Quant’è difficile dire “pace”!

di: Emanuele Curzel

Pace

La proposta di istituzione del “Ministero della Pace” avanzata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII riprende quanto don Oreste Benzi aveva chiesto nel 2001: voleva e vuole rendere attento il mondo politico alla necessità di trovare vie nuove per attuare politiche di disarmo, per educare alla nonviolenza, per difendere i diritti umani e gestire i conflitti sociali. «Gli uomini hanno sempre organizzato la guerra – scriveva don Benzi –; è arrivata l’ora di organizzare la pace».

Questo “Ministero” sarebbe una forma di coordinamento delle tante realtà – nate anche all’interno degli enti locali – che si occupano già di questi temi e, in collaborazione con altri ministeri, potrebbe costruire una politica orientata in tal senso. La proposta è articolata e qui non c’è lo spazio (né ho la competenza) per discuterne i singoli contenuti. Mi limito a qualche osservazione, che spero venga colta in senso costruttivo.

La Costituzione e la pace

Se guardiamo all’obiettivo principale, non si può certo dire che sia una novità. L’idea che la politica serva a costruire la pace, e non il conflitto, è ben radicata nella nostra Costituzione, che ripudia la guerra (art. 11) e assegna alle forze armate solo scopi difensivi (artt. 52, 117); in Italia il ministero della Guerra fu abolito nel 1947 e venne sostituito dal ministero della Difesa (nello stesso anno si fece lo stesso negli USA e in Francia; poi nel 1953 nell’Unione Sovietica, nel 1955 in Germania, nel 1964 in Gran Bretagna).

Il fatto di avere un dicastero dedicato non alla preparazione della guerra ma – in modo più modesto e più mite – alla difesa della Repubblica era coerente con i valori di un Paese appena uscito da una dittatura brutale e da una guerra disastrosa (che noi stessi avevamo provocato). La proposta di Benzi non è, dunque, una provocazione profetica: è un invito a rimettersi nel solco che era stato tracciato dalle grandi dichiarazioni, nazionali e internazionali, elaborate dopo la Seconda guerra mondiale.

Tutto risolto, quindi? Certo che no: il cammino è ancora lungo.

Il significato delle parole

Per camminare verso la pace va però chiarito quale orizzonte ci poniamo, di che cosa stiamo parlando. Tante sono infatti le paci e tante le guerre. Chi chiede l’eirene (il termine greco indica la tregua, lo spazio di tempo tra conflitti considerati inevitabili) è ben diverso da chi costruisce la pax (il termine latino indica l’ordine pubblico, la stabilità che nasce dalla forza del vincitore, che impone la sua pace) ed è ancora diverso da chi invoca la shalom, che in ebraico (come nell’arabo salaam) è la pienezza, la completezza, l’armonia, ossia uno stato interiore che si può solo ricevere dall’Alto (e che ha poco a che fare con la tregua o con l’ordine pubblico).

Anche la parola “guerra” apre un ventaglio di significati che vanno dalla lotta spirituale interiore (la jihad) all’anticreazione dello scontro termonucleare globale, passando per tutte le forme di lotta e violenza più o meno organizzata che l’umanità ha saputo e sa inventare. Ci sono tante guerre, ci sono tante paci e ci sono anche tante occasioni per forzare e strumentalizzare il significato dei termini: si pensi che nel romanzo distopico di George Orwell 1984 il “Ministero della Pace” è uno dei settori in cui si articola il governo (un ministero incaricato – ovviamente – di organizzare la guerra).

Nel momento in cui parliamo di pace e di guerra, dobbiamo dunque avere chiaro di cosa intendiamo parlare: cosa desideriamo, cosa temiamo, cosa desidera e cosa teme il nostro prossimo. Da un chiarimento dei termini e dei concetti nascerà la consapevolezza di dover distinguere i piani e di dover procedere lungo percorsi che, per quanto complementari, sono distinti.

Ci sarà bisogno di negoziatori capaci di far sospendere i conflitti, di costruttori di stabilità sociale, di suscitatori della serenità interiore: sono vocazioni diverse. Temo, invece, che una realizzazione pratica della proposta di Benzi, che affidi alle competenze di un ministro tutto ciò che connettiamo istintivamente alla “pace”, possa creare una sorta di superministero multidimensionale che verrebbe sentito da altri ministeri come un ostacolo, o come un rivale, più che come una risorsa.

L’ideale e la negoziazione

È davvero quello che vogliamo? Non si rischia che accada qualcosa di simile a quel che succede ai ministri dell’ambiente, costretti a tamponare decisioni prese da altri ministri più forti, quando invece sarebbe meglio che tutti prendessero sul serio il problema ambientale?

Quanto chiedeva don Benzi mi sembra, dunque, più un orizzonte ideale che una proposta praticamente attuabile.

La cultura della pace (nelle sue varie accezioni) deve nutrirsi di quanto già esiste e permeare le azioni di tutte le persone impegnate a reggere la cosa pubblica, di tutti gli uomini e di tutte le donne che, con competenza e senso di responsabilità, si occupano dell’Istruzione o degli Interni, della Ricerca o degli Esteri, dell’Assistenza o della Salute, dell’Industria o degli Enti Locali, della Protezione Civile o della Giustizia… e anche della Difesa.

* Pubblicato su “Camminiamo insieme. Organo di collegamento dell’Azione cattolica di Trento”, 14 (2020), n. 1.

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