Accordo con la Cina: memoria in tono minore

di: Lorenzo Prezzi

Un anniversario in tono minore, una coscienza diplomatica confermata eppure inquieta, un acceso dibattito intraecclesiale in un contesto storico e civile non favorevole: sono i tratti della celebrazione del primo anno dall’Accordo fra governo cinese e Santa Sede (22 settembre 2018. Cf. Settimananews: «Accordo sugli zucchetti viola»; «Un accordo storico»).

Non c’è nessun arretramento e non cambia il giudizio positivo sull’esito del dialogo con Pechino, ma l’opacità dei comportamenti amministrativi sul campo, l’assenza di decisioni riguardanti i nomi possibili per l’episcopato, le tensioni internazionali con gli USA e quelle interne alla Cina, la permanente resistenza di parte della Chiesa “illegale” convergono per definire una tonalità sobria nei commenti all’evento.

Sono evidenti alcuni frutti positivi come le nomine di mons. Antonio Yao Shun (Jining) e di mons. Stefano Xu Hongwei ad Hanzhong, la mostra d’arte organizzata dai musei vaticani a Pechino e una seconda in capo alla Biblioteca apostolica vaticana, una conferenza all’università di Pechino sul pontificato di papa Francesco, la maggiore fluidità di comunicazioni di preti, vescovi e laici con Roma, segnalazioni positive dell’attività della Santa Sede sui giornali vicini al partito, posizioni favorevoli e argomentate anche dal versante “illegale” come quelle di mons. Giuseppe Wei Jingyi (Qiqihar) che qualifica l’accordo come un «dono dello Spirito Santo» (cf. Vatican Insider).

Se i passi positivi non mancano, non si possono ignorare quelli negativi: le pretese dell’Associazione patriottica verso preti e vescovi chiamati a firmare consensi da loro considerati impropri, la continuità di operazioni contro chiese, immagini e crocifissi alla sommità degli edifici ecclesiali, vessazioni contro singole figure di Chiesa, interpretazioni formali e rigide della sinizzazione delle fedi, aggressioni in grande stile verso fedeli musulmani (uiguri) e buddisti del Tibet ecc.

Oltre la lettera di Benedetto

Di particolare rilievo nel corso dell’anno Gli orientamenti pastorali della Santa Sede circa la registrazione civile del clero in Cina (28 agosto 2019; cf. Settimananews: «Cina-cattolici, confronto sulla firma»), sia per il contenuto che per la forma.

Sul contenuto, perché si chiarisce lo slittamento semantico di alcuni termini di riferimento nella tradizione cinese (autonomia, auto-amministrazione, indipendenza). La Santa Sede e il governo cinese interpretano oggi l’indipendenza non in senso assoluto, come separazione dal papa e dalla Chiesa universale, ma in forma relativa alla sfera politica secondo quanto avviene in ogni parte del mondo nelle relazioni tra il papa e le Chiese particolari. C’è stato in questo un superamento della Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI del 2007. Gli anni del fitto dialogo con gli esperti di Pechino e all’interno della Commissione Cina della Segreteria di Stato hanno prodotto una maturazione di rilevante qualità.

Importanti anche le indicazioni pratiche che il testo suggerisce: la possibilità della firma di adesione all’Associazione patriottica con la precisazione scritta o verbale di non rinunciare ai principi della dottrina cattolica.

Il testo esce per iniziativa della Segreteria di Stato e della Congregazione delle Chiese orientali e viene incontro alle ripetute domande di vescovi e preti sulla questione. È un documento interno alla Chiesa che non ha richiesto un consenso previo alla parte cinese e che non ha avuto reazioni critiche da quella sponda.

Rimane il valore di riferimento dell’Accordo perché significa il superamento di una pretesa onnicomprensiva del potere statuale e un primo significativo rapporto con Roma sul tema centrale dell’episcopato e dell’unità della Chiesa. Un passaggio assai delicato nell’ideologia comunista e statalista che ha spinto la parte cinese a chiedere la non pubblicazione del testo, come del resto è abituale da parte loro non dare pubblicità agli incontri bilaterali (cf. Settimananews: «Cina: un anno dopo. L’accordo profetico»).

