Il re è nudo, ma neanche gli altri stanno bene

di: Giuseppe Savagnone

salvini

Questa volta sembra proprio che l’incantesimo si sia rotto. Il “capitano” aveva l’aria di essere il padrone della scena e di poter dettare, ancora una volta, la sua volontà, come in tutti questi mesi di governo, senza trovare resistenza.

Invece, per un imprevisto (e forse imprevedibile) guizzo di dignità, il premier Conte – che si era lasciato smentire e ridicolizzare dal suo ministro degli Interni, senza reagire, in tante altre occasioni (l’ultima, quando Salvini ha dichiarato pubblicamente che a lui ciò che pensa Conte «interessava meno di zero») –, ha ricordato che a decretare la fine di un governo non è la decisone di un ministro, ma la sfiducia del Parlamento.

E già la formazione di una inedita maggioranza 5stelle-PD-LEU, per impedire che la crisi seguisse le vie brevi, pretese con la consueta disinvoltura dall’impaziente aspirante premier, ha confermato che a comandare il gioco non è più lui.

Meglio tardi che mai…

Ha sancito, infine, questo nuovo clima la vicenda della Open Arms, che ha visto per la prima volta il ministro della Difesa, Trenta, prendere le distanze da quella che lo stesso premier Conte ha definito, in una dura lettera al vicepremier, l’«ossessione dei porti chiusi».

Certo, c’è da chiedersi come mai i pentastellati si stiano ribellando all’assoggettamento a cui erano stati ridotti (hanno ceduto su tutti i fronti, dall’Ilva alla Tap, dal condono fiscale alla Tav, piegandosi a votare, dopo una vana resistenza, anche i Decreti sicurezza) solo dopo che Salvini ha deciso di punto in bianco di abbandonarli.

Resta da vedere cosa accadrà adesso. Dati i personaggi in gioco, una ipotesi da non escludere è che, dopo essersi drammaticamente separati, accusandosi e insultandosi a vicenda, i due partner si riconcilino.

Anche se per Salvini dover ritornare sui propri passi sarebbe uno smacco che lo indebolirebbe molto nella futura gestione del potere (e a ciò, visto il suo atteggiamento proprio nella vicenda Open Arms, non sembra disposto).

Un’altra ipotesi, data come la più probabile, è che, per evitare il ricorso alle urne, si formi un governo a maggioranza 5stelle-PD-LEU. Un mostro. Certo, chi lo propugna fa notare che lo era anche l’accordo tra Lega e 5stelle, i quali da sempre si erano giurati reciproca, eterna inimicizia e incompatibilità.

E comunque l’idea della nuova alleanza nasce, più che da un progetto politico, dalla disperazione sia dei pentastellati, che i sondaggi e le recenti esperienze elettorali danno in caduta libera, sia della “sinistra”, palesemente priva di leader (Zingaretti sembra appartenere alla categoria di quelli che, dalle mie parti, vengono definiti “morti nell’uovo”) e sull’orlo della scissione.

Esiste davvero il pericolo del fascismo?

Al di là dei rispettivi problemi di sopravvivenza, l’unica giustificazione ideale che accomuna i protagonisti di questa acrobatica operazione sarebbe l’esigenza di salvare l’Italia dal pericolo del fascismo, a cui la esporrebbe il probabile trionfo elettorale del leader della Lega e dei suoi alleati. Su questo, in realtà, gli opinionisti hanno posizioni diverse.

Ce ne sono, come Luciano Sesta nel bell’articolo pubblicato in questi giorni su Tuttavia (qui), che ritengono lo spauracchio del fascismo, agitato dagli oppositori di Salvini, un espediente retorico della stessa serie di quello che ha paragonato gli sbarchi dei migranti ad una invasione islamica.

Una fuga, insomma, nell’estremismo apocalittico, che proietterebbe sulla politica l’ombra di una fede religiosa secolarizzata. Il fascismo, dicono questi osservatori, è un ben preciso fenomeno storico del passato, che non può più tornare, perché ormai ci sono regole e istituzioni che glielo impedirebbero.

Altri – e mi colloco tra essi – sono meno sicuri di questa irreversibilità della storia. Certo, dicono, il fascismo non può tornare nelle forme che ebbe all’inizio del secolo scorso. Tuttavia, la sua sostanza – un regime autoritario, in cui un uomo solo impone la sua volontà al Paese, limitando e alla fine eliminando tutti gli spazi della libera discussione e della opposizione democratica – non è poi così irripetibile, nel contesto attuale.

I «pieni poteri»: pretesi (e in parte presi) di fatto

Sì, le regole istituzionali ci sono. Ma era una regola istituzionale che a formare il governo fosse il presidente del Consiglio, incaricato dal presidente della Repubblica, e che i ministri fossero scelti da lui.

È accaduto invece, dopo le ultime elezioni, che «per la prima volta nella storia» siano stati i due capi-partito vincitori a scegliere il capo del Governo, esautorandolo in partenza.

