Secondo Annuncio: un percorso ecclesiale innovativo - SettimanaNews

Secondo Annuncio: un percorso ecclesiale innovativo

di: Enzo Biemmi

“secondo annuncio”

Sei anni di lavoro, 50 diocesi coinvolte, un metodo a partire dalle esperienze condivise di catechesi: sono alcuni tratti del “progetto secondo annuncio”. Enzo Biemmi ne traccia un bilancio conclusivo. Pubblichiamo la sua relazione finale alla settimana di incontro di Santa Cesarea Terme (Lecce, 1-8 luglio 2018).

Si è quest’anno concluso a Santa Cesarea Terme (1-8 luglio 2018) un progetto di studio sull’annuncio del vangelo nei passaggi di vita degli adulti, un progetto durato sei anni e che ha visto il coinvolgimento di una cinquantina di diocesi italiane. Quale bilancio è possibile fare?

Tutto è partito da un’intuizione, alla quale abbiamo dato il nome, non senza un po’ di spensieratezza, di “secondo annuncio”. Solo ora ne cominciamo a intuire la fecondità.

Siamo stati guidati dalla passione per l’annuncio del vangelo e dall’amore per le nostre comunità ecclesiali, in particolare per le parrocchie, messe alla prova nella loro pastorale tradizionale, nata per servire una cultura di cristianità e ora sbalzata in un contesto di biodiversità culturale che non richiede più solo mantenimento e cura della fede, ma proposta e missionarietà.

Ci siamo messi insieme, creando una feconda sinergia tra Chiese del nord e Chiese pugliesi e costituendo un’équipe di una ventina di persone che per 6 anni “hanno apparecchiato la tavola”, come ci piace dire, hanno cioè predisposto un lavoro nel quale tutti sono stati coinvolti come protagonisti, ognuno con la propria storia ed esperienza.

1. Cosa abbiamo provato a fare?

Un quadro di Lucio Fontana ci restituisce visivamente il senso del nostro progetto: 5 tagli nella tela della vita.

“secondo annuncio”

Lucio Fontana, 5 tagli nella tela della vita

Mauro Magatti e Chiara Giaccardi commentano così l’esperienza umana evocata da Lucio Fontana.

«Vulnus, la ferita che ci rende vulnerabili, è uno squarcio nella nostra superficie, nella nostra stessa pelle; uno squarcio che ci svuota, una menomazione dolorosa che può essere letale, ma anche una “feritoia”, un taglio che rompe la corazza dell’Io (come i tagli di Lucio Fontana rompono l’uniformità monocroma della tela), la apre all’esterno e all’alterità, lascia passare una luce nuova, che altrimenti non troverebbe spazio; lascia intravedere un oltre, che altrimenti resterebbe celato» (Magatti, Giaccardi, Generativi di tutto il mondo unitevi, Feltrinelli, 2014, 90-91).

Abbiamo fatto nostro il significato simbolico di questi tagli ma lo abbiamo anche ripensato e, alla fine – come vedremo – persino capovolto. Vi abbiamo riconosciuto tutte le esperienze umane nelle quali sperimentiamo l’irruzione di qualcosa che ci sorprende, non solo perché ci ferisce, ma anche perché ci fa del bene, un bene immeritato. In qualche modo come simbolo di tutto quello che ci arriva dalla vita e incide la nostra pelle di umani. Abbiamo per questo parlato di crisi per eccesso e di crisi per difetto, di tagli dolorosi ma anche di tagli gioiosi.

I tagli gioiosi della vita li abbiamo chiamati “crisi per eccesso”: ogni volta che appare un di più gratis che sorprende (come un amore, un figlio che nasce, una ragione di vita che appassiona e per la quale si decide di spendersi).

I tagli dolorosi li abbiamo chiamato “crisi per difetto”: ogni volta che sperimentiamo una minaccia di morte (una perdita, la solitudine, la mancanza di lavoro, un fallimento affettivo, la malattia, un lutto, l’appuntamento con la propria morte).[1]

Abbiamo così delineato la mappa di cinque esperienze antropologiche fondamentali, non esaustive della vicenda umana, ma appunto “simboliche”, riassuntive delle grandi traversate della vita e ad essa trasversali.

