Brexit: dal sogno allo psicodramma

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Scrivere sulla Brexit è sempre molto rischioso. Gli eventi si susseguono a un ritmo talmente veloce e hanno un tale grado di imprevedibilità che chiunque decida di addentrarsi in un’analisi della situazione – per non parlare di chi si azzarda in previsioni – rischia di essere smentito dai fatti nel giro di poche ore. Può essere comunque utile fare il punto a due anni e mezzo dal famigerato referendum che, il 23 giugno 2016, ha generato le incertezze e i grattacapi di oggi.

Da quel giorno – come documentato ampiamente dalle cronache – nel Regno Unito si è assistito a un surreale psicodramma di dimissioni di primi ministri e ministri, voti decisi e rinviati, tensioni crescenti tra le comunità regionali ed etniche, indicatori economici a picco e aziende con la valigia in mano, pronte a spostarsi sul continente.

Certo, sì, forse

Oggi ci troviamo a tre mesi dal termine del periodo di negoziato tra UE e Regno Unito. Alla fine di questo processo, il 29 marzo 2019, il paese dovrebbe cessare di essere membro dell’Unione. Con quale status? Questo dipenderà in larga misura dall’accettazione, da parte del Parlamento britannico, dell’accordo faticosamente raggiunto tra UE e il governo di Theresa May per un divorzio “ammortizzato” in cui, almeno per un primo periodo, il Regno Unito resterebbe sostanzialmente nell’orbita del quadro economico e istituzionale dell’Unione.

Il problema dell’accordo è soprattutto la questione nordirlandese, in particolare il cosiddetto “backstop” da esso previsto. In sostanza: per evitare di dover ricreare un confine tra Irlanda e Irlanda del Nord – che rischierebbe di rianimare tensioni tra nazionalisti e unionisti – quest’ultima resterebbe di fatto parte integrante del mercato unico europeo a tempo indeterminato, fino a che non venga trovata una soluzione definitiva. Tale scenario viene tuttavia osteggiato dalla parte più a destra dei conservatori inglesi e dal partito unionista nordirlandese, facendo di fatto mancare una maggioranza parlamentare a sostegno dell’accordo con l’UE.

Cosa può accadere dunque? Come si accennava, tutto è ancora aperto. Di fronte all’impossibilità di garantire i numeri per approvare l’accordo in Parlamento, il Regno Unito sta testando con ambienti UE e con vari stati membri la possibilità (sulla quale ad oggi non sembra esserci disponibilità da Bruxelles) di rivedere il testo dell’accordo. In alternativa, il governo May potrebbe chiedere una proroga nei negoziati, facendo slittare l’avvio vero e proprio della Brexit. O ancora, il Regno Unito potrebbe persino decidere di rinunciare del tutto alla Brexit (ad esempio, a seguito di un secondo referendum sul testo dell’accordo). Infine, esiste, beninteso, anche la possibilità che le due parti accettino di rinunciare all’accordo e si separino quindi senza rete di protezione: si tratta della cosiddetta “hard Brexit”.

Londra pittoresca, UE pratica

La “hard Brexit” presenta elementi in grado di mettere a rischio la stabilità politica ed economica del paese, e in parte anche dell’Unione, la quale, seppure in una situazione di gran lunga più confortevole di Londra, ha comunque interesse a trovare una soluzione condivisa con la controparte che eviti instabilità in Irlanda e danni economici per tutti.

In generale, la posizione europea è stata parecchio più solida e meno pittoresca di quella britannica: i punti negoziali sono stati chiari e condivisi fin dall’inizio e per tutta la durata delle trattative.

E questa è già una prima preliminare conclusione che si può trarre da questi anni di negoziati: i paesi europei, per una volta, di fronte alla necessità comune di preservare gli interessi dell’Unione e dei suoi cittadini, non hanno offerto sponde significative a Londra e hanno dato prova di sostanziale coesione.

In questo, sono stati aiutati dai Trattati europei, e in particolare dal famoso articolo 50 (TEU), quello che disciplina l’uscita di uno stato membro, il quale offre pochissimo margine di manovra al paese uscente.

Gli altri stati membri che fossero tentati, cavalcando l’ondata populista, dall’uscita dall’Unione ora sanno cosa aspettarsi: trattative complessissime, gravi conseguenze economiche e rischi per la coesione sociale interna e finanche – come in Irlanda del Nord – per processi di pace costruiti con enormi difficoltà.

Avviso ai sovranisti

Sempre sul fronte UE, la Brexit – assieme al distaccamento dalla sfera tradizionale euro-atlantica da parte dell’amministrazione americana – ha inoltre costretto l’Europa a una severa riflessione sul suo funzionamento.

L’integrazione europea non è più da considerarsi come un processo irreversibile e inevitabile – come in molti lo hanno visto nei decenni passati. Essa è, al contrario, una costruzione relativamente fragile che necessita non solo di forte volontà politica, ma anche di un certo sostegno popolare. Da qui le discussioni sull’importanza di un ritorno a un’Europa popolare, che protegga.

Da qui anche un rinnovato dibattito su riforma dei Trattati, Europa a due velocità, esercito europeo: tutti capitoli ancora da scrivere ma che ben difficilmente sarebbero entrati nell’agenda politica dei dirigenti europei senza l’avvento della Brexit. Peraltro, chi tra i governi euroscettici – primi fra tutti Polonia, Ungheria e Italia – resta nell’Unione, con la partenza di Londra sa di avere un alleato potenziale in meno per opporsi a ulteriori condivisioni di sovranità.

L’Unione sembra dunque aver tenuto – almeno finora – anche a questo ennesimo scossone. Resta, tuttavia, l’amarezza per l’uscita di un paese non solo economicamente fondamentale, ma anche in grado, nonostante il suo continuo ruolo di guastafeste dell’integrazione europea, di iniettare nei processi comunitari una visione economica liberale che ha bilanciato in modo salutare l’approccio più conservatore e sociale di Francia e Germania, che peraltro ormai possono prendere sempre più saldamente il controllo dell’Unione.

Inutile dire che l’Italia, con fondamentali economici in bilico, un debito pubblico mastodontico e una classe dirigente nuova e poco affine ai valori e alle pratiche dell’integrazione europea, per il momento rimane di fatto esclusa dalla cabina di regia dell’UE che verrà.

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