Era una regola istituzionale che la linea dell’esecutivo fosse unitaria, anche se frutto di una vivace dialettica interna al consiglio dei Ministri.

È accaduto invece che ognuno dei due vicepremier abbia preso le sue posizioni senza che esse fossero convalidate prima dall’organo collegiale di cui facevano parte, col risultato di dar luogo a linee politiche diverse e in certi casi contraddittorie.

Svalutazione del Parlamento

Era una regola istituzionale che il Parlamento eletto dal popolo avesse l’ultima parola sulle questioni.

In realtà questa regola era già stata ampiamente violata dai passati governi. Però non era mai accaduto che i senatori della Repubblica votassero la legge di bilancio senza aver avuto il tempo non di discuterne, ma neppure di leggerne materialmente il testo, varato dall’esecutivo un’ora prima che scattasse l’esercizio provvisorio.

Era una regola istituzionale che ogni ministro avesse le proprie competenze. È accaduto invece che il ministro degli Interni abbia travalicato ampiamente i propri poteri, sostituendosi a quasi tutti suoi colleghi e allo stesso presidente del Consiglio, sui problemi della politica estera (alzi la mano chi si ricorda il nome del nostro “vero” ministro degli Esteri…) e di quella economica (con minacce di licenziamento a Tria), sulla gestione dei porti (che competeva al ministro delle Infrastrutture Toninelli), convocando i sindacati (competenza del ministro del Lavoro), pronunciandosi sulle missioni della marina militare (competenza del ministro della Difesa), facendo proclami perfino sui vaccini (Ministero della sanità) e sulla scuola (Miur).

È vero che non sempre è riuscito a ottenere ciò che voleva – aveva avuto solo il 17% dei voti e metà dei deputati e dei senatori dei suoi alleati! –, ma, quando ha chiesto agli italiani di dargli, alle prossime elezioni, «pieni poteri», è molto difficile dubitare che pensasse a una legittimazione anche formale per ciò che ha già tentato di fare: comandare da solo, infischiandosene delle regole istituzionali.

L’antifascismo come alibi

Il pericolo di un regime autoritario (se si preferisce, non chiamiamolo fascismo), avallato, come è avvenuto nei totalitarismi del Novecento, da un elettorato più arrabbiato che lucido, è dunque a mio avviso reale. Ma fare questo governo solo per evitarlo, senza un serio sforzo per ripensare la propria identità, sarebbe per PD e 5 stelle una trappola mortale.

Quanto al primo, perché è dal tramonto ideologico del marxismo che gli ex comunisti cercano nell’antifascismo un surrogato che mascheri il loro vuoto di idee. Col risultato che hanno rinunziato ad averne, salvo quelle prestate loro dalla tradizione dell’individualismo liberale (opposto alla loro originaria matrice socialista). Riproporre questo schema anche adesso sarebbe perpetuare una logica in cui la “sinistra” è di fatto sotto l’egemonia concettuale della “destra” e rimane incapace di stabilire un vero rapporto con le categorie sociali che dovrebbero sostenerla.

Quanto ai secondi, l’esperienza disastrosa da cui sono reduci ha evidenziato la loro fragilità ideologica.

Pretendevano di essere un movimento “di sinistra” e sono stati succubi della peggiore destra. Anche qui un po’ di riflessione non guasterebbe. Innanzitutto sul modo di concepire questa unità. Continuare sulla linea di un centralismo autoritario significherebbe condannarsi a ripetere gli errori del passato. Ma anche sui contenuti c’è molto da riflettere. Alle origini del movimento c’è uno spiccato interesse per il pensiero di Adriano Olivetti, ben lontano, certo, dalla linea che il partito ha seguito di fatto.

L’identità dei partiti e quella degli italiani

Queste urgenze non verrebbero meno, peraltro, neppure se la rottura con Salvini si ricompattasse.

Anche per fare opposizione il PD ha bisogno di acquistare un forza propositiva che in questi mesi gli è del tutto mancata e la cui assenza lo ha ridotto a una sostanziale subalternità, sia pure in chiave polemica, alle scelte del governo.

Da parte loro, per continuare a governare con la Lega senza esserne travolti, i 5stelle dovrebbero comunque fare una bella pausa di riflessione per chiedersi chi sono.

La sola cosa veramente sbagliata (ma è purtroppo la più probabile) sarebbe che si imboccasse una di queste due strade, quale che sia, restando prigionieri dell’ottica del potere e degli slogan, che, in mancanza di idee, finora ha dominato tutti (a cominciare da Salvini).

L’Italia ha bisogno di ritrovare se stessa in una prospettiva di senso e di valori che la paura, l’odio e le polemiche reciproche non possono dare. Tocca ai nostri rappresentanti dare qualche segnale per dirci che se ne sono accorti anche loro.

Giuseppe Savagnone è direttore dell’Ufficio per la pastorale della cultura dell’arcidiocesi di Palermo. Post pubblicato nella rubrica «I chiaroscuri» (su www.tuttavia.eu), il 16 agosto 2019.

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Un commento

  1. Giampaolo Centofanti 20 agosto 2019

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