Un educatore gay: sì o no?

di: Francesco Pieri

Marco Dijust e Luca Bortolotto sposi a Staranzano

Lo scorso 3 giugno 2017 il trentaquattrenne Marco Dijust si univa civilmente presso il municipio di Staranzano (Gorizia) con il consigliere comunale Luca Bortolotto, alla presenza del sindaco Riccardo Marchesan.[1]

Marco Dijust è da decenni uno degli educatori dei locali scouts cattolici dell’AGESCI, dove attualmente ricopre il ruolo di capo clan (cioè dei giovani di ambo i sessi dai 17 ai 21 anni) oltre che di responsabile dell’intero gruppo.

Cronaca di un matrimonio

La volontà della coppia omosessuale di formalizzare la propria unione era maturata nel corso della loro convivenza di circa nove anni, già nota agli scouts da almeno cinque, e la sua celebrazione era stata annunciata pubblicamente al gruppo e ai genitori fin dallo scorso 24 febbraio, con le parole «Ci sposiamo!».

La cerimonia si trasformava così in un evento pubblico di grande risonanza anche mediatica: animata con canti e letture, non bibliche, alla presenza di circa 200 invitati, tra cui una nutrita rappresentanza in uniforme degli scouts, e dello vicario parrocchiale don Eugenio Biasiol (già prete operaio nel porto di Monfalcone) in qualità di assistente ecclesiastico del gruppo.

Nel suo saluto don “Genio” si dichiarava presente all’unione «come amico della coppia, ma pure come prete. Anche se la Chiesa oggi ha tante difficoltà a riconoscere queste scelte: certe svolte hanno bisogno di tempo per maturare».

Alla cerimonia non mancavano poi la benedizione finale del presbitero, l’applauso e il brindisi, tra le grida di «Viva gli sposi!» e l’immancabile richiesta del bacio tra i due compagni. Il giorno successivo, solennità di Pentecoste, Marco Dijust e il suo compagno ricevevano l’eucaristia dallo stesso don Biasiol durante una messa all’aperto in presenza dell’intero gruppo scout e dei genitori.

La reazione del parroco

Alla luce di questi fatti, domenica 4 giugno il parroco, don Francesco Maria Fragiacomo, pubblicava sul foglietto parrocchiale un commento di tono pacato, ma inequivocabile: «Come cittadino ognuno può fare ciò che gli consente la legge dello Stato… Nella Chiesa tutti sono accolti, ma le responsabilità educative richiedono [di] condividere e credere, con l’insegnamento e con l’esempio, le mete, le finalità della Chiesa nei vari aspetti della vita cristiana… Come cristiani siamo chiamati ad annunciare il modello di famiglia indicata da Gesù: quella fondata sull’amore e sulla diversità tra un uomo e una donna uniti nel sacramento del matrimonio».

Tra le tante voci entusiaste di solidarietà alla coppia omosessuale espresse anche da moltissimi altri gruppi scout d’Italia,[2] non mancavano alcune di segno opposto, tra cui quella della madre di due adolescenti facenti parte del gruppo di Staranzano.[3]

Per parte sua, in alcune interviste seguite all’unione civile, il parroco don Fragiacomo auspicava che Marco Dijust dichiarasse spontaneamente di recedere dal servizio educativo: aspettativa cui il capo scout non ha finora dimostrato di voler corrispondere, accompagnando come sempre al campo estivo i giovani a lui affidati.