Visto che analoghi confronti col governo vietnamita prevedono invece una comunicazione pubblica, si suppone che la richiesta di “silenzio” venga da Pechino piuttosto che da Roma. Un’argomentata valutazione dell’insieme è reperibile del volume a cura di A. Giovagnoli ed E. Giunipero, L’Accordo tra Santa Sede e Cina. I cattolici cinesi tra passato e futuro, Urbaniana University Press 2019).

Resistenze comprensibili e sofferenza condivisa

Rimangono le resistenze di una parte delle comunità «sotterranee» e di alcuni preti e vescovi. Uomini e donne che hanno vissuto con grande coraggio e generosità una stagione di conflitto permanente e che non si danno ragione del cambiamento loro suggerito da Roma. È una sofferenza molto conosciuta dalla stessa diplomazia vaticana e talora anche personalmente sofferta ed espressa da alcuni dei suoi rappresentanti maggiori. Consapevoli di quanto sia faticoso e snervante un dialogo che sembra talora come quei balli popolari in cui a un passo avanti ne corrispondono due indietro. Ogni piccola conquista è frutto di confronti infiniti. La passione per l’unità della Chiesa e la convinzione di un servizio alle comunità cinesi sostiene un servizio affascinane, ma anche ingrato. Nell’attesa di allargare gli spazi di libertà per la testimonianza cristiana e la libertà di tutti.

La sobria tonalità della memoria è legata anche al clima complessivo che oggi si respira in Cina. Il governo deve oggi affrontare tre sfide di rilievo.

La prima è quella legata al rallentamento della crescita economica per l’influsso dei conflitti commerciali con gli USA. I cinesi si sentono assediati e messi in pericolo anche per le forme muscolose dell’apparato militare americano nell’area che, per altro, interpreta il malcontento dei paesi vicini rispetto all’espansionismo del “regno di mezzo” oltre a manifestare una guerra di egemonia mondiale fra i due paesi.

La seconda sfida può apparire marginale agli occhi occidentali, ma non al cinese medio: la peste suina. Sta devastando le aziende di allevamento con perdite dell’ordine fra il 30 e (per alcuni) il 60% (un – 30% a livello mondiale). La carne di porco è il cibo più popolare e comune e i suoi prezzi si sono improvvisamente alzati. Producendo un significativo malcontento.

La terza questione è quella di Hong Kong. Da mesi vi è un aperto conflitto fra piazza e potere filo-cinese. Il detonatore è stato il progetto di legge che facilitava l’estradizione nel continente di quanti venivano processati ad Hong Kong. Milioni sono scesi per le strade costringendo il governo locale, prima a sospendere e poi ad annullare la legge. Ma il malcontento permane e a Pechino sembrano non sapere che fare. Per fortuna non sono entrati in funzione i carri armati e i militari, ma per il resto si brancola nel buio.

Hong Kong non tornerà mai al suo passato splendore e le proteste che scandiscono il passaggio degli anni minano la coesistenza nella città. La comunità cattolica ha sostenuto le proteste e il vescovo ausiliare, Giuseppe Ha condiviso le marce, le preghiere e le proteste. Così Roma, che è rimasta silenziosa, deve gestire con molta prudenza la successione al card. Tong. Nominare l’ausiliare suonerebbe come uno schiaffo a Pechino. Almeno al momento.

Pastorale e geopolitica

L’Accordo sui vescovi e le proteste di Hong Kong hanno in comune l’attenzione della diplomazia statunitense, fieramente avversa al primo e consenziente con le seconde. Le distanze con l’amministrazione americana sono ben presenti alla Santa Sede. Non sono nuove, ma forse mai così estese: dall’Amazzonia all’Ucraina, dalla Siria alla Cina.

Un credibile osservatore ha fatto notare che l’eccessivo isolamento dagli USA e l’indebolimento di quella Chiesa diventerebbe una debolezza planetaria per Roma.

Per Francesco il riferimento rimane il Vangelo, il privilegio dei poveri e lo spostamento verso Africa e Asia dell’asse ecclesiale, ma ogni decisione, anche quella più interna, entra a condizionare il complesso intreccio della geopolitica mondiale.

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