Briciole di grazia: pastorale con persone omosessuali /1

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Mi è stata chiesta una parola sulla pastorale con le persone omosessuali, almeno secondo la mia prospettiva, che è quella di un accompagnatore spirituale che incontra e accompagna persone concrete, storie di vita, vissuti (per ora preferisco non allargare l’ambito a tutte le persone LGBT: il discorso si farebbe molto più complesso). Ritengo che cercar d’essere segno concreto – uno dei tanti – della cura della Chiesa per le persone con orientamento omosessuale che cercano di vivere un cammino di vita cristiana, per tanti motivi sia una questione di frontiera.

«Intrinsecamente disordinati»

Un primo motivo riguarda la particolare condizione delle persone con orientamento omosessuale all’interno della Chiesa; una condizione definita da un unico punto di visuale: gli atti omosessuali. Questi sono ritenuti «intrinsecamente disordinati» per i motivi che ben sappiamo (mancanza della complementarietà psico-fisica uomo/donna; intrinseca impossibilità procreativa).

A partire dagli atti viene definita anche l’inclinazione omosessuale: pur non essendo moralmente imputabile (questo è chiaro), viene detta oggettivamente disordinata proprio perché «inclina» (come un piano inclinato che fa scivolare in basso) a compiere gli atti omosessuali. Questa definizione non vuole essere un’affermazione scientifica, ma di carattere teologico-morale; infatti la Chiesa riconosce alle scienze umane il compito di individuare – nel loro ambito – la natura propria di questa condizione.

Questo è il motivo per cui i documenti del Magistero sull’omosessualità preferiscono ordinariamente usare il termine «inclinazione», «tendenza», «attrazione»: termini che evocano un’esigenza ascetica e quindi un nesso con la morale sessuale, ma non si impegnano dal punto di vista scientifico. La scienza usa piuttosto il termine «orientamento (omo)sessuale» indicando un orizzonte antropologico molto più complesso e articolato, che tocca in profondità l’identità personale nelle sue dimensioni fondamentali. Questo orizzonte antropologico più complesso non è intercettato dal Magistero della Chiesa.

L’orizzonte vocazionale che si chiude

A partire da questa visione particolare della condizione omosessuale (un problema morale che riguarda atti contro il sesto comandamento, come ci ricorda il Catechismo), la Chiesa delinea le opportunità «vocazionali» per le persone con questo orientamento e, quindi, le possibilità reali della loro integrazione nella comunità cristiana.

Le persone con orientamento eterosessuale trovano nella Chiesa una vasta possibilità di scelte vocazionali: matrimoniale, sacerdotale (maschi), religiosa e, certo, anche single (cf. Christus vivit n. 267); per le persone omosessuali l’unica prospettiva vocazionale benvenuta nella Chiesa è quella dei single, e non per scelta. Certo, il documento della Congregazione per l’educazione cattolica del 2005 che vieta l’ammissione al Seminario e agli ordini sacri, tra gli altri, anche a coloro che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate, esula per un attimo dal campo strettamente morale per fare affermazioni di carattere socio-psicologico: «Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne» (e qui si parla anche di coloro che non mettono in atto la loro tendenza).

Un’affermazione, questa del documento vaticano, che probabilmente riflette esperienze particolari, ma che di per sé non trova riscontro scientifico. Tuttavia questa affermazione, presa in senso estensivo, motiva anche le difficoltà di ammissione alla vita religiosa maschile e femminile; o le riserve nell’affidare esplicitamente responsabilità educative (nella fede o meno) a persone con orientamento omosessuale, anche se caste.

In questo modo le persone con orientamento omosessuale si trovano nell’impossibilità di accedere ad alcune significative esperienze vocazionali, potendo vivere solo quella battesimale e in senso peculiare; come accade per tanti altri cristiani in varie condizioni. Solo che le persone omosessuali, a differenza di questi ultimi, non sono oggetto di esclusione per motivi patologici (l’omosessualità non è una patologia), o per spiacevoli eventi esterni, o per libere scelte moralmente problematiche (come ad esempio i divorziati in seconda unione). Ciò che motiva l’esclusione è qualcosa che psicologicamente appartiene all’identità profonda della persona: l’orientamento omosessuale in sé; ma che, dal punto di vista morale, è ritenuto oggettivamente disordinato pur non essendo imputabile.

Una difficile maturità spirituale

Dal punto di vista pastorale, come si può immaginare, questo comporta delle difficoltà. Si tratta di accompagnare nella vita e nella comunità cristiana persone che hanno una prospettiva vocazionale molto limitata; e che sono invitate a vivere in castità/astinenza perpetua non per libera scelta.

Inoltre, sapere che il proprio orientamento sessuale – che dal punto di vista psicologico inerisce all’identità personale – viene definito dalla Chiesa «oggettivamente disordinato», facilmente porta la persona ad un giudizio radicalmente negativo su tutta se stessa.

