Treviri: da 172 parrocchie a 35 zone pastorali

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Nella diocesi di Treviri è in atto un grande cambiamento pastorale previsto dal sinodo diocesano del 2013-2016. Inizialmente si pensava di accorpare le 172 parrocchie esistenti in 35 grandi parrocchie. Ma, dopo una lunga riflessione e molte critiche, il progetto è stato modificato. Ora non si parla più di 35 grandi parrocchie , ma di 35 zone pastorali entro cui le attuali parrocchie si fonderanno. Il vescovo della diocesi, Stephan Ackermann, nell’intervista a katholisch.de parla di un buon compromesso e spiega cosa si aspetta da questi cambiamenti (traduzione dal tedesco di p. A. Dall’Osto).

 Contrariamente alle grandi parrocchie previste inizialmente nel sinodo diocesano (2013-2016), non solo molti fedeli della diocesi di Treviri, ma anche il Vaticano, avevano espresso delle obiezioni – e ciò ha indotto a cambiare alcuni punti essenziali della riforma. In futuro, la diocesi sarà divisa in 35 zone pastorali, e queste a loro volta saranno composte da diverse comunità parrocchiali: le prime 16 zone partiranno all’inizio del 2022, le restanti 19 seguiranno un anno dopo.

– Cosa ne pensa il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann? Al posto delle 35 grandi parrocchie originariamente previste, ci saranno in futuro nella diocesi 35 zone pastorali. Questa struttura corrisponde ai desideri dei fedeli, alle direttive del Vaticano e alle esigenze pastorali?

Penso che questa decisione rappresenti un compromesso che può mettere d’accordo molti. Lo si è visto negli ultimi mesi in cui abbiamo nuovamente discusso a lungo. Circolavano già prima delle voci secondo cui le unità erano troppo grandi e si stava procedendo troppo in fretta. La nostra idea inizialmente era di compiere volutamente un grande passo possibilmente a lungo respiro così da non dover effettuare nuovamente delle modifiche fra alcuni anni. Ma penso che questa sia ora un’opzione praticabile.

– È convinto che le strutture che ora saranno create possano durare anche più a lungo?

Restiamo sulla linea di fondo di ciò che ha deciso il sinodo diocesano. Si tratta solo di procedere più lentamente, a piccoli passi.

– Il progetto originale di creare 35 grandi parrocchie ha suscitato molta indignazione e molte critiche anche in diocesi. Ha l’impressione che le onde si siano nel frattempo calmate?

Qualche settimana fa mi sono ritrovato nuovamente a fare i conti con un’iniziativa molto critica riguardante l’intera faccenda. Erano stati messi in discussione alcuni punti. Ma è chiaro che le cose devono prima avviarsi. Si vedrà in seguito se e come funzionano.

Alcuni avrebbero desiderato passi più veloci, altri sono contenti che ora si vada più adagio. E ci sarà sicuramente anche una parte che dice che le cose dovrebbe rimanere così come sono fino a quando non funzioneranno più. Ma noi vogliamo attuare il cambiamento, non gestire la demolizione.

Con la creazione delle 35 zone pastorali, la diocesi di Treviri rimarrà nella linea tracciata dal sinodo diocesano, ha ribadito mons. Ackermann.

Quali lezioni ha personalmente tratto dall’intero dibattito sulle grandi parrocchie?

Sono affiorati tanti sentimenti legati alle parrocchie, in senso positivo, perché sono il luogo del proprio radicamento. La nostra convinzione è che la parrocchia è qualcosa di più di una struttura istituzionale che delimita uno spazio e dà sicurezza istituzionale. Il vero spazio vitale ecclesiale è e rimane la comunità che vive sul luogo presso una chiesa, con determinate istituzioni e gruppi, con vecchi e nuovi “luoghi ecclesiali”.

Il problema fondamentale è che abbiamo poche idee di come sarà vita della Chiesa del futuro. È chiaro che molte cose vengono meno e che sono necessari dei cambiamenti. Ma pensare come ciò avverrà e come sarà il quadro del futuro, per molti è difficile da ipotizzare. A questo proposito, sono convinto che, se procediamo per fasi successive, potremo avere degli esempi di come procedere per ottenere dei cambiamenti positivi.

