Un prete: “Mi sono sentito ai margini”

di: Don Carlo

Carissimo direttore,

ti scrivo di getto, al rientro da alcuni giorni di ferie. L’estate ha permesso di staccare qualche giorno dall’impegno abituale. Il periodo di riposo l’ho passato in famiglia, con i fratelli e il passaggio estemporaneo e imprevedibile dei nipoti giovani.

La prima considerazione è positiva: stare dentro la vita delle nostre famiglie, ascoltare, osservare… costringe a misurare la nostra consacrazione e la nostra vita comune con la vita concreta, che non vuol dire sempre positiva, ma è quella che ci sta attorno e dalla quale rischiamo a volte di isolarci.

Ma non è di questo che ti scrivo

Piuttosto di alcune sensazioni vissute, che mi pongono domande serie, oltre a farmi sentire un certo disagio interiore.

La condivisione di questi giorni incrocia l’occasione di un compleanno: cena alla sera offerta dal festeggiato, e così sono tutti presenti. Parenti più o meno credenti, sostanzialmente indifferenti, tanto… si vive bene comunque, e poi nipoti e fidanzati, con figli non battezzati.

Certo, stai al gioco e ai piatti che si susseguono, però cogli la sensazione di marginalità. Non tanto come persona, non posso dire di sentirmi un pesce fuor d’acqua, ma per la constatazione della velocità di un cambiamento in atto, il cambiamento avvenuto in adulti che solo dieci anni fa non avrebbero perso una messa, o in ragazzi e giovani freschi o quasi di catechesi e di gruppi scout.

Gli unici accenni al mondo religioso, molto critici, privilegiano il parroco del paese e quelli della zona. Se poi ci metti che di qui passa anche l’ex don Paolo con i chiacchierati e costosi fine settimana…

Mentre stavo con loro, ho pensato che forse è per questo che la nostra predicazione entra da un orecchio ed esce dall’altro, come mi dicevano i miei, ma in riferimento alla mia scarsa attenzione prestata ad una maestra noiosa. E magari ne siamo anche risentiti, convinti che la predicazione sbirciata sul foglietto dell’anno precedente possa essere un piccolo capolavoro che deve andar bene per ogni età e stagione.

E qui scappa un’altra sensazione

Penso che noi ci abbiamo messo del nostro, nella convinzione che bastasse una buona predica (e qualche volta neanche quella) per tirare avanti. Condannandoci e trascinando così la Chiesa con noi verso la più scontata insignificanza.

Per arrivare alla situazione attuale ci sono stati certamente molti altri fattori, sui quali pastoralisti e sociologi la sanno più lunga di me. Ma oggi la mia domanda è su quanto spetta a me e a noi, prima di tutto sulla qualità della mia e nostra testimonianza e coerenza di vita.

«Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli». Queste parole di papa Francesco, nella Lettera al popolo di Dio pubblicata lunedì 20 agosto, sono riferite alla tragedia delle vittime della pedofilia nella Chiesa.

Ma oggi mi permetto di adattarle anche al contesto più ampio, agli ambienti dove dovevamo stare e che invece abbiamo bypassato come il levita e il sacerdote. Non siamo stati tempestivi nel lasciare strutture e orpelli che hanno frenato e spesso bloccato il cammino missionario.

Abbiamo trascurato e abbandonato molti!

E tra questi, purtroppo, i piccoli, che pure sono i destinatari del maggior impegno pastorale delle nostre parrocchie. E, mentre mi sento in imbarazzo ogni volta che si parla di pedofilia, come se un sospetto si mascherasse dietro gli occhi di chi ti guarda, ricorro all’immagine dei molti alberi che crescono e di quelli, sempre troppi, che cadono: quanti alberi robusti donano ancora vita nella discrezione della loro presenza, nonostante i tanti che cadono con vergogna, ma quanti alberi saranno necessari ancora per ricostruire quella fiducia che ora mi sembra così lontana, compromessa, sicuramente guardinga!

Sensazioni, domande che non so se possono trovare risposta.

Una volta ancora non mi resta che dare voce all’antica domanda: “Sentinella, quanto resta della notte?”.

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