Se Berlusconi non passa

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Nei giorni che ci separano dal primo voto per il Quirinale, solo un tema sembra in discussione: Berlusconi può farcela? In realtà, i temi sono molto più complessi e gli elementi di preoccupazione vanno ben oltre il destino personale del Cavaliere.

Berlusconi può farcela?

Sembra improbabile. Gli mancano circa 100 voti, non pochi. Vero è che nel Parlamento italiano si trova oggi più che mai un’ampia “palude” (rigorosamente nel senso storico del termine rivoluzionario del 1793). Un lotto di parlamentari dei gruppi misti o non allineati, in cui “pescare”.

A Berlusconi non mancano gli argomenti per attirare a sé questi parlamentari: ma l’operazione – tralasciando le evidenti implicazioni etiche – non è comunque facile. Se mai un nome così divisivo come quello del Cavaliere avesse successo, la legislatura avrebbe termine immediato, per effetto proprio della sua forzatura sul Colle. Questa prospettiva non invoglia molti parlamentari. Ma tra assenti per Covid, M5S in libera uscita, parlamentari in cerca di futuro nel parlamento ristretto a 600 membri, le variabili sono tante e nessun scenario si può escludere a priori.

Quella dello “scoiattolo” di Arcore resta dunque una scalata estremamente difficile (come gli ha ricordato lo stesso Gianni Letta, antico saggio consigliere), ma non per questo inutile. Per il centrodestra, perché ne ha riaffermato per qualche giorno l’unità (anche se del tutto apparente). Per Berlusconi, che – comunque vada – ha riaffermato la sua centralità di “padre morale” (tra doverose virgolette) di quel campo politico. Un canto del cigno, ben accetto a Salvini e Meloni, che potranno tentare di spendere il lavoro fatto da Berlusconi (e Sgarbi…) per gli scrutini decisivi, dove ogni singolo voto acquisito sarà utile.

Il peso della “palude”

Berlusconi starà in campo davvero solo se riterrà di avere qualche chance concreta nella quarta votazione, quando il quorum si abbasserà a quota 505 voti. Qui inizierà la fase vera, dopo le prime tre votazioni di “studio”. Sarà qui che si misurerà la temperatura reale del sistema politico italiano. E questa volta, come nel 2013, il rischio è che la febbre risulti molto alta.

Se infatti non ci sarà un vero accordo politico bipartisan tra destre e sinistre – invocato da tanti, ma a parole, e con le parole non si fa moltissimo – finiranno per essere dirimenti i voti della citata “palude” parlamentare. Udc, Centro Democratico, Coraggio Italia, Italia viva, Idea-Cambiamo, Azione-Più Europa, Noi con l’Italia, Maie-Facciamo Eco, Alternativa, Italexit, Italia dei Valori sono le sigle (forse nemmeno tutte) di riferimento di un centinaio di voti sparsi, primo frutto avvelenato della crisi dei partiti e del bipolarismo maggioritario, nonché della prospettiva del ritorno definitivo al proporzionale. Nel gruppo misto del Senato ci sono inoltre 23 parlamentari iscritti a nessuna componente (molti ex M5S in libera uscita), e altri 26 alla Camera.

Mal contati, tutti insieme, questi voti ammontano a circa 150. Potrebbero essere loro, all’interno di dinamiche più trasformistiche che di reale prospettiva politica, a determinare chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. Oppure a determinare lo stallo, se si dividessero in più cordate. Una prospettiva davvero inquietante.

Quali soluzioni sono possibili?

Innanzitutto, l’ipotesi Draghi è in evidente stasi dopo che molte voci del centrodestra (Salvini in primis) l’hanno esplicitamente esclusa: difficile portare “Super Mario” al Colle senza un voto bipartisan e spaccando la sua attuale maggioranza politica.

