Vicenza riprogetta la pastorale

di: Bruno Scapin

Le cifre sono eloquenti: l’età media del clero è superiore ai 65 anni (quasi la metà ha più di 70 anni). Solo il 10% dell’intero presbiterio è sotto i 40 anni. Una proiezione dice che se, nel 2012, i preti diocesani erano 511, fra vent’anni essi non arriveranno a 300.

Il sinodo diocesano è stato celebrato trent’anni anni fa (si è concluso nel 1987). L’esperienza ecclesiale non può più rimanere ancorata al passato. Il tessuto ecclesiale sente il bisogno di un cambio strutturale. Il drastico calo dei preti – scrive Lauro Paoletto, direttore del settimanale diocesano La Voce dei Berici – «rappresenta, per certi versi, un segno dei tempi che interpella la comunità ecclesiale in tutte le sue componenti».

Si pensa, quindi, a un “progetto globale di riforma”. Ma non si parte da zero. La strada è quella di incentivare, anzi di strutturare, l’intera diocesi in “unità pastorali” (UP). Il 25° sinodo ne aveva trattato nella Norma 10. E fu un’intuizione provvidenziale. Oggi le UP sono poco meno di cento e riguardano il 70% delle parrocchie (interessano, infatti, 250 parrocchie sulle 355 totali). La maggioranza delle UP è affidata a un presbitero solo, mentre nelle altre i preti fanno vita comune.

Il settimanale diocesano riporta un’ampia intervista al vicario generale, don Lorenzo Zaupa. Egli ha confermato che è in cantiere il “progetto globale di riforma”, del quale stanno discutendo in diocesi tutti gli organismi di partecipazione (consigli pastorale e presbiterale, vicariati, uffici, comunità diaconale, congreghe dei preti, gruppi ministeriali…). Si tratta di tracciare – sono sue parole – «un cammino per il futuro che abbia uno sguardo lungo», perché «il modo con cui abbiamo vissuto l’esperienza ecclesiale fino ad ora va aggiornato», e questo in tempi ragionevoli: «Non ci possiamo attardare in dibattiti di anni».

Occorre abbandonare una Chiesa troppo “clericocentrica”. «Dobbiamo andare – afferma il vicario generale – verso una modalità di guida pastorale molto più aperta alla corresponsabilità, al coinvolgimento dei laici e delle comunità», verso una Chiesa «molto più laica e centrata sull’essenziale», dal momento che «la comunità cristiana è affare della comunità cristiana e non del parroco e del vescovo soltanto».

Concretamente, don Zuapa pensa che a guidare la comunità debbano esserci presbiteri, diaconi permanenti, religiosi e religiose e il gruppo ministeriale, mentre «il motore della comunità rimane il consiglio pastorale». Insomma, «uno stile più comunitario, fraterno e laico», per rendere più incisivo e credibile l’annuncio del Vangelo.

La “novità”, rispetto alla definizione di “unità pastorale” data dalla Norma 10 del 25° sinodo diocesano, è proprio l’accentuazione della presenza laicale, totalmente assente trent’anni fa. Allora si parlava di «una piccola zona della diocesi nella quale si iscrivono più parrocchie aggregate tra loro pastoralmente e servite da alcuni presbiteri, che facciano possibilmente vita comune». Dei laici nessun cenno. Ora, invece, si parla di “leadership condivisa”.

Una delle indicazioni del “progetto globale di riforma” è la vita comune tra preti. Certo, si propone una modalità di vita comune «tipica di preti diocesani e non monacale o da convento», nella quale trovino spazio momenti di preghiera, i pasti, la programmazione, l’attuazione e la verifica di un programma pastorale condiviso. Si pensa che queste comunità presbiterali siano costituite da almeno tre preti e di diverse età.

Interrogati sulla loro esperienza di UP, alcuni preti hanno offerto la loro testimonianza. Il moderatore del 25° sinodo, don Renato Tomasi, ricorda che, per costituire le prime UP, si contattò la Conferenza episcopale francese, dove alcune diocesi avevano ridotto drasticamente il numero delle parrocchie (una di esse era passata da 400 a 80 parrocchie). Quanto alla prima UP costituita in diocesi, don Renato ricorda: «Ci fu da lavorare per superare le mentalità campanilistiche, ma anche per capire cosa doveva rimanere in capo alle parrocchie e cosa doveva passare all’unità pastorale». L’avvento delle UP ha comportato anche una ridefinizione del ruolo del prete: «Non più “pastore stanziale” ma “apostolo itinerante”».

Il parroco di una UP ha definito «positiva» la sua esperienza, aggiungendo che per lui l’elemento qualificante «è stato abitare insieme agli altri preti», perché «non puoi chiedere comunione se per primo non la vivi tu». Ha fatto notare, inoltre, che la maggiore propensione a vivere in UP l’ha trovata «in chi era impegnato in parrocchia e con una solida identità ecclesiale».

Un altro presbitero impegnato nella pastorale giovanile di una UP ha notato come i giovani vivano con naturalezza questa “novità”, mentre gli adulti sono maggiormente legati alla parrocchia d’origine.

C’è lavoro anche per le suore. Spiega una di loro: «Il lavoro è aumentato, ma la collaborazione è molto bella». Esse sono impegnate nel catechismo, nella Caritas, nella comunione agli ammalati e nella scuola materna. Guardandosi attorno, esse costatano che «i laici si danno da fare e gestiscono bene il tutto».

Adesso il “progetto globale di riforma” è in cammino. Toccherà ai consigli presbiterale e pastorale diocesani fare sintesi delle osservazioni e dei suggerimenti provenienti da tutta la diocesi. Una volta rivisto e approvato, il progetto – secondo il vicario generale – potrebbe essere presentato in un’assemblea «che sia rappresentativa della nostra Chiesa diocesana».

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