Abbiamo dato un nome a ognuno di questi passaggi: generare e lasciar partire; errare; vivere i legami; appassionarsi e compatire; affrontare il limite e il proprio morire.[2] Un omino con il cappello e la valigia, segnata da un taglio, da una ferita cucita, opera di don Luca Palazzi, è stato il nostro silenzioso compagno di viaggio, specchio di ognuno di noi in viaggio in questa vita, e della Chiesa stessa, in cammino nella storia.

In ognuna di queste esperienze riaffiora la domanda sul senso della vita, sulla sua origine e sul suo destino. Ci rimettono in gioco nella nostra identità profonda, quando ci sentiamo donati a noi stessi (ogni sorpresa bella ci dice la gratuità della vita) o minacciati nel nostro esistere (la precarietà della vita umana). Fanno salire l’esigenza di un rendimento di grazie o di un grido, di un’invocazione di aiuto. Le abbiamo definite “pasque antropologiche”, nelle quali la comunità cristiana è chiamata a sperimentare e testimoniare la pasqua di Cristo, il kerigma, il primo annuncio e il suo continuo diventare carne come secondo primo annuncio. «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?» (Rm 10,13-14).

2. Quali sono stati i nostri riferimenti?

Il riferimento ispiratore è noto a tutti: il Convegno della Chiesa italiana svoltosi a Verona nel 2006. Noi riteniamo che quel convegno sia stato una profezia, seppure ancora in gran parte inespressa. La Chiesa italiana propose a se stessa una riformulazione, impegnandosi a trovare l’unità dei suoi interventi pastorali attorno alla persona, mostrando così più chiaramente la portata antropologica dei suoi gesti.

Quel convegno invitava la pastorale e tutta l’organizzazione ecclesiale a disorganizzarsi rispetto ai soli riferimenti oggettivi della fede (classificati nei “tria munera”, trasformati in ministeri, organizzati a cascata in settori e uffici della pastorale) e a riorganizzare la sua proposta attorno alle esperienze fondamentali che tutti vivono nell’arco della propria esistenza, perché risuoni in modo più chiaro che il Vangelo è buona notizia per la vita di ciascuno.

I cinque ambiti di Verona sono stati i nostri punti ispiratori, poi ripensati e riformulati nelle cinque tappe del secondo annuncio.

Ma, in corso d’opera, i riferimenti autorevoli si sono allargati, diventando per noi uno stimolo a proseguire. Abbiamo avuto due fondamentali conferme.

La prima è stata Evangelii gaudium (EG), con il suo appello alla conversione missionaria della Chiesa e con la consegna per la catechesi di centrarsi sul primo annuncio e sul suo farsi carne sempre più e sempre meglio nei passaggi della vita umana, che è appunto il secondo annuncio. Nel linguaggio e nel contenuto di EG e del magistero di papa Francesco abbiamo riconosciuto il nostro linguaggio, i contenuti che affrontiamo, lo stile di Chiesa che intendiamo perseguire, il volto di Dio che annunciamo.

La seconda conferma ci è venuta dagli Orientamenti della CEI per la catechesi, Incontriamo Gesù (2014). Il capitolo secondo, dedicato al coraggio del primo annuncio nei luoghi della vita quotidiana, afferma che «visitare e accompagnare – con la misericordia che viene da Dio solo – la storia delle donne e degli uomini è il più grande atto di amore. È anche il modo più bello per annunciare il Vangelo, per mostrare a tutti il dono di vita buona che esso contiene» (n. 36). Il testo delinea poi una mappa di primo annuncio che riprende alla lettera il nostro percorso: essere figli; essere cercatori; riscoprirsi amanti e amati; essere appassionati e compassionevoli; scoprirsi fragili. Questo è stato il contributo che il secondo annuncio ha dato alla Chiesa italiana e la conferma da parte di essa del nostro impegno.

3. Come abbiamo lavorato?

Nel “patto costituente” del secondo annuncio (così abbiamo chiamato la dichiarazione di intenti che ci ha guidato in questi anni), così scrivevamo a inizio del percorso:

* La finalità del progetto è di aiutare le comunità cristiane, in particolare le parrocchie, ad avviare/incrementare pratiche di evangelizzazione di secondo annuncio.

* Il metodo è quello dell’ascolto, analisi e orientamento di pratiche pastorali. Una griglia di analisi, testata e ogni anno migliorata, è pedagoga al metodo.