Sgombriamo il campo anche dall’ipotesi del ritorno di Sergio Mattarella. Il Presidente uscente si è davvero chiamato fuori. Potrebbe rientrare in campo solo in un momento ultimo, se si arrivasse allo stallo e fosse in discussione la credibilità del Paese, anche sui mercati. Ipotesi estrema che testimonierebbe che la politica italiana si è infilata nel buco nero, che il normale funzionamento delle istituzioni è saltato e serve ancora una volta il “salvatore della Patria”. Certo, ci sarebbe da essere contenti del ritorno di un uomo di questo spessore: ma, parafrasando Brecht, indicherebbe che il nostro Paese ha sempre più bisogno di “eroi”; dunque, non è in una situazione “beata”.

Quali altre soluzioni, prima di arrivare a ipotizzare questa extrema ratio? Difficile davvero fare previsioni.

Il tentativo di Berlusconi potrebbe esaurirsi ancora prima del 24 gennaio, data della prima votazione. Se non va almeno vicino all’obiettivo, si esaurirà comunque, non oltre il quarto scrutinio. Come sperano, in fondo, gli stessi leader del Centrodestra. Il motivo vero per cui Salvini e Meloni alla fine hanno “benedetto” il tentativo di Berlusconi è che esso costituirà un punto di forza per andare oltre e mediare una diversa soluzione, da una posizione forte. E prontamente Salvini ha fatto sapere di avere idee e proposte “valide” oltre al Cavaliere.

Infatti, se davvero il Centrodestra si ricompattasse inizialmente su Berlusconi, avrà dimostrato una forza decisiva, imprescindibile dalla quarta o quinta votazione in poi per mediare una diversa soluzione che – per la prima volta nella storia repubblicana – abbia provenienza dalle radici delle “case delle libertà”. In questo scenario, l’esito finale sarebbe un nome con un chiaro pedigree di destra liberale o moderata, ma assai più istituzionale, eticamente credibile e meno divisivo di Berlusconi.

Questa del lancio di Berlusconi che apre le porte a un nome tipo Moratti, Pera o Frattini – tanto per fare qualche esempio indicativo – resta la soluzione finale più probabile, a nostro modesto parere. Una soluzione che ben difficilmente vedrebbe i giallo-rossi avallare l’operazione e quindi determinerebbe per la prima volta da molti anni un Presidente nella cui elezione le sinistre non hanno giocato un ruolo centrale.

Dal Colle una nuova maggioranza?

Come già accaduto nel gennaio 2015, ai tempi della elezione di Mattarella, la cordata che esprime l’inquilino del Quirinale può facilmente divenire anche una maggioranza di governo. Con le elezioni politiche in arrivo al massimo entro un anno, col governo Draghi meno solido di qualche mese fa, questo aspetto è importantissimo. La marginalità della sinistra nella elezione quirinalizia rischia di trasformarsi in una marginalità anche politica.

Molto probabilmente, infatti, Renzi e fette importanti del moderatismo centrista faranno della elezione del Presidente della Repubblica un’occasione di riposizionamento politico, verso destra. Ma non si può escludere che ciò capiti anche per qualche isolato PD. Del resto, lo stesso Conte ci ha tenuto a far sapere che «Berlusconi non ha fatto solo cose sbagliate»: frase che, se espressa con una qualche consapevolezza politica, indica che il nuovo M5S contiano assomiglia più che mai ad una vecchia corrente DC meridionalista, e non vuole stare a priori fuori da nessuna interlocuzione, anche a destra. La prospettiva, insomma, è che le carte della politica vengano date da destra, e molti si siedano al tavolo, per oggi e per domani, in un modo più o meno esplicito.

Le incredibili divisioni del Partito Democratico

L’iniziativa della destra trova un PD incredibilmente diviso e perciò quasi impotente. Non c’è una strategia condivisa. Zingaretti e il suo segretario Letta vorrebbero Draghi al Colle, o almeno invocano una soluzione bipartisan. Ma il rientrante e sempre manovriero D’Alema, coi dalemiani mai usciti dal PD, così come altre componenti (Base Riformista e l’Area Dem di Franceschini) si oppongono, perché non vogliono in alcun modo rischiare che Draghi al Quirinale provochi la fine legislatura.

