Perù: 200 anni di indipendenza

di: Carlos Castillo Mattasoglio

Il Perù celebra fra due anni il bicentenario della sua indipendenza, proclamata il 21 luglio 1821. In vista di questo importante appuntamento, il 28 luglio scorso è stata celebrata nella cattedrale di Lima una solenne messa di Te Deum, presenti tutte le autorità politiche, civili e religiose del paese. La celebrazione è stata presieduta dall’arcivescovo di Lima Carlos Castillo Mattasoglio, il quale nell’omelia – che qui sotto riportiamo – ha parlato dei grandi problemi che attualmente affliggono il paese, in particolare la corruzione, e ha invitato tutti a riflettere e a lavorare insieme per far crescere la democrazia, creando nuovi vincoli di solidarietà e di amore verso tutti e verso tutte. E ha sottolineato l’importanza che hanno la fede in questo processo di rinnovamento e la Chiesa per costruire una nazione che riconosca il suo valore e la sua dignità.

Ecc.mo signor Presidente della Repubblica, ing. Martin Vizcarra Cornejo

Sig.ra Prima Donna della nazione, Maribel Díaz de Vizcarra

Sig. Presidente del potere legislativo, Pedro Olaechea Álvarez-Calderón

Signori congressisti

Sig. Presidente del potere giudiziario, dr. José Luis Lecaros Cornejo

Sigg. Ministri e Ministre dello Stato

Sig. sindaco della città di Lima, Jorge Muñoz Wells

Sig. nunzio apostolico Nicola Girasoli

Sigg. ambasciatori e ambasciatrici

Ecc.mi signori vescovi concelebranti

Sigg. membri del Capitolo della cattedrale

Illustri autorità civili, politiche, militari e di polizia.

Fratelli e sorelle,

a due anni dal bicentenario della nostra indipendenza nazionale, oggi ci riuniamo per celebrarla, ricordando gli uomini e le donne che l’hanno costruita, per ringraziarli e lodare Dio per averci aiutato a compiere un passo cruciale della nostra libertà. Oggi è indispensabile rivolgere un appello a tutti i peruviani per poter insieme disporci a rendere la nostra libertà più responsabile, matura e socialmente efficace.

Indipendenza

Nel testo che abbiamo letto, il profeta Isaia ricordava la liberazione all’epoca dei re dell’Antico Testamento. Era paragonata a una grande luce che sorge in mezzo a un percorso di ombre, una luce che è anche un’immensa gioia simile all’abbondanza del raccolto.

Nella Bibbia, Dio ravvivava la speranza del suo popolo e ogni volta che voleva intervenire con decisione nella sua storia faceva nascere un bambino, chiamato a governare con saggezza, giustizia e pace per il suo popolo. Così anche Gesù di Nazaret fu ed è per l’umanità.

La pace non era, e non è, una situazione statica ma, partendo dall’ispirazione divina del re, suscita un dinamismo saggio e pacificatore che si genera giorno dopo giorno attuando la giustizia e il diritto. Inoltre, si concretizza in soluzioni efficaci, capaci di migliorare le situazioni complesse e ingiuste, per ottenere una pace sostenibile e illimitata.

Isaia ci invita a guardare alla nostra storia, perché anche il nostro popolo ha visto la luce in mezzo a tanti momenti oscuri. Anche se a volte tardava, la luce cominciò a intravedersi come alla fine di un tunnel. Non è stato forse così quando, durante e dopo secoli di dominazione e di oppressione, noi peruviani riuscimmo ad affermare l’indipendenza che oggi celebriamo?

Guardare alla storia

E nel presente ancora vicino non è stato così quando, dopo tanti errori, un piccolo ma intelligente gruppo di peruviani riuscì a sconfiggere il terrorismo senza sparare un solo colpo? Non è stato così anche quando tutti siamo riusciti a ricuperare la democrazia, oggi così bisognosa di rafforzarsi? Non è così anche ora, quando la corruzione ci invade, i nostri giovani cittadini mostrano il loro sdegno scendendo nelle strade per far sì che si scopra la verità attraverso indagini imparziali? Non è così anche di fronte ai maltrattamenti e agli abusi che la nostra gente esprime in modo massiccio la propria indignazione nella difesa di tutte le vite e la vita di tutti e di tutte?

Non è forse così anche quando accade una catastrofe e tutti ci uniamo per venire in soccorso? E non è forse così anche quando i nostri atleti si prodigano per darci la gioia, oggi nei giochi panamericani e di recente come vicecampioni dell’America?