* I partecipanti sono soggetti del progetto e lo elaborano. Non sono destinatari di una formazione proposta da un’équipe, ma attori del progetto.

* Il processo di ogni settimana è coerente all’obiettivo: ascoltare, interpretare e orientare pratiche pastorali di secondo annuncio. Allenarsi ad essere pensosamente pratici.

* Il risultato visibile è un libro, uno scritto semplice e comunicabile alle comunità ecclesiali.

Alla fine di sei anni, cosa possiamo dire? Difficile fare un bilancio esaustivo.

Possiamo dire quello che è accaduto nei partecipanti, le consapevolezze che abbiamo maturato, le conversioni che abbiamo avuto: le possiamo chiamare le conversioni o forse più modestamente le evoluzioni del secondo annuncio.

Abbiamo individuato tre snodi, che hanno segnato una comprensione sempre più profonda del secondo annuncio, come dei cerchi concentrici che si allargano nell’acqua dopo aver gettato il sasso. Non sono state tanto delle fasi successive, ma delle consapevolezze maturate lungo il cammino.

La nozione di “secondo annuncio”, adottata come intuizione, si è rivelata estremamente feconda.

A.     Il secondo annuncio come impegno catechistico e pastorale (conversione antropologica)

Il punto di partenza è stato un obiettivo esplicito: far risuonare una parola di benedizione nei passaggi della vita umana.

«La vita quotidiana, “alfabeto” per comunicare il Vangelo. Nelle esperienze ordinarie tutti possiamo trovare l’alfabeto con cui comporre parole che dicano l’amore infinito di Dio» (CEI, «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo. Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale, 29 giugno 2007).

Ci siamo impegnati ad abitare l’umano per ridire il vangelo come bella notizia. L’accento, in questa nostra generosa partenza, era posto soprattutto sull’impegno di chi evangelizza, sull’esigenza a traslocare la pastorale dentro la vita umana. È stata una partenza motivante e estremamente positiva. Abbiamo interpretato in questo modo il mandato missionario della Chiesa.

Eppure, dopo i primi passi, ci siamo subito accorti che questa attitudine missionaria conteneva un rischio: quello di essere coniugata in una prospettiva inconsapevolmente unidirezionale, quasi che la Chiesa avesse il vangelo e che il problema fosse quello di comunicarlo alle persone, certo, facendolo risuonare con l’alfabeto della loro vita, ma un vangelo di cui noi pensiamo di avere già tutte le coordinate chiare.

In sintesi: la vita umana offre alla Chiesa le parole giuste per dire il vangelo di cui essa dispone.

È così semplice la questione?

In noi si è fatto strada in modo sempre più chiaro un appello, proveniente non dal ragionamento, ma dalle pratiche che ascoltavamo e analizzavamo. Un annuncio nel solo registro noi-loro «tradirebbe la stessa prospettiva del Secondo Annuncio, per la quale vita e vangelo si sono già incontrati e non c’è da cercare il giusto discorso con cui innescare l’evento» (Lucia Vantini, Appassionarsi e com-patire: storie di desiderio, in Appassionarsi e compatire, EDB, 113). Gilles Routhier, rileggendo la settimana dedicata al tema dell’errare, era stato molto chiaro.

«È già un passo avanti offrire la catechesi secondo un’altra modalità, tenendo conto della condizione degli adulti di oggi, annunciando un vangelo che onora la loro situazione e la loro ricerca. Però, possiamo andare molto più avanti. È la Chiesa stessa che deve sentire il “secondo annuncio” del vangelo (ricordare di nuovo – una seconda volta – nella nuova situazione del mondo, il vangelo del Regno) e nascere di nuovo da questo “secondo annuncio”. Non ci sarà una Chiesa/parrocchia del “secondo annuncio” se noi siamo incapaci di vivere questo processo e di ascoltare di nuovo la Parola che abbiamo già sentito, ma che dobbiamo capire di nuovo nella nuova situazione del mondo. Il “secondo annuncio” non è un nuovo tipo di catechesi da fare nelle parrocchie. È la conversione della Chiesa che si lascia plasmare dalla situazione nuova, dalle sfide di oggi; dall’ascolto della Parola e dalla meditazione di queste due realtà. È la conversione della Chiesa che lascia che lo Spirito Santo la trasformi. Altrimenti, se pensassimo il “secondo annuncio” solamente come una nuova forma di catechesi per gli adulti, sarebbe una novità che non cambia radicalmente la situazione. Sarebbe una “riformetta” per consolarci» (Gilles Routhier, La Chiesa del secondo annuncio, in Errare, EDB 2015).

