Unioni civili, le piazze e la pastorale

di: Lorenzo Prezzi

«Tra i difensori della famiglia tradizionale e i suoi detrattori c’è una grande spazio per chi pensa che la famiglia potrà avere ancora moltissimo da dire se saprà rinnovarsi, includendo elementi che la cultura ha nel corso degli anni acquisito. La famiglia migliore dobbiamo ancora vederla» (M. Magatti). La famiglia è sempre da inventare di nuovo. Il messaggio pastorale che si può raccogliere dall’ampia discussione sul progetto di legge relativo alle unioni civili, alle coppie di fatto e alla convivenze omosessuali – il disegno di legge Cirinnà in discussione al senato -, dallo scontro politico che ha provocato, dalle contrapposte piazze che ha riempito, dai confronti giuridici, culturali e scientifici che ha alimentato, va nel senso di riaffermare la famiglia come risorsa. La famiglia cristiana non ha paura di confrontarsi con le nuove prassi sociali, con i modelli familiari di altre tradizioni, con le tendenze culturali in atto. La tradizione, nel senso cristiano, è un corpo vivo che continua a generare la fedeltà al Vangelo, generazione dopo generazione.

La forma puramente contrappositiva e l’interpretazione apocalittica non hanno futuro. È uno schema già sperimentato – in questo facilmente comprensibile – ma non fecondo. Ma accettare la decisione democratica non significa rinunciare al proprio giudizio, sottrarsi al confronto pubblico anche nelle piazze, livellare la «differenza cristiana» al sentire comune delle popolazioni occidentali. Difendere la famiglia e non una supposta «civiltà cristiana», richiede di evidenziare con forza la sua dimensione simbolica: l’alleanza fra uomo e donna come segno di quella fra Dio e il suo popolo, come architettura del mondo e della trasmissione della vita, come limite invalicabile ad un narcisismo che uccide sia la relazione che l’identità. Si aprono così molte possibili alleanze con tutti quelli interessati all’«umano comune».

Le piazze uniscono e dividono. Uniscono i simili, si contrappongono ai diversi. Per questo sono un classico strumento della politica e dei partiti che a questo tipo di rappresentanza sono chiamati. Risultano più difficili per la dimensione ecclesiale. Nel caso specifico, tuttavia, sia la «sveglia Italia» delle famiglie arcobaleno a difesa della legge (in cento piazze il 23 gennaio 2016) sia il Family day che ha raccolto al Circo Massimo di Roma oltre un milione di persone contrarie alla legge (30 gennaio) non sono facilmente identificabili per una determinata sponda politica. In particolare il Family day da un lato non è guidato dai vescovi e dall’altro rappresenta molte e diverse anime sia ecclesiali che civili. Intestarlo alle voci più radicali è segno di cecità ideologica. Basterebbe ricostruire la diversa caratura e sensibilità fra le tre occasioni in cui si è realizzato: nel 2007, nel 2015 e nel 2016. Alla portata contrappositiva del primo si oppone la sensibilità più avveduta dell’ultimo. Le ricerche sociologiche che in quattro successive ondate hanno tastato il polso dell’opinione pubblica indicano un’ampia disponibilità alla legiferazione sulle unioni civili e una maggioranza resistente alla adozione per le famiglie omosessuali. Come ha notato F. Garelli: «Non è detto che ciò che arde in alcuni ambienti più acculturati ed emancipati rispecchi le tendenze diffuse nell’insieme della popolazione».

All’interno del mondo ecclesiale vi è un amplissima consonanza nell’evidenziare che il problema delle unioni civili andrebbe collocato a fianco a un coerente piano nazionale di politiche per la famiglia. In secondo luogo non vi è resistenza significativa al riconoscimento legislativo sulle unioni civili (in questo lasciandosi alle spalle le sicurezze effimere di dieci anni fa). In terzo luogo si imputa al progetto di legge una duplice grave carenza: la sovrapposizione fra matrimonio e unione e il riconoscimento dell’adozione (stepchild adoption) che apre alla censurabile pratica dell’utero in affitto. Da Fragnelli a Bagnasco, da Bassetti a Menichelli, da Crepaldi a Galatino, da Bregantini a Castellucci e Forte, passando per gli episcopati del Triveneto, del Piemonte e dell’Umbria vi è una sostanziale coerenza. Senza tuttavia ignorare le sensibilità più battagliere, tradizionali e no, da altre più prudenti. Su questa linea di apre anche la posizione del papa non riducibile a schieramenti ideologici o politici. L’attesa esortazione post-sinodale sulla famiglia lo confermerà.

Il confronto culturale ha permesso di entrare sui fondamentali della vita civile e personale anche se è spesso segnato da pesantezze ideologiche. Segnalo solo l’indicazione della Società italiana di pediatria che ricorda a tutti come i processi di maturazione dei bambini «possono rivelarsi incerti e indeboliti da una convivenza all’intero di una famiglia conflittuale, ma anche da una famiglia il cui nucleo genitoriale non ha il padre e la madre come modelli di riferimento». Spesso si ignora che sono i progressi strepitosi della tecnica a indurre nuove prassi coerenti con una cultura nichilista (cioè non resistente) per disporre liberamente di qualsiasi significato in modo da non avere ostacoli di sorta al suo pieno dispiegamento. Una spirale nichilista che non ha l’aspetto aggressivo di un potere minaccioso, ma quello sorridente di chi smonta e sminuisce il patrimonio simbolico senza mai farsi carico di alimentarlo. Di tutto questo dovrà farsi carico una pastorale chiamata a reinventare la bellezza delle famiglie cristiane.

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