Ma oggi il nostro paese vive ancora tempi di oscurità, che derivano da una corruzione che raggiunge le più alte autorità e i gruppi del potere nazionale. Per questo papa Francesco chiedeva: «Che succede in Perù dove, ogni volta che uno lascia la presidenza, viene messo in prigione?». Oggi non possiamo celebrare senza domandarci tutti, profondamente, che cosa avviene nella dirigenza nazionale e nei gruppi coinvolti. E cosa succede a noi peruviani che li abbiamo scelti e ci lasciamo guidare da loro.

Indipendenza

Questa situazione ha suscitato una sfiducia nelle istituzioni (Chiese comprese) che sta crescendo, mentre l’interesse particolare aumenta senza sosta, ignorando il bene comune. Per questo ci è difficile vedere una luce. Ed è per questo anche che siamo sfidati a trasformare questa critica situazione in una finestra di opportunità.

È indispensabile che tutti i nostri attuali leader abbiano – e abbiamo – la capacità di mettere il Perù al di sopra dei propri interessi, compresi quelli legittimi. E la nostra società civile, e indubbiamente la Chiesa, sono chiamate ad essere ferme di fronte a coloro che resistono a ciò che costituisce una richiesta schiacciante della patria.

La nostra Chiesa non è estranea a questa realtà. I due secoli che sono trascorsi mostrano che i nostri momenti migliori sono venuti non da una fede cieca, ma da una fede lucida, riflessiva, cosciente e responsabile. Essa ci ha permesso di rinascere e di tornare alla condizione più intima del nostro essere per riflettere e migliorare.

Ora, in una congiuntura che riassume «una storia di lunga durata» è il tempo più opportuno per affrontare i nostri grandi problemi «tornando ad essere come bambini», rinascendo, meditando, accogliendo lo Spirito di amore e di giustizia, riflettendo e operando a favore del nostro popolo. Dobbiamo dialogare con lo spirito che scaturisce dal sentimento popolare.

Coloro che l’hanno vissuto in passato hanno imparato che, per comprendere l’ampiezza e la profondità di ogni congiuntura, era necessaria una maggiore apertura di spirito, per abbracciare la grande quantità dei dettagli che sono in gioco. Poiché quanto più complessa è una situazione, tanto maggiore dev’essere l’ampiezza e la profondità dello spirito. Nessuna ideologia o teoria è sufficiente. Bisogna rinnovare la fede.

IndipendenzaDice papa Francesco: «Una fede che non si mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interpella è una fede su cui dobbiamo interrogarci; una fede che non ci incoraggia, è una fede che ha bisogno di essere incoraggiata, una fede che non ci commuove è una fede che deve essere scossa» (21 dicembre 2017).

La fede ha dato al nostro popolo la capacità di sopportare e di sperare, e oggi può darci la capacità di riacquistare la sensibilità di riflettere, immaginare e creare. Questa fede è capace di contribuire a generare un ampio processo di conversione personale e sociale, provocando «riforme audaci, profondamente innovatrici» (PP, PVI).

Storia di popolo, storia di Chiesa

Questo è lo spirito che ha anche incoraggiato la maggioranza dei nostri eroi, con gesti di amore martiriale che sono rimasti affinché la patria non morisse: da Micaela Bastidas a Túpac Amaru, da José Olaya a María Parado de Bellido, e poi da Miguel Grau e Francisco Bolognesi a Andrés Avelino Cáceres. Troviamo larghezza di spirito, fortezza di fede, generosità senza limiti e onestà a tutta prova.

Indipendenza

Gonzalo Portocarrero

La nostra nazione, ancora in formazione, chiede «questa urgenza di dire noi», come ha insistito Gonzalo Portocarrero. E questa urgenza richiede un enorme processo di amore, di solidarietà, di comprensione, di apprezzamento, di stima e di incoraggiamento reciproco. Questo è l’atteggiamento che oggi il nostro popolo chiede a tutte le sue autorità, politiche, sociali e anche ecclesiali. È una richiesta autentica e legittima che come tale dobbiamo accogliere.

Nel Vangelo che abbiamo letto, si dice «Maria si alzò», pur essendo incinta non se ne rimase tranquilla a letto, ma «andò in fretta» ad aiutare Elisabetta nella sua gravidanza tardiva. Comprende il problema di Elisabetta, anziana e sterile, e ora incinta e feconda, e corre lungo la strada più pericolosa della montagna, fino alla Giudea. La fa perché crede nel Dio che compie cose impossibili.

Si tratta di un incontro semplice ma molto profondo in cui ambedue si scambiano reciprocamente la benedizione. È un dialogo incoraggiante perche in esse è stata generata la speranza del loro popolo. E in queste benedizioni si riconosce che Dio guarda alla loro umile condizione e agisce con giustizia a partire dai piccoli.