– Quando parliamo di cambiamenti positivi, quali intende in particolare?

Da un lato, ci sono effetti sinergici nell’area dell’amministrazione. Mi è stato detto spesso che i pastori devono gestire troppa amministrazione, mentre dovrebbero essere di più pastori. Anche i requisiti della professionalizzazione diventano sempre maggiori, soprattutto nell’area della gestione dei collaboratori, della protezione dei dati, del diritto tributario e anche nell’area della protezione contro gli abusi sessuali. Allo stesso tempo, però, sono sempre meno le persone che si impegnano a lungo termine nella Chiesa o che lavorano per essa.

Un altro punto è che, in ambito pastorale, abbiamo luoghi appartenenti alla chiesa che non vanno utilizzati solo nell’ambito classico della parrocchia, ma devono offrire punti di riferimento anche per altre finalità, come, per esempio, il servizio della carità o la musica. Non bisogna sentirsi strettamente legati agli spazi della parrocchia, ma occorre aprirsi ad altri interessi e favorire altri carismi.

– Quali sono i suoi desideri riguardo alla cooperazione tra il livello parrocchiale e l’area pastorale?

Ci deve essere un buon lavoro in rete. Naturalmente, la parrocchia rimane la struttura di base. Non è solo una questione di diritto canonico, ma anche di coerenza pastoralmente. La Chiesa locale ha come struttura la parrocchia, con la responsabilità del parroco e delle persone che la gestiscono a tempo pieno o su base volontaria.

Ma servono strutture di supporto. E la pastorale dovrebbe offrire questo spazio. Lì ci si aiuterà a vicenda, anche in considerazione delle risoluzioni del sinodo diocesano. Naturalmente, ciò funzionerà solo se ci sarà una cooperazione vincolante. Il mio augurio è che tutto questo contribuisca a infondere nuova vitalità.

– Le parrocchie si stanno amalgamando all’interno delle zone pastorali. Ci sono linee-guida da parte della diocesi o si sta discutendo tra le parrocchie che cosa è importante?

Da parte della diocesi c’è un insieme di linee orientative e di scelte. Le 35 zone pastorali corrispondono alle parrocchie del futuro originariamente previste. Gli accorpamenti delle parrocchie dovrebbero essere attuati nei prossimi cinque anni, questo è l’orientamento. Questo lavoro dovrebbe essere compiuto preferibilmente a partire dalle precedenti comunità parrocchiali.

Sento da molte comunità che stanno già operando insieme in molti ambiti, sia per ciò che riguarda le attività pastorali, sia in campo amministrativo. Ci sono le cosiddette “associazioni parrocchiali” in cui le persone già si conoscono. Esiste una base di fiducia; questo può facilitare l’amalgama tra le parrocchie. Ma ci possono essere parrocchie che dicono: noi stiamo già facendo un passo più grande.

– Come sono attualmente le discussioni su questo argomento?

Ho viaggiato molto l’anno scorso per incoraggiare le persone  Nella prima metà del 2021 abbiamo compiuto una fase esplorativa per sentire ancora una volta sul posto come si presentano effettivamente le singole comunità parrocchiali, in quale momento si può immaginare una loro fusione. Attualmente 35 comunità parrocchiali sono pronte per fondersi il 1° gennaio 2022. Se si pensa che nella diocesi di Treviri abbiamo 172 comunità parrocchiali o parrocchie, questa è una media molto buona dal mio punto di vista.

 – Lei ha già indicato ciò che si aspetta dalle zone pastorali. Le strutture devono sempre servire a realizzare qualcosa dal punto di vista del servizio e della  missionarietà. Questo impulso potrà venire dalle nuove strutture?

Certamente l’impulso deve venire dalle persone. Le strutture possono solo fare da supposto. Ma la zona pastorale in particolare dovrebbe contribuire ad attuare le risoluzioni del sinodo, il quale ha sottolineato con forza l’ambito del servizio e l’impegno per l’evangelizzazione e ha indicato le forme necessarie per rafforzarli.

Ora abbiamo anche delle équipes missionarie, ossia persone particolarmente impegnate e disponibili in questo settore. Ci vuole solo il coraggio di provare.

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