L’intervento dell’arcivescovo

Giunto a circa tre settimane dai fatti il pronunciamento dell’arcivescovo mons. Carlo Roberto Maria Redaelli (che nel corso degli ultimi anni era sempre stato tenuto al corrente della situazione dal parroco e da ultimo più volte sollecitato dallo stesso a pronunciarsi) ha evitato di esprimersi in termini generali sulla compatibilità di principio tra unione omosessuale e servizio educativo entro un’associazione apertamente cattolica, scegliendo invece di riproporre una serie di linee metodologiche, ispirate all’insegnamento del card. Martini.[4]

Queste, in sintesi, le indicazioni fatte proprie dall’arcivescovo di Gorizia e riflesse nella triplice articolazione del documento: saper cogliere gli aspetti di grazia presenti in ogni avvenimento; riconoscere come ogni situazione inedita interpelli comunque la fede; cercare soluzioni pratiche che garantiscano la comunione nella fedeltà al messaggio evangelico.[5]

È significativo che, in un passaggio della conclusione, l’arcivescovo rinunci alla responsabilità di pronunciare in prima persona l’ultima parola sul problema posto dall’unione civile: «Solo partendo da questo atteggiamento si potrà arrivare [ma da parte di chi?] a decisioni e a scelte che non siano una specie di armistizio provvisorio o un compromesso al ribasso, ma portino la comunità di Staranzano a una reale maturazione secondo il Vangelo».

Per contro, il messaggio non chiarisce a quale soggetto ecclesiale concreto spetti praticare il discernimento richiesto e la conseguente scelta pastorale. Se, per “comunità di Staranzano”, si intende la parrocchia presso cui il gruppo scout opera, il parroco don Fragiacomo è stato il primo – verosimilmente a titolo non solo personale – a dichiarare inconciliabili tra loro la pubblica celebrazione di una unione omosessuale e la permanenza nel ruolo educativo. Se, invece, mons. Redaelli intende riferirsi alla “comunità capi” del gruppo scout (l’organismo che coordina gli educatori, nella metodologia dell’AGESCI) è evidente che questa si è implicitamente già espressa in favore della prosecuzione di Marco Dijust nell’incarico, godendo di largo – seppure non unanime – consenso tra gli educatori e i ragazzi del gruppo di Staranzano.

Chi è chiamato in causa?

Si intravvedono tuttavia anche altre possibilità. Che siano i livelli nazionali dell’Associazione (la quale dovrà quanto meno aggiornare, se non la propria normativa, almeno la propria prassi, nella facile previsione che altri casi simili si verifichino[6]), oppure che la stessa CEI voglia esprimersi in termini più generali sulla compatibilità tra il nuovo istituto dell’unione civile e ruoli – catechista, educatore, insegnante di religione… – che, pur nella loro diversità, sono oggetto di un mandato e implicano comunque una forma di esplicita rappresentanza ecclesiale.

La “grazia” di questa vicenda consisterà nella chiarezza che la soluzione pastorale di quello che, anche per i media nazionali, è ormai il “caso Staranzano” potrà sperabilmente recare al futuro cammino della Chiesa italiana.


[1] Tra i primi resoconti cf., ad esempio, C. Leo, «Gorizia, il capo degli scout cattolici sposa il compagno: il parroco lo invita a lasciare il gruppo», La Repubblica, 6 giugno 2017 .
[2] Si veda la pagina Facebook del gruppo Staranzano 1.
[3] Il notiziario on line Notizie pro Vita del 5.7.2017 ospitava la lettera di Arianna dell’Amico.
[4] In particolare nel testo succitato mons. Redaelli riporta un ampio brano da C.M. Martini, Cristiani coraggiosi. Laici testimoni nel mondo di oggi, In dialogo, Milano 2017, pp. 123-124.
[5] Testo integrale: C.R.M. Redaelli, «Il capo scout e le nozze gay», SettimanaNews del 23.07.2017.
[6] Alcune linee-guida – fortemente criticate dal mondo LGBT – erano già state formulate in un convegno di studio organizzato dall’AGESCI nel 2012, i cui atti non appaiono più visibili sul sito dell’Associazione; cf. M. Pasqua, «Gli scout cattolici e l’omosessualità. “I capi gay sarebbero un problema”», La Repubblica, 4 maggio 2012.

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Un commento

  1. Luciano 24 agosto 2017

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