Dio come una felpa

di: Luigi Alici

Quando Karl Marx, nel 1844 scrisse nell’introduzione alla Critica della filosofia hegeliana del diritto che «la religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli», non avrebbe mai immaginato che, a distanza di poco meno di un secolo, la storia lo avrebbe smentito così clamorosamente.

Adolf Hitler è stato il primo grande leader politico ad aver compreso che le religioni – opportunamente “trattate” – non sono affatto un anestetico che induce sonnolenza ma, al contrario, un potente energetico nella vita di un popolo: Gott mit Uns (Dio è con noi) era il motto inciso sulle fibbie delle cinture dei soldati del Reich.

Come ci ricorda Daniele Rocchetti, il 31 gennaio 1933, all’indomani dell’incarico ottenuto da Hitler di formare il nuovo governo, il giovane pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, in un intervento radiofonico alla Berliner Funkstunde dal titolo Il Führer e il singolo, denunciò profeticamente il pericolo che il Führer, cioè colui che guida un popolo, potesse diventare un Verführer, ossia un seduttore, “uno che travia” il popolo. Bonhoeffer sarà impiccato il 9 aprile del 1945 con l’accusa di aver complottato contro Hitler.

Quel Dio che il paganesimo idolatrico del regime nazista aveva cercato di arruolare – come disse Enzo Biagi e come Rocchetti ci ricorda – «per fortuna disertò».

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Da qualche decennio, la sciagurata tentazione di usare la religione come efficacissimo ricostituente per ideologie un po’ anemiche sta tornando di moda. Per occupare la scena pubblica, la farmacopea politica oggi sembra avere gli scaffali vuoti, ma si può attingere a piene mani – totalmente gratis – alla simbologia religiosa, di cui si sta scoprendo la forza identitaria, come memoria collettiva e collante sociale.

Nessuno provi minimamente a equivocare: non sto dicendo che chi oggi brandisce un corona del Rosario in un comizio pubblico è un neonazista o un “parente povero” di Hitler. Tuttavia persone diverse, in contesti diversi, persino con fini diversi possono compiere lo stesso abuso, la stessa offesa alla fede: nel genio diabolico del male può trattarsi di una strategia intenzionale, pianificata a tavolino e tragicamente coerente fino alla fine; nel politicante trasformista, che annusa la piazza e veste la casacca che al momento rende di più, magari cambiandola con un’altra subito dopo, si tratta di una commediola all’italiana. Non altrettanto pericolosa ma non meno offensiva per i credenti.

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Ha scritto Richard Sennett che il tribalismo «abbina la solidarietà per l’altro simile a me con l’aggressività contro il diverso da me». Il punto è questo. Da una società che si era scavata una nicchia individualista, in cui ciascuno potesse esercitare in pace il proprio consumismo dissennato, si è passati a una società in cui globalizzazione e multiculturalismo hanno avuto effetti devastanti.

Il tribalismo è l’esito di questa società: ormai post-individualista solo perché populista. Non mi sento più solo se scopro uno simile a me, soprattutto se ha le mie stesse paure e i miei stessi nemici. Attenzione: quando non mi sento più solo da solo, possiamo però essere in due a sentirci soli, e questo potrebbe renderci ancor più aggressivi. Alla fine, se non abbiamo altro cemento ideale, lo possiamo trovare nella paura del nemico.

Una tribù di falsi amici ha sempre bisogno di una tribù di falsi nemici per essere se stessa. In questo modo il tribalismo, che vorrebbe rappresentare un’alternativa populista all’individualismo, produce un individualismo ancora più esasperato e incattivito. L’egoismo di gruppo è un detonatore degli egoismi individuali.

Se poi anche la religione – una religione fatta più di totem che di fede – servisse a scavare fossati, allora potrebbe diventare anch’essa un ingrediente vitale di questa nuova miscela populista. Le religioni senza fede sono bandiere senz’anima, appartenenze senza comunione, dogmi senza amore, idoli senza Dio.

Nella prima Lettera di Giovanni si legge: «Noi stessi abbiamo veduto e attestato che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1Gv 4,14); salvatore del mondo, non dei cristiani, non della mia tribù contro un’altra tribù. La Lettera continua: «Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1Gv 4,18). Dunque, la paura non può essere mai la sorella maggiore della fede, che pretende di disegnare il perimetro tribale dell’amore; non dell’amore di Dio né dell’amore del prossimo: Chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,21). Suo fratello, non il proprio parente italiano.

Anche la Lettera di Giacomo ricorda che lo «spirito di contesa» e le «menzogne contro la verità» sono la radice di ogni falsa sapienza: «terrestre, materiale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (Gc 3,14-17).

Non ho la pretesa di dire quale uomo politico sia un buon cristiano; nemmeno io riesco ad esserlo come vorrei. Né posso essere io a giudicare la fede di chicchessia, ma è difficile vedere i frutti buoni dell’albero della sapienza cristiana in chi vorrebbe giocare la partita politica con carte truccate: riducendo Maria, figura centrale del cattolicesimo, la “Vergine madre figlia del tuo Figlio» di cui parla Dante, semplicemente a un capo tribù, e forse gongola in cuor suo per aver strappato alla piazza una bordata di fischi contro papa Francesco.

Certamente un cristiano non potrà permettere mai e a nessuno – a costo della vita – di trasformare la Buona Notizia che ha cambiato il corso della storia dando una speranza di vita vera a tutti, a cominciare dai disgraziati e dai reietti della terra, nel distintivo di una tribù disposta ad adorare solo il totem del proprio egoismo. Una felpa da appendere in un cimitero di cianfrusaglie, accanto all’ampolla con l’acqua ormai imbevibile del sacro Po.

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