“secondo annuncio”

B. Il secondo annuncio come vangelo rivolto alla Chiesa (conversione ecclesiologica)

È iniziata così una fase di comprensione nuova delle implicanze del secondo annuncio, un passaggio dalla sola prospettiva antropologica all’interrogativo ecclesiologico. Siamo passati a comprendere che accogliere l’umano e servire l’azione di Dio che ci precede in esso significa evangelizzare ma anche lasciarsi evangelizzare. Il secondo annuncio richiede alla Chiesa “un secondo ascolto” da cui è chiamata a nascere sempre una “Chiesa seconda”.

È così che abbiamo cominciato ad ascoltare le pratiche ecclesiali con orecchio nuovo, non solo per analizzarle e orientarle in senso missionario, ma per ascoltare quello che lo Spirito ci diceva attraverso di esse, cioè per diventare anche noi una comunità destinataria di missione. Dall’esercizio di questo secondo ascolto abbiamo capito due cose.

La prima è che l’annuncio che proponiamo non è definito una volta per tutte e annunciato a tutti alla stessa maniera. Va riscoperto da noi e riformulato dall’interno della situazione delle persone a cui ci si rivolge. Noi lo ricomprendiamo diversamente se lo leggiamo attraverso le esperienze umane, già abitate dalla grazia prima del Signore. Provando ad annunciarlo con l’alfabeto della vita umana, noi ne riapriamo la comprensione e lo comprendiamo più in profondità. È stata la grande lezione di Amoris laetitia, che ci ha confortato: il vangelo della famiglia non può essere formulato che leggendolo a partire da quello che vivono le famiglie.

Il secondo messaggio che ci è arrivato dalle pratiche, nell’orizzonte di un secondo ascolto, è stato che non è sufficiente riformare la catechesi, perché la proclamazione del kerigma chiede contemporaneamente la revisione della forma di funzionamento e di presenza nel mondo della Chiesa stessa, la sua “riforma”, perché ogni espressione della Chiesa sia in se stessa parola di vangelo per la vita umana. Parole e fatti intimamente connessi. È stato il messaggio forte di EG.

È cresciuta in questo modo la consapevolezza che il secondo annuncio chiede una Chiesa seconda e questa chiede una seconda parrocchia, la parrocchia del secondo annuncio. «Il vino nuovo del secondo annuncio non può stare negli otri vecchi delle consuetudini di ieri: questa tensione è a volte fortissima in una parrocchia» (Ivo Seghedoni).

Noi sentiamo ora che questa sfida, nata dall’ascolto del secondo annuncio, è un’urgenza da affrontare. La parrocchia del secondo annuncio è un cantiere da aprire con coraggio.

C. Il secondo annuncio come scoperta di un Dio “secondo” (conversione teologica)

E siamo arrivati a un nuovo passaggio, forse appena intuito, ma non per questo meno decisivo. Le pratiche ascoltate ci hanno detto che il secondo annuncio come secondo ascolto non ci conduce solo ad una visione seconda di catechesi e alla necessità di una Chiesa seconda, ma diventa per noi in qualche modo l’invito ad accogliere una rivelazione “nuova” di Dio, come suo farsi presente nell’oggi della storia, nella storia delle donne e degli uomini che oggi si incontrano e che noi incontriamo. In questo “oggi” la presenza di Dio non è ripetizione, è sempre “nuova”, poiché tocca le libertà nel loro cammino e manifesta l’esuberanza della sua misericordia.

Il percorso fatto ci ha fatto toccare con mano che Dio è sempre secondo rispetto alle nostre rappresentazioni, anche quelle più teologicamente raffinate, ma soprattutto quelle che ci siamo fatti vivendo, alle quali ci aggrappiamo, che ci rassicurano. Un Dio che si rivela a noi come sempre altro, inedito, quando accettiamo di stare nella storia, di accogliere fino in fondo la vita, il Dio che non solo è venuto e ci è alle spalle (e rispetto al quale dunque possiamo e dobbiamo pronunciare una parola) ma il Dio che viene ancora e che verrà, che sempre ci sorprende (rispetto al quale è da esercitare prevalentemente ascolto e attesa).

