Crisi per unire l’Italia

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Al di là dei personalismi veri o millantati da certa stampa dietro questa crisi politica c’è una vera sfida strategica per l’Italia: dove il paese vuole essere fra 10 anni. Tale sfida è simile per certi versi a quella che pose dopo la seconda guerra mondiale il piano Marshall. Ci sono infatti portati politici anche nell’attuale Recovery Plan, come nel piano Marshall, anche se essi sono diversi e offerti con diverse modalità.

Forse è bene essere chiari perché sembra esserci troppa confusione in giro e ciò serve ad aiutare a compiere delle scelte che coinvolgono tutto il paese, non solo una sua parte, per un futuro di lungo termine.

Il Piano Marshall era un piano di guerra in sostanza. Doveva aiutare la ricostruzione di paesi devastati dal conflitto per affrontare il nuovo scontro che si era aperto contro l’Unione Sovietica, la quale aveva già occupato mezza Europa e prometteva il paradiso comunista in terra ai propri sudditi.

Allora quindi in Italia volevano i soldi del piano Marshall i partiti anti sovietici, DC e compagni, e lo avversavano i loro oppositori, PCI e PSI, invece filo sovietici. La gestione dei fondi americani quindi fu in mano dei filo americani e comunisti e socialisti la bollarono come una vendita all’imperialista.

Il Recovery Plan non ha obiettivi militanti come allora, ma c’è comunque un chiaro obiettivo strategico. Tre elementi lo disegnano. Una parte dei futuri debiti sarà messa in conto all’intera Unione Europea, UE, e non attribuita ai singoli paesi, inoltre in questi mesi la Banca Centrale Europea (BCE) ha comprato titoli nazionali senza limiti, e BCE e FED americana si coordineranno di più per le politiche monetarie.

Quindi il Recovery Plan, già da adesso porterà una maggiore integrazione economica e politica in Europa in coordinamento maggiore con gli USA in cambio di un’occasione di sviluppo per l’Italia senza precedenti da 70 anni.

In questo senso, il grande merito politico del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è avere voluto integrare gli M5s, un partito che nasceva anti sistema, nel sistema. Lasciarli fuori, ai margini, con le loro velleità anarcoidi alla Masaniello sarebbe stato distruttivo.

Averli integrati invece ha mostrato i limiti delle loro aspirazioni anche anti europee e ne ha prosciugato la forza distruttiva. Che ciò sia avvenuto prima della crisi del Covid e dell’emergenza che ha dettato il Recovery Plan è stata una grande fortuna del paese.

Oggi però questo non basta, occorre andare oltre. Il Recovery Plan non ha pregiudiziali ideologiche come il piano Marshall. Esso è un piano per tutto il paese e quindi tutti devono essere chiamati a parteciparne, tranne quelli che non vogliano e si dichiarino apertamente anti europei e anti americani.

Le divisioni sull’europeismo in realtà sono trasversali e attraversano molti partiti, tranne il PD e Forza Italia, chiaramente europeisti e filo americani. Ma proprio ai tempi del piano Marshall la DC lavorò per strappare pezzi di antisovietismo. Il PSDI nacque da una costola dei socialisti (che allora erano con l’URSS) e il PRI venne fuori da un pezzo di Giustizia e Libertà, dove il resto confluì nel PCI.

Oggi, senza più gli odi e i rancori di una guerra fratricida, è di fatto più facile conquistare all’europeismo e all’atlantismo partiti interi o in maggioranza come la Lega o Fratelli d’Italia (FdI). Forse come il presidente lavorò per integrare gli M5s oggi si può lavorare per integrare in tutto o in parte Lega e FdI.

Né le pulsioni antisistema e anti europee sono del tutto sopite tra gli M5s. La fronda anti renziana di Di Battista le polemiche oggettivamente ignoranti sul MES, il fondo per la sanità, continuano ad attraversare il M5s, nonostante che sia al governo e abbia espresso il premier.

Inoltre sarebbe iniquo e ingiusto per il paese volere monopolizzare la gestione del futuro del paese escludendone chi non è in principio contrario. Cioè tutte le forze filo europee e filo atlantiche, pur con qualche mal di pancia, devono essere chiamate a partecipare a pensare il futuro dell’Italia.

Auspicabilmente, questo non dovrebbe tradursi poi in un manuale Cencelli di divisioni di seggi e scranni, ma esprimendo un governo anche di tecnici, o solo di tecnici, in grado di portare l’Italia attraverso gli attuali marosi interni e internazionali per un periodo molto breve.

Ciò passa certo per la conta dei voti alla Camera e al Senato, delle ambizioni e antipatie di tizio con caio e viceversa ma il quadro generale non dovrebbe essere che questo. Ciò anche perché il Covid è solo parte del problema. L’Europa, l’America e il mondo dovranno affrontare, e stanno già affrontando, la sfida di una seconda guerra fredda con la Cina.

L’Italia qui può scegliere se stare con l’America e l’Europa o con la Cina e se sta con l’America di influenzarla e aiutarla a spingerla in una direzione o in un’altra. Infatti se la guerra fredda è in corso non è detto che essa si trasformi in guerra calda, e anzi sarebbe nell’interesse di tutti che ciò non avvenisse.

Anzi lo scontro con la Cina non è l’unica soluzione possibile. Dopo gli attuali attriti potrebbero esserci margini di un grande accordo. Forse nel recente discorso del presidente Xi Jinping a Davos ci sono elementi da leggere in questo senso.

La deriva verso la guerra calda è aiutata da un’Italia che sbanda, non capisce e non sa dove stare oppure da un’Italia saldamente e intelligentemente atlantica ed europea? Forse la seconda opzione conviene a tutti, compresa l’Italia. Quindi anche a questo serve il Recovery plan e tutti gli italiani che vogliono essere tali e hanno a cuore il futuro del paese dovrebbero essere chiamati all’appello e questo appello, come nel 1948 si sottrarrà chi ha altri piani per il paese. Tutti i piani e le idee sono legittimi basta che vengano espressi con chiarezza.

La sana opposizione di PCI e PSI anche contribuì alla ricostruzione dell’Italia del dopoguerra, proprio per la sua chiarezza. Oggi le questioni sono diverse ma hanno punti simili. Il M5s deve decidere da che parte stare. Così deve fare la Lega di Salvini e FdI di Giorgia Meloni. Se tutti aderiscono al progetto, tutti devono farne parte. Chi non vi aderisce, viceversa deve farsi da parte.

Se questa crisi avrà aiutato il paese e il mondo in questa direzione non sarà stata invano.

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