesco prevede l’annuncio del Vangelo come “incarnazione” e “semina” dei suoi valori originali. E qui giunge un monito: il papa caldeggia l’impegno politico e lo propone ai membri di AC, dove evidente è la distanza rispetto ad una figura diversa di impegno della quale Francesco ha parlato in conferenza stampa.

L’argomento teologico, a questo punto, si allarga fino a comprendere i rapporti tra fede e cittadinanza, tra ecclesiale e civile, tra identità e appartenenza.

Questa possibilità di riflessione è amplissima e richiede non meno di un “abbraccio complesso”, che includa le sfumature e ne sperimenti il modus applicativo. Di certo c’è che i rapporti non sono da intendersi in luce dualista, come contrapposizione di un’ideologia, divenuta tale a posteriori, ad un’altra, possibile anche a priori, entrambe in combutta o in concorrenza dinanzi al mondo che cambia.

Nessun “partito unico”, dunque: adesso è il momento della «passione educativa» e della «partecipazione al confronto culturale». In questo modo – è la convinzione di Francesco – si è Chiesa con la forza dello Spirito.

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