Quando la Chiesa non si ripara dalle piaghe del Signore, impresse nelle vulnerabilità della vita umana (papa Francesco), essa riscopre un Dio incarnato, umano, esposto alla storia, crocifisso, egli stesso sempre vulnerabile.

È accaduto anche a noi, in questi anni, che la pazienza di guardare la realtà, la storia, gli uomini e le donne nei percorsi della loro vita ha fatto vacillare la nostra immagine di Dio, di cui eravamo sufficientemente sicuri, ne ha progressivamente cancellato alcune linee e ne ha fatto emergere delle altre.

Ci è accaduto quello che è avvenuto a Giobbe. Tenendo aperte le domande, le proteste, le invocazioni che i suoi vissuti suscitavano in lui, contestando le risposte a buon mercato, “già sapute”, Giobbe è diventato testimone di Dio “in incognito”.

Stando in ascolto di uomini e donne provati e di pratiche ecclesiali di prossimità, ci siamo accorti che lì Dio si affaccia, talora in incognito, chiedendo a noi un nuovo apprendistato, finché prenda corpo in noi una nuova postura, la possibilità di dire una “parola”, di porre un “segno” del Regno. La comunità cristiana vive dell’ascolto e del racconto di questa presenza, fino a quando il Signore verrà.

Forse è questo l’approdo ultimo del “secondo annuncio”: la grazia di incontrare un “Dio secondo”, se lui viene accolto nella sua umanità risorta ma sempre con i segni del crocifisso. Le “ferite” (in eccesso e per difetto) della vita umana sono rivelazione di Dio, alfabeto di Dio non solo nel senso che ci forniscono le chiavi (i pertugi) per annunciarlo, ma nel senso che ce ne rivelano il volto in qualche modo conosciuto eppure sempre altro.

Dal taglio alla ferita rovesciata

Guardando come équipe al percorso fatto, ci è sembrato che questo è quanto è successo in noi e che resta a noi come dono e compito: da un secondo annuncio “per” a un secondo annuncio “con”; da un secondo annuncio “con” a un secondo ascolto; da un secondo ascolto a una Chiesa seconda; da una Chiesa seconda a un Dio secondo, un Dio che si fa di continuo presente in modo nuovo, poiché la sua rivelazione è compiuta ma non conclusa. Dopo la pasqua la storia degli uomini non è “in più” per Dio, all’inverso è il luogo della sua permanente novità, per l’esuberanza del suo amore. A noi di vederla e accoglierla.

Per questo motivo l’immagine dei tagli nella tela di Fontana, che ci ha ispirato all’inizio, si è essenzializzata e quella ferita si è in qualche modo rovesciata.

“secondo annuncio”

Marco Danielon, Tabernacolo in pietra

Abbiamo scelto come immagine conclusiva del nostro percorso la porta del tabernacolo opera di un artista veronese, Marco Danielon, ispirata a una pittura di Paul Klee.[3] «È un lavoro di sottrazione della materia, di scavo alla ricerca dell’anima della pietra e del nocciolo della fede. La forma geometrica della pietra, netta e forte, esprime stabilità e affidabilità. Ma in quel corpo squadrato la pietra scolpita e il taglio che attraversa la superficie rivela la fragilità del corpo di Cristo che quella porta custodisce: la sua ferita. Quella pietra ferita racconta la pelle di Dio. È la ferita del costato di Cristo, provocata dalla lama di una lancia» (Marco Campedelli).

Ma non è più una taglio inferto che va dall’esterno all’interno, come i tagli della nostra vita che ci raggiungono dall’esterno, ma una ferita che, subìta dall’esterno, si dispone dall’interno, rovesciando in questo modo con la propria esposizione libera e la propria disponibilità al dono la logica e il destino della vita.

È l’amore di Dio eccedente, non trattenibile in lui, che si è esposto a noi, che si è lasciato fino in fondo toccare dall’umanità e, a partire da questa profonda condivisione, ha offerto e continua a offrire la propria vita come spazio disponibile “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). È una morte inferta che si rovescia in offerta di vita.

