I ruoli nella comunità /3

di:

nardello1

Quando un esperto di dinamiche organizzative guarda al mondo ecclesiale, probabilmente non si stupisce più di tanto del fatto che al suo interno vi è una leadership molto marcata. Ogni organizzazione ha bisogno di una guida, di qualcuno che stabilisca la direzione nella quale andare.

Auspicabilmente questa guida dovrà interagire con i propri sottoposti con un atteggiamento di fiducia e di dialogo e soprattutto con la disponibilità a mettersi in discussione, in modo da valorizzare anche le loro opinioni. Per scegliere questo stile sapiente, però, non c’è neppure bisogno di essere cristiani, ma basta riconoscere che nelle persone con cui si lavora vi sono capacità e risorse preziose per il raggiungimento di obiettivi importanti.

L’apprezzamento: un’arma a doppio taglio

In un’ottica spirituale cristiana, però, questa attenzione alla valorizzazione di tutti non è sufficiente. In effetti, avere autorità su altre persone rappresenta una condizione pericolosa e, in un certo senso, anomala, in quanto Dio ha creato gli esseri umani in una condizione di pari dignità. Per questa ragione, per un leader cristiano non è sufficiente saper coinvolgere le persone della sua comunità in modo da far fruttare i loro carismi, ma deve verificare che il suo rapporto con l’autorità che sta esercitando sia sano.

Su questo punto Gregorio Magno ritorna molto frequentemente nella sua Regola pastorale. Un passaggio magistrale è il seguente: «Spesso chi guida delle anime, per il fatto stesso di essere preposto ad altri, si gonfia nell’esaltazione del suo pensiero: tutto è a sua disposizione, i suoi ordini vengono prontamente eseguiti secondo il suo desiderio, tutti i sudditi sono pronti a lodarlo ampiamente se fa qualcosa di buono e sono privi di autorità per contraddirlo per quello che fa di male, anzi, per lo più sono disposti a lodarlo anche quando dovrebbero disapprovarlo; allora il suo animo si innalza al di sopra di sé sedotto da tutto ciò che gli viene elargito dal basso.

Così, circondato all’esterno da grandissimo favore, si svuota interiormente della verità e dimentico della sua realtà profonda si disperde compiacendosi dell’apprezzamento altrui e si crede tale quale è la sua fama al di fuori, non quale dovrebbe riconoscersi nel proprio intimo. Disprezza i sudditi, non li riconosce uguali a sé secondo l’ordine naturale e si immagina di avere superato, anche per i meriti della propria vita, coloro che gli stanno sottoposti a motivo di un potere datogli in sorte. Si giudica più sapiente di tutti coloro dei quali si vede più potente. Nella stima che ha di sé stesso si è come stabilito su una cima e sdegna di guardare agli altri come a uguali, lui che pure è legato a loro dalla condizione di una uguale natura» (Regola pastorale, II, 6).

Dunque, spesso – secondo le precise parole di Gregorio – chi esercita l’autorità nella Chiesa finisce per lasciarsi ammaliare da essa e per cadere in una visione grandiosa di sé. Se ciò avviene spesso, significa che la tentazione in esame è molto insidiosa. In effetti, questa tentazione non spinge semplicemente il pastore ad assumere atteggiamenti orgogliosi, ma ben più gravemente distorce l’idea che egli ha di sé.

Quando si vive all’interno di una comunità di cui si è i leader indiscussi, nel senso che non ci si deve confrontare quotidianamente con un’autorità superiore, e si ricevono segnali di stima da parte di molte persone – poco importa se sono sinceri o frutto di falsa compiacenza –, si finisce facilmente per pensare di essere davvero quella figura grandiosa che è come creata dall’ammirazione di cui si è oggetto.

In altri termini, ci si identifica con un’immagine superiore di sé, creata dal consenso anche compiacente delle persone che si hanno intorno, e si finisce per vivere di questa, rimuovendo parimenti la propria realtà effettiva, fatta di fragilità e di miseria.

Quando si sviluppa un’idea onnipotente di sé stessi, si ha bisogno di alimentarla continuamente stando molto vicino ai propri ammiratori e a persone di successo (come leader spirituali, studiosi di fama ecc.), e parimenti di disprezzare tutti gli altri. Anche questo disprezzo serve a sentirsi superiori.

È interessante notare che nella rimanente parte del numero citato della Regola pastorale Gregorio identifichi questo peccato con quello del diavolo, che si è ribellato a Dio per la sua superbia. Questo ci dice che la logica demoniaca tenta continuamente anche i pastori della Chiesa, che possono essere persone brillanti, efficienti e molto apprezzate anche se sono asserviti ad una logica antitetica a quella di Dio.

Vale anche ai giorni nostri

Si potrebbe obiettare che le parole di Gregorio non si adattano tanto ai nostri giorni, dal momento che oggi i pastori non sono certo dei capi indiscussi di folle sterminate, ma uomini che cercano faticosamente di mandare avanti le attività della loro comunità, non di rado dovendosi districare tra innumerevoli opinioni diverse, aspettative contrastanti e scarsa disponibilità a darsi da fare.

In realtà – a mio parere – la logica demoniaca dettagliata dal nostro autore può esistere benissimo anche in un contesto relazionale numericamente molto ridotto. A fronte di difficoltà personali molto rilevanti, un leader può illudersi di essere grandioso anche se è ammirato da poche persone.

La soluzione a questa tentazione consiste nella rinuncia a identificarsi con la propria immagine di persona di successo per riscoprire quello che si è realmente. In fondo, ciascuno di noi non è quello che appare agli occhi degli altri esseri umani, ma ciò che è davanti a Dio, l’unico che conosce fino in fondo il cuore di tutti.

Occorre quindi imparare a guardarsi non con gli occhi dei propri ammiratori, ma con quelli che Colui che vede ogni cosa per quello che è realmente, ma misteriosamente lo fa con uno sguardo di misericordia. È nella preghiera, in particolare nel lasciarsi giudicare quotidianamente dalla Parola di Dio e nello scoprirsi peccatori graziati, che si impara ad avere una visione realistica di sé.

È questa consapevolezza che consente di vivere un ruolo di guida senza dimenticarsi di appartenere anzitutto al gregge dell’unico vero Pastore.

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Un commento

  1. Fabio Cittadini 11 dicembre 2021

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