Questo spinge le persone omosessuali a rimanere invisibili nelle famiglie e nelle comunità cristiane; come se non esistessero, anonime. Sia per non dover palesare questa identità che a loro appare impresentabile; sia perché la stessa comunità – che neanche riesce a nominarla – mostra profondo imbarazzo di fronte all’omosessualità. Per queste persone ne segue un enorme dispendio di energie nel nascondersi e nell’autocontrollo.

Accompagnare persone con prospettive esistenziali di questo tipo, quindi, significa doversi aspettare l’insorgere di nevrosi e la necessità di accompagnamenti terapeutici. Inoltre, sarà difficile accompagnare a una maturità spirituale, perché la persona rimarrà facilmente bloccata in una dinamica penitenziale, a volte ossessiva, dominata dal senso di colpa per non riuscire a controllare i pensieri, i sentimenti o le azioni omosessuali, non integrati in un carisma.

In una prospettiva di spiritualità ignaziana sarà molto difficile per queste persone entrare in dinamiche di Seconda Settimana; potrebbero vivere momenti di grazia particolare di Terza Settimana nel poter unire la loro sofferenza con il mistero della croce di Cristo (come suggerisce il Catechismo); ma rimarrebbe lontana la possibilità di condividere la gioia del Risorto.

«Briciole di grazia»

Come operatore pastorale, è di fronte ad esperienze di vite sofferte come queste che mi ritrovo nell’atteggiamento della donna Cananea, che chiede a Gesù di poter liberare la figlia da un demonio (cf. Mt 15,21-28). Non certo dal «demonio» dell’omosessualità (che non esiste); ma dal demone della desolazione, del senso di colpa ossessivo, e della tentazione di suicidio. In questo non posso che sentirmi solidale col dolore dei genitori di questi figli.

Ma Gesù risponde alla donna che la condizione «pagana» non rientra nel piano provvidente di Dio, e quindi lui non ha il potere di concedere la grazia riservata ai figli d’Israele. Analogamente noi ci sentiamo ripetere che l’orientamento omosessuale non rientra nell’ordine della creazione di Dio, con tutte le conseguenze del caso. Ed è a questo punto che, resistendo alla tentazione di accusare la Chiesa di insensibilità o di abbandonarci alla disperazione, cerchiamo delle briciole di grazia cadute dalla tavola dei figli eletti, da poter condividere con questi nostri «figli minori».

Certo, nei documenti del Magistero le briciole si trovano; come il n. 150 del Documento finale del Sinodo dei giovani che, riferendosi in modo esplicito ai giovani omosessuali, afferma: «Le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità […] integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé».

Parole molto belle, ma che ancora non risolvono il nodo vocazionale, se non nel solo senso battesimale. Altre briciole le troviamo nell’atteggiamento pastorale suggerito nel cap. 8 di Amoris laetitia: «Accompagnare, Discernere e Integrare la fragilità»; ma l’ultimo Responsum – al di là della questione delle benedizioni, molto secondaria – sembra allontanare le aperture pastorali di questa esortazione apostolica. Eppure, devo riconoscere che proprio l’ultimo Responsum sembra offrire altre briciole importanti.

A proposito del recente «Responsum»

Circa le unioni tra persone dello stesso sesso viene riconosciuta «la presenza in tali relazioni di elementi positivi, che in sé sono pur da apprezzare e valorizzare». A memoria, non ricordo nessun documento vaticano che riconosca esplicitamente elementi positivi nelle unioni tra persone dello stesso sesso.

E poi il Responsum «non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale»: forse è proprio una briciola, ma è la prima volta che in questi documenti vedo l’espressione «inclinazione omosessuale» associata a una «benedizione»; piuttosto eravamo abituati a vederla seguire dalle solite parole: «oggettivamente disordinata».

Insomma, ho l’impressione che – come operatori pastorali – ci ritroviamo ancora in una situazione analoga ad un altro genitore, anzi, un promesso sposo (cf. Mt 1,18-25): Giuseppe che, messo alle strette da una legge che prevedeva la morte dell’adultera (cf. Patris corde nota 14), tenta di salvare Maria cercando nelle pieghe della legge delle briciole di speranza, e scova la soluzione di licenziarla in segreto, anche se questo non risarcisce il danno al suo buon nome.

Ma sono proprio storie come queste – Giuseppe, la Cananea e altre – che con la loro fede robusta permettono a Dio di oltrepassare la frontiera! E si scoprono possibilità e opportunità nuove che solo la fantasia di Dio sa creare: il mistero dell’Incarnazione, per Giuseppe; l’integrazione dei pagani alla tavola dei figli, per la Cananea. Cosa suggerisce di nuovo alla pastorale con credenti omosessuali tutto questo? Forse a un prossimo articolo…

  • P. Pino Piva, gesuita, vive presso il Centro di spiritualità ignaziana «Villa San Giuseppe» di Bologna e si occupa di Esercizi spirituali, accompagnamento, e formazione. In questo ambito, anche di spiritualità dalle frontiere.
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Un commento

  1. Giovanni Di Simone 8 aprile 2021

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