Oratori in (libera) uscita

di: Roberto Mauri

oratorio

Gli oratori sono vivi e vitali, restando per molte realtà ecclesiali un punto di riferimento ed un perno della pastorale giovanile parrocchiale. Quella degli oratori tuttavia è una presenza sempre più faticosa, appesantita da una tradizione solida ma difficile da trasmettere e disorientata dalle trasformazioni sociali e culturali, come pure dalle rotture avvenute con le giovani generazioni in ambito pastorale.

Il «mito fondativo» (Bressan) alla base dell’intuizione educativa dell’oratorio – identità cristiana, giovani, pedagogia – non sembra più reggere alla prova dei fatti.

Non facciamoci ingannare o illudere dal successo di singole iniziative come l’oratorio estivo, che riempie per qualche settimana l’oratorio di moltissimi bambini e ragazzi, accompagnati da nuove infornate di animatori adolescenti. Sono più simili a un gran bel temporale estivo che rinfresca e disseta, capace di emozionare con i suoi lampi, tuoni, scrosci e arcobaleni, ma lascia poche tracce, rischiando di rendere stagionale una proposta educativa pensata per l’intero anno. Così pure, se è vero oltre l’80% partecipa in modo regolare alla vita e alle altre iniziative oratoriane.

Al rischio della stagionalità si aggiunge quello di essere percepito come erogatore di servizi ecclesiali settoriali a bassa soglia piuttosto che punto di riferimento educativo globale. Per non parlare della sostanziale scomparsa dei giovani, originariamente al centro delle attenzioni dei «padri fondatori» dell’oratorio, la cui presenza è oggi stimata intorno al 2% (dato Ipsos).

Riflettere su come l’oratorio sia cambiato e stia cambiando è oltremodo vitale per tutti coloro che hanno a cuore il far germogliare il seme di una fede adulta seminandolo nel terreno dell’infanzia e adolescenza.

Per raccogliere questa sfida occorre attivare un serio accompagnamento, che parta dalla condivisione senza reticenze della situazione, ne rilegga con nuove chiavi interpretative le cause, gli effetti, le connessioni e significati, operi un adeguato discernimento ed elabori nuovi linguaggi e prassi pastorali.

Un percorso di nuova visione e «conversione» che – come per i discepoli di Emmaus – faccia ardere il cuore di responsabili ed educatori e li sproni a «rimettersi in gioco», ripercorrendo al contrario nonostante la poca luce la strada per Gerusalemme.

Si tratta di cambiare paradigma pastorale, «rimettersi in discussione» non solo come persone ma come oratorio nel suo insieme, andare oltre il semplice «ripartire meglio». Il motivo è semplice nella sua evidente crudezza: il mondo (e quello dei giovani in particolare) va più veloce dell’oratorio, perché va in direzioni diverse da quelle indicate dall’oratorio, perché l’estate è solo una delle quattro stagioni educative, perché il distacco tra le intenzioni e i risultati aumenta.

Mentre molte realtà oratoriane stanno ancora faticosamente uscendo dai problemi organizzativo-pastorali che hanno caratterizzato questi ultimi quindici anni (calo dei sacerdoti, convivenza plurigenerazionale…), ecco comparire nuove difficili sfide che ne mettono a rischio addirittura l’identità, prime fra tutte il crescente cosmopolitismo etnico-culturale-religioso dei nuovi frequentanti (ragazzi e famiglie) e la fragile/incerta appartenenza ecclesiale degli educatori (tipica la «obiezione di coscienza» alla Messa).

Collegare il «polo ideale» (credere) con il «polo operativo» (fare) saltando i livelli intermedi della visione (discernere) e della progettualità (scegliere) finisce il più delle volte per produrre un corto circuito educativo-pastorale, che brucia risorse, collaboratori, vocazioni.

Ecco dunque cosa significa e perché è decisivo voler «rimettersi in gioco»: è necessario evitare scorciatoie, aggiornare la visione, sviluppare competenze progettuali e alleanze in rete. Per gli oratori, si tratta di integrare la loro vocazione «inclusiva», derivante dalla loro radice autenticamente popolare, con una nuova vocazione «missionaria», ovvero saper essere «oratorio in uscita», comunità educante che prende l’iniziativa, si coinvolge, accompagna, fruttifica e festeggia, secondo quanto indicato nella Evangelii gaudium.

Non si tratta di rendere l’oratorio ancora più flessibile (cosa in cui esso riesce bene da sempre) ma di cambiare rotta e priorità: non più perimetro adattabile ma sistema originale di relazioni tra le persone. L’«oratorio in uscita» dà priorità al tempo più che allo spazio, ovvero si occupa di «iniziare processi più che di possedere spazi» (EG).

«Rimettersi in gioco» vuol dire cambiare regole e schemi di gioco della proposta oratoriana, in modo da creare un percorso virtuoso che leghi e valorizzi tutti i livelli: missione, visione, progetto, organizzazione.

Ecco alcune piste di lavoro da cui partire, in cui attivare un percorso di accompagnamento, per raccogliere le nuove sfide educativo-pastorali:

  • rinnovare l’immaginario oratoriano, per narrare l’oratorio e l’esperienza oratoriana in modo nuovo e aggiornato;
  • nei confronti degli stranieri, passare da un approccio basato sulla accoglienza ad uno centrato sulla ospitalità;
  • rileggere il semplice fare attività sportiva in oratorio in termini di autentica pastorale sportiva.

In questo sfidante scenario, l’aspetto più preoccupante è la modesta capacità degli oratori di elaborare progetti educativi. Sembra paradossale ma è così: ancora oggi il 70% degli oratori non ha un progetto educativo e il tempo medio di aggiornamento per chi ne ha uno è di cinque anni (dato Ipsos). Lacune gravi se si pensa alle trasformazioni del mondo giovanile negli ultimi anni, soprattutto sul versante dei linguaggi e modalità comunicative, internet e social media su tutti.

Ma soprattutto occorre investire con sapienza e tenacia nella nuova formazione dei nuovi responsabili. Perché oggi più che mai l’oratorio è chiamato a raccogliere l’invito di papa Francesco a «non accontentarsi di un pareggio mediocre».

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