Annuncio dato e ricevuto

Il percorso fatto ha dunque rafforzato l’intento iniziale missionario del secondo annuncio, il quale ne esce confermato. Ma, dall’altra, lo ha rielaborato, coinvolgendoci nella missione come soggetti attivi ma soprattutto come destinatari. Ecco il paradosso del secondo annuncio. Noi chiamati ad annunciare un secondo annuncio e disponibili a riceverlo da quelli a cui lo annunciamo.

Cosa ha permesso tutto questo? L’avere deciso fin dall’inizio di metterci semplicemente e pensosamente a guardare le pratiche ecclesiali, non tanto perché esse siano esemplari, ma semplicemente perché attraverso di esse la Chiesa accetta di fare i conti con la storia. Il lavoro sulle pratiche non è stato solo un metodo, ma l’atto di onestà ecclesiale che ha mosso tutto. Le pratiche ecclesiali esaminate sono state il cardine di tutto il progetto.

La pastorale è chiamata ad essere servizio dell’incontro tra gli uomini e Dio che vuole benedirli e salvarli. Prendere in mano le pratiche ecclesiali come obbedienza allo Spirito ha voluto dire verificare quanto esse sono rispettose dell’umano, quanto lo ascoltano davvero, da una parte, e quanto, dall’altra, sono in ascolto di Dio. Facendo questo ci siamo resi conto che Dio e gli uomini sono già dialoganti tra di loro, perché lo Spirito precede e rende possibile l’agire ecclesiale. Come scriveva Rahner: «Colui che chiamiamo Dio è già da sempre là come offerta infinita, come amore silente, come futuro assoluto e anzi è già da sempre accolto ovunque un uomo ha infranto con la fedeltà alla propria coscienza le mura carcerarie del proprio egoismo».[4]

Questo esercizio di ascolto delle pratiche come atto di onestà ci ha offerto una comprensione più profonda dell’umano nel quale Dio è presente e lavora, ma anche ci ha rivelato un di più di Dio che siamo chiamati ad accogliere. Senza questa umile obbedienza alle pratiche, non sempre facile, il secondo annuncio sarebbe stato semplicemente una nuova metodologia di catechesi degli adulti.

Questo è quanto abbiamo intuito e ci auguriamo possa fruttificare nelle nostre comunità ecclesiali.


[1] La felice espressione di “crisi per eccesso e crisi per difetto” è di Daniele Loro, Adulti e vita interiore. Tra esperienze di crisi e ricerca di senso, Padova, ed. Imprimitur, 2008, pp. 70-72.
[2] Le pubblicazioni sul tema del secondo annuncio sono già numerose. La collana di base comprende sei volumetti: Enzo Biemmi, Il secondo annuncio. La grazia di ricominciare, EDB, 2011; La mappa, EDB, Bologna 2013; Generare e lasciar partire, EDB, Bologna 2014; Errare, EDB, Bologna 2015; Vivere i legami, EDB, Bologna 2016; Appassionarsi e compatire, EDB, Bologna 2017; Vivere la fragilità e il proprio morire, EDB, Bologna 2018.
Tra gli studi più significativi: Vito Mignozzi, Il “Progetto secondo annuncio”: pratiche di annuncio del Vangelo agli adulti, in «Catechesi» 86 (2017) 1,74-85; Luca Palazzi, La liturgia come “secondo annuncio”, in «Catechesi» 86 (2017) 4, 39-55; Ivo Seghedoni, La Seconde Annonce en paroisse: un hôtedérangeant, in «Lumen Vitae», 72 (2007) 2, 161-174; Antonio Scattolini, Speciale Arte e annuncio del Vangelo, «Catechesi», 85 (2016). Vanno inoltre segnalati i numeri dedicati al secondo annuncio della rivista “Esperienza e teologia” dell’ISSR e dello Studio Teologico di Verona.
[3]
Il tabernacolo si trova nella cappella delle Sorelle della Sacra Famiglia di Verona, fondate dalla beata Leopoldina Nodet.
[4] K. Rahner, Sulla teologia del culto divino [1979], in Sollecitudine per la Chiesa. Nuovi Saggi VIII, Paoline, Roma 1982, pp. 271-283.

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