Proprio queste posizioni, contrarie all’accordo trasversale su Draghi, sembrano certificare che mai come questa volta la sinistra rischia di stare fuori dai giochi. Tenterà di rientrare su altri nomi, non troppo invotabili da sinistra. Il punto di caduta – se Salvini e soci concederanno questo approccio bipartisan – sarebbe sempre un nome di matrice moderata, ma non troppo indigesto a sinistra e soprattutto con ampio consenso centrista. Un Casini, ad esempio. Nome su cui – comunque – ben difficilmente PD, sinistre e M5S potrebbero trovare unanimità completa e sintesi, anche al loro interno. Sarebbe una sconfitta, solo un po’ mascherata.

Insomma, comunque vada, è sempre più chiaro che ciò che resta dell’antico centrosinistra rischia di dividersi per sempre sul Quirinale. Chi nel PD ha deciso che Renzi e Calenda non potevano essere degli interlocutori (a tratti addirittura sono apparsi dei nemici) e che si doveva guardare solo al M5S (o meglio, a ciò che ne resta con Conte), ha costruito la maggioranza giallo-rossa come unico scacchiere di gioco. Uno scacchiere però non in grado di eleggere il Quirinale, e destinato forse anche a non vincere le prossime elezioni.

Viceversa, a sinistra, si sarebbe potuta fare del Quirinale la prova generale per costruire una maggioranza trasversale, inclusiva anche al centro, e se possibile in grado di essere addirittura attrattiva verso qualche segmento ragionevole e “presentabile” di provenienza del centrodestra storico, sensibile alla prosecuzione del governo di unità nazionale di Draghi.

L’era Draghi era l’occasione ideale per disegnare questo scenario, ma sono troppe le remore culturali che impediscono al PD odierno di affrontare con successo l’attitudine manovriera richiesta dalla nuova stagione proporzionalista del nostro Paese. Stagione per la quale il PD non è attrezzato e non è adatto, essendo il frutto più alto della stagione politica del bipolarismo. Così il Quirinale, e la strada della maggioranza giallo-rossa, impostata da Zingaretti e proseguita da Letta, rischia di condurre il PD in un angolo da cui non sarà facile uscire.

La discriminante governista

Tra tutte le soluzioni che abbiamo adombrato, c’è sempre un discrimine fondamentale. Quelle “bipatisan” consentiranno alla legislatura di proseguire. Quelle più “unilaterali”, o che escludono comunque uno dei due poli di centrodestra e centrosinistra, porranno con ogni probabilità fine alla legislatura, in tempi abbastanza brevi. È qui che la destra potrebbe tornare a dividersi, tra chi è “governista” e responsabile verso il PNRR, e chi preferisce portare a casa il Quirinale qui e ora, ad ogni costo. Anche se il costo fosse far saltare Draghi. Anzi proprio per questo. Sarebbero questi attori spregiudicati, a destra, quelli da isolare, raggruppando invece i “responsabili”.

Vedremo se emergerà uno scampolo di lucidità, un po’ di amore per il bene del Paese, e un king maker capace di radunare attorno a un nome davvero bipartisan per il Quirinale chi vuole ancora governare insieme la crisi. La strada è davvero stretta e il rischio di arrivare a soluzioni trasformistiche e di convenienza, altissimo. Oppure, di restare incastrati nei ricatti dei do ut des degli abitanti della palude. Mattarella, in questo caso, farebbe bene a non prenotare troppo presto le ferie.

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2 Commenti

  1. Gianfranco Bettoni 25 gennaio 2022
  2. Fabio Cittadini 22 gennaio 2022

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