Brexit: verso dieci anni di incertezze?

di: B. P.

L’8 maggio SettimanaNews ha pubblicato questa riflessione, sull’onda dei sondaggi che allora davano vincente il fronte “Leave” (abbandono) nel referendum che si è tenuto ieri e ha confermato la volontà maggioritaria nel Regno Unito di uscire dall’Unione Europea.

Recentemente David Cameron ha dichiarato che lo scenario del Brexit – cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’UE – provocherebbe “un decennio di incertezze”. Non è l’unico a pensarla così. Altre personalità britanniche, soprattutto del mondo degli affari, hanno usato toni simili. Si tratta di timori giustificati? O è forse tutta propaganda elettorale volta a influenzare l’esito del referendum del 23 giugno prossimo (in cui Cameron si gioca la carriera)?

Innanzitutto, c’è da dire che non vi sono reali precedenti storici. Ad essere pignoli, esiste il parziale precedente della Groenlandia, che uscì dalla CEE nel 1985 a seguito di dispute sul settore della pesca, pur restando soggetta alla corona danese. Inutile dire che il confronto non regge. Non solo perché la Groenlandia non era uno stato membro a tutti gli effetti. Ma anche perché ha una popolazione corrispondente all’incirca a quella della provincia di Campobasso. Nulla a che vedere con la portata di una possibile uscita del terzo paese UE per popolazione e del secondo per prodotto interno lordo. Paese che, peraltro, già nel lontano 1975 tenne un referendum riguardo a una possibile uscita dalla CEE, che venne bocciata dal 67,2% dei votanti.

Fino a pochi anni fa, la possibilità di un paese di concludere la sua adesione all’UE non era neppure esplicitamente contemplata dalle procedure ufficiali dell’Unione. Essa fu introdotta nei meccanismi comunitari solo con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009. Vediamo cosa prevedono tali meccanismi.

Per farlo, proiettiamoci al 24 giugno e immaginiamo che alla fine la spunti il fronte pro-Brexit. A quel punto, è ragionevole aspettarsi che il governo di Londra formuli a Bruxelles una richiesta ufficiale di avvio della procedura di uscita dall’Unione. Peraltro, è probabile che Cameron rassegni (o almeno annunci) le sue dimissioni. Egli ha infatti investito moltissimo sulla cosiddetta rinegoziazione delle modalità della presenza britannica nell’Unione. Tale rinegoziazione è sfociata a febbraio 2016 in un accordo, per la verità abbastanza modesto dal punto di vista d’oltremanica, che ha comunque assegnato a Londra una sorta di “status speciale” all’interno dell’UE.

Cameron ha cercato in tutti modi di far passare presso l’opinione pubblica l’accordo di febbraio come una sua vittoria personale nei confronti di Bruxelles. Sulla base di quest’accordo, egli si sta inoltre spendendo notevolmente in campagna elettorale per scongiurare il Brexit, nonostante membri del suo stesso partito e del suo governo siano apertamente a favore di un’uscita dall’UE. Una sconfitta al referendum sembrerebbe quindi lasciargli poco margine per restare al timone del governo (nonostante egli abbia più volte pubblicamente sostenuto che rimarrebbe premier in ogni caso).

Che Cameron rimanga o meno alla guida dell’esecutivo, in caso di vittoria del Brexit, è probabile che l’iter di uscita del Regno Unito dall’Unione parta comunque formalmente e inesorabilmente. Qui comincia la parte più complicata della vicenda. Una volta ricevuta notifica formale della richiesta di Londra, gli altri 27 stati membri dovrebbero accordarsi sul testo di un mandato di negoziazione da assegnare alla Commissione Europea, che per l’appunto fungerebbe da negoziatore ufficiale a nome di tutti i 27. Tale mandato deve includere una serie di indicazioni (e limiti non negoziabili) cui gli uomini e le donne di Juncker dovrebbero sottostare nelle trattative con il paese in uscita.

