Amministrative: un test con vista sulle politiche

di:

amministrative

Il recente test amministrativo non va né sottovalutato né sopravvalutato. Alle urne erano chiamati dieci milioni di elettori, con in palio ventisei città capoluogo di provincia e quattro di regione. Non è poco e, come osserverò, qualche lezione politica la si può abbozzare.

Attenzione però a non trarne precipitose riflessioni relativamente alla cruciale partita che ci attende, ovvero le elezioni politiche della prossima primavera. Solo per titoli: la misura esorbitante dell’astensionismo (al voto ha partecipato solo il 42% degli aventi diritto); l’esito, considerati entrambi i turni, è stato sostanzialmente equilibrato tra i due tradizionali schieramenti in termini di amministrazioni conquistate; amministrative e politiche sono partite assolutamente diverse, anche per via delle regole e del meccanismo che le disciplinano.

A cominciare dal doppio turno per i Comuni medio-grandi, con il ballottaggio tra i due primi classificati. E, ancora una volta, come documentato dall’Istituto Cattaneo, il doppio turno penalizza fortemente il centrodestra. Ciò detto, qualche considerazione politica la si può formulare.

Il centrodestra

Il centrodestra, secondo tutte le rilevazioni, risulta decisamente in vantaggio, sino a sfiorare la soglia del 50%, e tuttavia la sua vittoria futura non è scontata essendo esso afflitto da serissimi problemi genuinamente politici. Che non vanno derubricati a mere divisioni personali.

C’è indubbiamente la contesa per la leadership tra Salvini e Meloni, con Berlusconi sullo sfondo, che tuttavia palesemente non è entusiasta di assistere, da terzo, alla contesa tra i due. C’è la divisione tra chi sostiene il governo Draghi e chi sta all’opposizione ovvero Fratelli d’Italia. C’è un vistoso deficit di classe dirigente esemplarmente attestato dalla qualità non eccelsa dei loro candidati (clamorosi i casi precedenti di Roma e di Milano, non pervenuti).

C’è il problema del profilo del centrodestra che si prospetta a trazione sovranista, in capo alla suddetta coppia Salvini-Meloni, con due corollari altrettanto critici.

Il primo: un deficit di attrattività nei confronti di un elettorato moderato di centro, come si è riscontrato in questa circostanza. È significativo che le due principali vittorie del centrodestra, a Genova e a Palermo, coincidano con candidati sindaco dal profilo moderato e con tratti di civismo. Il secondo corollario: un deficit di affidabilità presso le cancellerie e l’opinione pubblica internazionale, a motivo delle pregresse liaison con Putin e Trump e con leader europei quali Orban e Le Pen.

Nodi irrisolti

Di questi nodi irrisolti abbiamo recenti riscontri. Anche qui solo un cenno. Si pensi al «suicidio politico» di Verona, città da sempre di centrodestra, consegnata al centrosinistra grazie alle faide interne ai due candidati del fronte avverso che neppure i leader nazionali hanno saputo dirimere.

Si pensi alla sorpresa di Catanzaro, anch’esso comune di destra, passato al centrosinistra anche grazie alla sconcertante candidatura a sindaco di un esponente sino a ieri iscritto al PD! Si pensi allo stallo in Sicilia, ove si voterà nel prossimo autunno, che vede irriducibilmente opposti il presidente uscente, Musumeci, sostenuto dalla Meloni, e gli altri partner di coalizione, a cominciare da Miccichè – potente leader locale di FI.

Si pensi alla Lombardia – si voterà a primavera, in coincidenza con le politiche – ove già si prospetta la disputa tra il presidente leghista uscente Fontana e l’autocandidatura della Moratti. Si pensi al sensibile ridimensionamento della Lega, scesa sotto il 10% in talune sue roccaforti lombarde, plausibilmente frutto anche del peraltro vacillante progetto salviniano della Lega come partito nazionale. Che non fa escludere l’apertura di una contesa interna tra Salvini e i «governisti» del partito.

A proposito di Lombardia merita una messa a punto. Governata da quasi quarant’anni dal centrodestra, forse per la prima volta la si può considerare contendibile. Non sarebbe impresa facile e molto dipenderà dalla sagacia della gestione politica e dalla caratura nonché dalla capacità attrattiva del candidato che proporrà il centrosinistra.

Perché, come è noto, altro è il voto delle città, tanto più Milano, altro quello della provincia e della Lombardia profonda. Specie quella prealpina sull’asse Varese-Como-Bergamo-Brescia-Sondrio. E tuttavia non è senza significato che dieci su dodici capoluoghi di provincia lombardi siano governati dal centrosinistra.

Letta e il PD

Secondo un po’ tutti i commentatori, il PD di Enrico Letta, più che il centrosinistra, sarebbe quello uscito meglio dal test elettorale. Forse per due ragioni: l’essersi accreditato come obiettivamente il più lineare e affidabile sostenitore del governo Draghi, da un lato, e la tenacia con la quale si è proposto quale federatore di un «campo largo» (pur oggetto di qualche irrisione), dall’altro.