Benedizione significa «dire bene» e agire bene in modo da essere in maniera costitutiva un bene, un dono e una gioia, una beatitudine, vale a dire una benedizione. Per crearci Dio ha detto bene di noi, ci creò a sua immagine di amore perché gli assomigliassimo amando. Per questo siamo parola, poesia recitata da Dio gratuitamente per esprimere l’amore al prossimo, non per disprezzare.

La semplicità di quell’incontro ci ricorda qual è il cuore del nostro cattolicesimo. Il cattolicesimo o è semplice e solidale o non è cattolicesimo. Diceva il profeta Michea: «Ciò che richiede il Signore da te è solamente: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Mi 6,8).

Pertanto, in un paese dove siamo abituati alla disuguaglianza, alle discriminazioni e al disprezzo, noi credenti siamo chiamati ad apprezzare e a dire bene, a ristabilire e creare vincoli, legami di amicizia sincera, personali e sociali. Riconosciamo il valore di ciascuna cultura e di ciascun popolo.

Indipendenza

L’ambiente indigeno

Papa Francesco ci ha invitati in modo speciale a riconoscere e a incoraggiare i popoli indigeni amazzonici, di fronte alla voracità che distrugge il loro habitat naturale e il cui sinodo sta per essere celebrato il prossimo ottobre. Aveva ragione Amauta Julio Cotler quando disse: «Il grande problema del Perù è la mancanza di esperienze condivise».

Perché condividere la nostra reciproca stima ci educherà senza segmentazioni e ci permetterà di capire come vivere stabilmente le relazioni umane. E questo ci consentirà di costruire una pace sociale duratura. Essendo il Perù così diverso e disuguale, è indispensabile costruire insieme una visione condivisa. Questo ci invita a lasciar da parte gli interessi particolari e a dare la priorità al bene comune, così potremo mettere dei limiti ai poteri senza controllo.

La Chiesa esiste per annunciare questa buona notizia, «la gioia del Vangelo» di Gesù, e con essa aiuta a farci uscire dalle nostre stagnazioni umane, sociali e anche pastorali che disprezzano e ci allontanano dal nostro popolo. Seguire il progetto di riforma per una «Chiesa in uscita» verso le periferie, proposto da papa Francesco fedele al concilio Vaticano II, è la sfida che si propone anche alla Chiesa nella nostra città di Lima, per servire il Perù.

Come pastore responsabile dell’arcidiocesi di Lima, desidero invitarvi a realizzare insieme una Chiesa di tutti e di tutte, per tutti e per tutte, in particolare per i più vulnerabili della nostra patria. Abbiamo bisogno di costruire una nazione che riconosca il suo valore e la sua dignità.

Indipendenza

Cari fratelli e sorelle, oggi che celebriamo l’anniversario della patria, ricordiamo il significato che José de la Torre Ugarte diede all’ultima frase dell’inno nazionale. ««Rinnoviamo il grande giuramento che abbiamo fatto al Dio di Giacobbe».

La benedizione

Si allude lì al racconto della Genesi in cui Giacobbe viveva in contrasto con suo fratello Esaù. Questi lo perseguitava e lo maltrattava. Giacobbe viveva nella paura, come noi peruviani sentiamo paura, diffidando gli uni degli altri, senza conoscerci né comprenderci, senza apprezzare la ricchezza di coloro che non appartengono alla nostra cerchia, e persino senza capirci.

Come riflesso di questa tensione, Giacobbe trovandosi solo combatte coraggiosamente con un personaggio misterioso che rappresenta le sue paure… Alla fine Giacobbe vince e grida all’altro: benedicimi! Ciò che ottiene è la rivelazione pacifica, serena e incoraggiante di un Dio che lo benedice in quel momento, e lo incoraggia a riprendere la promessa fatta ad Abramo che Dio è colui che benedice e non suscita mai paura in nessuno.

Forse è per questo che noi peruviani chiediamo sempre la benedizione. Insoddisfatti, chiediamo più di un rimedio di facciata per contrastare il nostro declino, chiediamo di essere amati e che si dica bene di noi per poter rinascere, per ottenere la forza che ci ispiri e ci incoraggi a risolvere i nostri problemi, pieni dell’amore gratuito di un Dio che ci ha creati e rende liberi.

Ringraziamo questo Dio che ci benedice perché si lascia vincere da noi nella croce di Gesù, perché non è sceso da essa per distruggerci, ma è rimasto lì accettando la morte per darci il suo perdono, donarci il suo Spirito e aprirci alla speranza risuscitando.

Cari fratelli e sorelle, credenti, non credenti o credenti di altre fedi, con tutto il rispetto vi invito a rinnovare il grande giuramento sui valori che hanno fondato la nostra patria, che possono aiutarci a convivere, con comprensione e fermezza, come fratelli e sorelle.

Buone feste nazionali.

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