Al tempo stesso, partirebbe anche la clessidra. I Trattati prevedono infatti che i negoziati possano durare al massimo due anni, a meno che non vi sia un accordo – per cui si richiederebbe l’unanimità dei 27 stati membri – su una proroga. Al termine del periodo di negoziazione, l’accordo finale dovrebbe ovviamente essere accettato e ratificato da entrambe le parti. Per quanto riguarda l’UE, si richiede il consenso della maggioranza qualificata dei 27 governi e della maggioranza semplice dei membri del Parlamento Europeo. Il Regno Unito rimarrebbe a pieno titolo membro dell’UE fino alla chiusura dell’accordo (o fino allo scadere dei due anni, in mancanza di un’eventuale proroga).

Considerando la mole e l’importanza economica e politica delle materie oggetto di rapporti tra l’UE e un suo stato membro – dal mercato comune dei prodotti agricoli agli standard industriali; dalla libera circolazione dei lavoratori agli accordi di commercio coi paesi extra-UE – l’eventuale accordo sarà ben difficilmente esaustivo. È più probabile invece che si arrivi a una sorta di patto transitorio relativo soprattutto alle modalità d’uscita e che le – certo non meno importanti – questioni tecniche riguardo ai rapporti futuri vengano affrontate in separata sede, con negoziati che durerebbero presumibilmente parecchi anni. Negoziati in cui peraltro i 27 paesi rimanenti non avrebbero grande interesse ad una soluzione accomodante verso il Regno Unito. Al contrario, onde smorzare ulteriori velleità di uscita, essi potrebbero essere tentati dal voler servire al Regno Unito un trattamento duro ed esemplare.

In questo senso non ha torto Cameron a prevedere, in caso di Brexit, un decennio di incertezze. Incertezze economiche, riguardo alle possibilità di accesso del Regno Unito al mercato unico europeo e in particolare al futuro dei suoi servizi finanziari. Ma, inevitabilmente, anche politiche: ad esempio non è da escludere una crescita delle pressioni indipendentiste scozzesi (la cui popolazione è più legata all’Europa  rispetto agli inglesi) o un ritorno all’instabilità in Irlanda del Nord (alla cui relativa pacificazione ha contribuito non poco il fatto che Regno Unito e Irlanda aderiscano entrambi all’UE).

Ovviamente tali incertezze si rifletterebbero anche sui rimanenti paesi dell’UE, indebolita dalla perdita di un membro di grande rilievo. Soprattutto, l’Unione cesserebbe formalmente di essere un progetto irrevocabile e proiettato in un orizzonte di tempo indefinito. La contraddizione – sinora in larga misura latente – tra l’Europa come costruzione politica e l’Europa come mera iniziativa economica e commerciale, sarebbe così dolorosamente visibile a tutti.

Eppure, l’uscita del Regno Unito potrebbe essere un’occasione per affrontare finalmente questa contraddizione di petto, dicono alcuni. Ad esempio, si potrebbe creare un sistema di paesi – presumibilmente coincidente con l’eurozona – in cui l’integrazione politica possa procedere speditamente e un altro “periferico” che sia associato al primo solo a livello economico e commerciale, che includa il Regno Unito. L’ipotesi suscita un certo fascino. Tuttavia essa necessita una volontà politica e un supporto popolare che in questo momento non sembrano assolutamente essere all’ordine del giorno.

In ogni caso, allo stato attuale – anche a seguito di una presa di posizione pubblica a favore di una permanenza di Londra nell’Unione da parte di Obama – pare che il fronte pro-UE abbia di poco la meglio nei sondaggi. Ma in tempi in cui l’Europa è stretta tra crisi dei migranti, stagnazione economica, populismi, terrorismo e instabilità geopolitica su ogni fronte, l’elettorato diviene ancor più imprevedibile e persino uno scenario impensabile fino a pochi anni fa come quello dell’uscita di uno stato membro dall’UE rischia, alla fine, di concretizzarsi nelle urne.

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