Se largo, è presto per dirlo, comunque ove più ove meno. Ma di sicuro “campo aperto” ad altri soggetti, politici e civici. Come accennato, oggettivamente, il risultato tra i due schieramenti è all’insegna dell’equilibrio.

Quel che Letta può vantare è semmai un significativo miglioramento (in termini di amministrazioni conquistate) rispetto alla debacle del PD del 2017, il temine di confronto più omogeneo: quando il PD renziano, ebbro della presunzione dell’autosufficienza, subì una bruciante sconfitta preludio della disfatta delle politiche l’anno successivo.

Volendo sottilizzare, Ulivo, Unione, Campo largo non sono la stessa cosa. Ma, certo, in comune hanno l’umile consapevolezza della propria non autosufficienza e, insieme, l’ambizione di fare del PD il perno/soggetto federatore di un vasto schieramento. Comprensivo del contributo di forze e personalità civiche. A ben guardare, questa è stata la cifra delle vittorie più difficili e significative. A cominciare da quelle di Verona, Monza, Piacenza, Parma.

I 5 Stelle

Come è noto, tra i principali alleati del campo largo o aperto, che dir si voglia, figura il M5S. Forse è prematuro darlo per morto. Certo, non se la passa bene. Intanto si è confermata e semmai si è acuita la sua endemica debolezza nelle prove amministrative.

Il suo consenso è sempre stato espressione di un voto di opinione che semmai si manifesta nelle consultazioni politiche. Come non bastasse, il secondo turno è stato preceduto dalla scissione capitanata da Di Maio sulla base di motivazioni se non pretestuose comunque francamente tirate: una risoluzione parlamentare sul sostegno (anche militare) all’Ucraina in realtà votato dello stesso M5S, il quale si limitava a chiedere un più adeguato coinvolgimento del parlamento.

L’impressione è che Di Maio, studiatamente, abbia colto l’occasione per perseguire un suo personale disegno i cui connotati politici e progettuali non sono affatto chiari. Un po’ poco la sua enfasi sul sostegno a Draghi che non sembra correre rischi. Si intuisce l’intenzione dimaiana di rifluire sulla mitica, evocatissima area di centro.

Un’area già molto affollata di sigle, di protagonismi, di ambizioni, di velleità. Le cui chances sarebbero favorite da una legge elettorale di stampo proporzionale, da molti evocata ed invocata, ma francamente poco probabile. L’attuale Rosatellum, con il suo 37% di seggi assegnati in collegi uninominali, quasi costringe a stringere alleanze prima del voto.

Il Centro affollato

A questo ostacolo ai disegni centristi, si aggiunge la palese circostanza dei diversi propositi sottesi alla comune evocazione dello spazio politico del centro. Vi è chi coltiva l’idea di un centro rispettivamente alleato alla destra ovvero alla sinistra; chi, incline a una politica corsara, non priva di elementi di opportunismo, mira a fungere da ago della bilancia tra i due opposti schieramenti sfruttando il proprio «potere di coalizione» (esemplarmente Renzi, come si è visto anche nel presente test amministrativo); chi, infine, più ambiziosamente, ambisce a correre da solo dando corpo a un autonomo polo di centro distinto da destra e sinistra.

È il caso di Azione di Calenda associato a più Europa di Emma Bonino. Impresa ardua, ma forse non impossibile, che fa perno, politicamente e comunicativamente, sul dichiarato proposito di concorrere a propiziare anche nella prossima legislatura un governo di larghe intese presieduto da Draghi. Incidentalmente: con l’incognita della sua disponibilità.

Una prospettiva da non escludere. Se da auspicare, non saprei. Perché essa, magari rassicurante per la stabilità e l’affidabilità del paese, potrebbe tuttavia contribuire ad accreditare l’idea della relativa inutilità di una sana, fisiologica competizione tra offerte politiche alternative. Quasi che votare non serva. Un profilo, questo, da non trascurare da parte di chi, con realismo, non coltiva l’illusione che la stagione del populismo sia definitivamente alle nostre spalle.

Come ha ammonito lo stesso Draghi, accennando alla preoccupazione che la guerra con i suoi contraccolpi economico-sociali possa dare nuovo fiato ai populismi. E come sembrano suggerire le elezioni legislative francesi.

Sarebbe bene altresì che tutti gli attori politici − a cominciare da Letta, che sembra abbia inteso la priorità del progetto e del programma da approntare rispetto alle pur necessarie alleanze − mostrassero di saper distinguere tra un populismo regressivo e una domanda politica che invece va ascoltata, raccolta, elaborata politicamente: quella che affonda le radici in un profondo e diffuso malessere sociale che si nutre di povertà, precarietà, lavoro povero, disuguaglianze. E che metta l’agenda sociale al centro della propria offerta politica con ricette coraggiose. Comprese quelle tabù, anche a sinistra, che attengono alla materia fiscale.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto