Piange il citofono

di: Mauro Pizzighini

Una serie di citofoni. Il volto del parroco che legge velocemente i cognomi delle famiglie. Suona il campanello. Dall’altra parte del citofono una voce che chiede: “Chi è?”. “Sono il parroco; sono venuto a visitare la vostra famiglia e a portare la benedizione del Signore”. “Scusi, ma non abbiamo tempo”; “Venga, padre”; “Noi non crediamo; grazie ugualmente”… Oppure “silenzio”: in casa non c’è nessuno!!!

Sono alcune delle risposte che ho ricevuto nella mia prima visita da parroco alle famiglie della parrocchia del Crocifisso a Padova: una visita che è durata un anno e mezzo e che ha voluto significare un primo incontro di conoscenza con le famiglie di questo territorio.

Incontrare le famiglie

benedizione delle caseCosa ha significato per me questa esperienza? Leggo dal Benedizionale: «Obbedienti al mandato di Cristo, i pastori devono considerare come uno dei compiti principali della loro azione pastorale la cura di visitare le famiglie per recare loro l’annuncio della pace di Cristo, che raccomandò ai suoi discepoli: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (Lc 10,5)… È un’occasione preziosa per l’esercizio del loro compito pastorale: occasione tanto più efficace in quanto offre la possibilità di avvicinare e conoscere tutte le famiglie».

È sempre un’esperienza molto significativa e sorprendente incontrare una famiglia nella propria casa. Un conto è incontrare le persone in parrocchia, un conto è incontrarle nella loro casa: cambia la prospettiva e il modo con cui la gente si apre al pastore.

La visita del parroco ha sempre un significato di incontro e ogni incontro è sempre di ascolto, di accoglienza, di condivisione e di speranza. Il tempo breve della visita non inficia l’intensità di saper “accogliere” e “condividere” le gioie e le sofferenze di una famiglia. È il mistero pasquale “incarnato” sulla “pelle” delle persone. Quel mistero pasquale che profuma di fragilità, ma soprattutto di vita e di speranza.

L’abbraccio della comunità

Mi sono trovato in diverse occasioni ad essere “impotente” di fronte alla drammaticità delle “croci” che incontravo: da qui il valore del “gesto”… una stretta di mano, un abbraccio, una “pacca sulle spalle”. Si tratta di gesti semplici e spontanei che intendono però racchiudere il valore di una presenza che ti impedisce di essere solo nel tuo dolore.

Inoltre, ho esperimentato la consapevolezza che la visita del pastore si rivela come un occasione per un “semplice” annuncio evangelico in cui il kerigma pasquale, pur ridotto ai minimi termini, risulta efficace nella sua sintesi più estrema.

Ho sempre pensato che la visita alle famiglie del parroco fosse la “consegna” dell’abbraccio di una comunità accogliente che non si permette di lasciare nell’abbandono neanche un solo membro della sua famiglia: nella parrocchia del Crocifisso ho percepito molto “pudore” nel chiedere solidarietà e attenzione di fronte alla propria sofferenza. È anche per questo la visita alle famiglie è un modo per accendere il “radar” di una parrocchia che, attraverso tale visita, sa intercettare i veri bisogni di persone che non avrebbero mai il coraggio di chiederti “esplicitamente” aiuto sia a livello materiale sia a livello spirituale.

Un ascolto attento

L’ascolto attento è la dimensione imprescindibile che mi ha guidato in questo “pellegrinaggio” verso i “santuari” della sofferenza e i “pozzi” della “sete di acqua viva” di molteplici esperienze.

La visita alle famiglie mi ha reso più consapevole che essa è un “dare” e un “ricevere”: mi sono reso conto che occorre prestare molta attenzione alla “sorpresa” del ricevere. Posso senza ombra di dubbio affermare che in questo “giro” di benedizioni ho più ricevuto che dato: molta saggezza di anziani che mi hanno consegnato i loro ricordi, molta fatica di famiglie che brancolano nel buio sia economico che esistenziale, molta speranza da parte dei bambini e dei giovani che cercano punti di riferimento significativi, un legame “affettivo” con la comunità a cui si appartiene…

Ma soprattutto ho assaporato una “storia”, breve, che dura da 50 anni, che rende una comunità maggiormente capace di guardare più “avanti” che non “indietro”. E il futuro che ho colto è il desiderio di costruire una comunità che faccia delle relazioni fraterne, attorno all’eucaristia, il perno dello stare insieme.

Non benedire i muri

Certo, come si legge ancora nel Benedizionale, è evidente che, trattandosi della benedizione alla famiglia, si richiede «la presenza dei suoi membri. Per cui non si deve fare la benedizione delle case senza la presenza di coloro che vi abitano».

Questo fenomeno diffuso mi fa pensare che molte famiglie rientrano a casa dopo le 20 di sera, oberate dal lavoro quotidiano, che consuma energie e riduce sempre di più gli incontri tra i membri della stessa famiglia. Anche questo deve far interrogare una comunità cristiana che ha i suoi tempi e i suoi orari “fissi”.

Questo modo di “vivere il tempo” in famiglia provoca la pastorale di una parrocchia a superare il concetto di “benedizione” come qualche cosa di magico, di automatico o scaramantico e a recuperare ancora di più quell’identità di famiglia come “realtà fatta da Dio”, già da lui santificata come “sorgente” di benedizione.

Anche la formula di benedizione in cui si fa “memoria” del battesimo («Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del battesimo…») è un “ricordare” la propria appartenenza ad una comunità che “genera” alla fede. La recita del Padre nostro rinsalda il legame della famiglia con la parrocchia “famiglia di famiglie”.

Vale ancora la pena?

Da questa esperienza, peraltro faticosa, emerge l’interrogativo: vale la pena da parte del pastore continuare a “visitare” le famiglie? Io direi di sì: la benedizione annuale è un impulso a rinsaldare i legami della famiglia con la parrocchia, a rimanere aggiornati sulla continua mobilità sociale e a “rilanciare” le domande più concrete per un annuncio del Vangelo sempre più legato al territorio.

E, soprattutto, a creare una coscienza missionaria da parte del pastore e della comunità, per saper tracciare percorsi di “incontro” con tutte le tipologie di persone e di famiglie presenti sul territorio, credenti e non. Un modo fecondo per affrontare “insieme” e con sempre maggiore “creatività” le difficoltà e le sfide che il mondo di oggi ci lancia attraverso il territorio.

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Un commento

  1. Erminio Burbello 17 maggio 2017

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