Distillare il voto del 5 giugno

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Sul voto del 5 giugno non è possibile una valutazione di sintesi, tanto diverse sono le situazioni in cui si esprime e tanto contrastanti le prime indicazioni delle urne. Sono lontani i tempi degli schieramenti consolidati – la DC e il PCI – per cui dall’esito delle elezioni dei grandi comuni si facevano dipendere i vaticini sulla sorte del governo e/o sul destino del paese. Ora tutto è più fluido e dunque più incerto.

Ma se si procede in modo disaggregato qualche valutazione si può effettuare e qualche pronostico si può azzardare. Il metodo da attuare è quello della … distillazione frazionata, da applicarsi attorno a tre fondamentali ambiti di analisi. Il primo riguarda il governo delle singole città, il secondo gli spostamenti degli indici di gradimento e dei livelli di fiducia, il terzo la possibile incidenza dei risultati sull’orientamento generale dell’elettorato in vista anche delle prossime più impegnative scadenze.

Il girone dei terzi esclusi

Sul primo punto la constatazione è agevole perché è obbligata. Tranne Cagliari, dove il candidato del centrosinistra prevale al primo turno, in tutte le altre grandi città consultate la decisione su chi farà il sindaco è rinviata al 19 giugno, data dei ballottaggi.

Ora ci si può esercitare soltanto sui distacchi tra il primo e il secondo classificato (quelli che sono iscritti al repechage) ed anche sui nomi dei terzi esclusi, in genere impegnati in lacrimevoli lamentazioni. Il caso più rilevante in proposito è quello di Roma dove al primato indiscusso della candidata dei 5Stelle ed al piazzamento a distanza del democratico Giachetti, fa riscontro il terzo gradino del podio conquistato da Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia e Lega) che però non dà diritto a medaglie ma decreta l’esclusione dalla gara.

Soffermarsi sul punto è utile perché scopre le piaghe della fase preparatoria, quella della composizione delle coalizioni e delle liste, con l’inevitabile quanto vana deprecazione degli errori compiuti. Nel caso di Roma emerge a tutto tondo l’irresolutezza di Berlusconi che, pur di impedire il rafforzamento del tandem tra la Lega di Salvini e la destra di Meloni, dapprima inventa la candidatura di Guido Bertolaso e poi ripiega su quella di Marchini, alterandone il connotato “civico” e trascinandolo nella classifica più in basso di dove meritasse.

Nel girone dei “terzi esclusi” è da segnalare anche la presenza della Valente, discussa candidata PD di Napoli, a suo tempo preferita dal PD al veterano Bassolino e testé costretta ad assistere al confronto tra l’uscente sindaco De Magistris e lo stagionato Lettieri, esponente storico della destra partenopea.

A proposito dei ballottaggi e quindi degli esiti finali effettivi c’è da tener presente che non sempre chi vi entra in pole position risulta primo al traguardo. In genere accade infatti che il meglio classificato al primo turno abbia fatto il pieno dei voto nel proprio campo, mentre colui che insegue può avvalersi, nello scontro finale, dell’ostilità degli esclusi verso il più quotato.

Qui si fanno valere i frutti perversi delle lacerazioni. Non è detto che chi si è separato dal centrosinistra voterà al ballottaggio il candidato di quel gruppo. Ad esempio, se a Roma Stefano Fassina, uscito dal Pd, vorrà appoggiare Roberto Giachetti, dovrà rettificare la dichiarazione fatta in campagna elettorale che prometteva il suo eventuale secondo voto per la candidata dei 5Stelle.

Il doppio turno, insomma, è sempre un’incognita. Può anche rovesciare i numeri del primo. Ricordare, per credere, le ultime legislative francesi, quando per impedire lo straripamento dei populisti, i socialisti di Hollande riversarono i propri suffragi sui candidati moderati di Sarkozy. Dunque la prudenza è d’obbligo.

I travasi di fiducia

Anche quanto ai travasi di fiducia gli indicatori sono incerti. Se è innegabile, ad esempio, l’affermazione dei 5Stelle a Roma e Torino, va riconosciuto che altrove il movimento di Grillo deve accontentarsi di un gramo raccolto. Perché non si era impegnato come a Roma o perché era (ed è ancora) intrinsecamente debole?

Più evidente l’affaticamento del PD, il quale non riesce a riprodurre le performances degli ultimi anni, quando espugnava tanti municipi al primo assalto mentre ora stenta anche a Bologna. L’ostentato ottimismo delle prime ore è destinato a lasciare campo a una più ponderata riflessione sulle ragioni che hanno determinato risultati non sempre negativi ma sicuramente problematici. Ragioni legate alle vicende locali, come nel caso di Roma dove al candidato Giachetti è stata affidata la missione impossibile di far dimenticare Ignazio Marino. Ma vi sono anche ragioni di maggior rilevanza che suggeriscono un esame critico degli eccessi volontaristici del presidente del consiglio, compendiati nell’attacco frontale che abitualmente sferra su ogni problema e nell’affermazione del carattere risolutivo dell’intervento presidenziale. E qui andrà esaminata accuratamente l’incidenza delle defezioni da sinistra, quelle proclamate e quelle silenziose, corrispondenti allo slittamento percepito (ma in politica la percezione è realtà) verso un approdo “nazionale” dai connotati meno definiti.

Alla luce del voto, l’area della destra appare comunque la più devastata. Esclusi Milano e Napoli, più altri centri minori, la “quantità” del centrodestra appare irrimediabilmente frazionata. Lo smacco di Roma non ha possibilità di appello. Né basta ammettere che tutto è dipeso dalla mancata realizzazione dell’unità se poi non si sviluppa l’analisi sulle ragioni per le quali l’unità non s’è realizzata o si è rotta.

Certamente ha giocato la testardaggine di Berlusconi nel presumere di poter esercitare ancora una leadership aggregante in un contesto ormai disgregato. Ma anche i suoi alleati-comprimari si sono rivelati miopi nella valutazione degli effetti della rottura. L’entità dell’avanzata romana dei 5Stelle mostra del resto che l’area tradizionale della destra risulta permeabile ai messaggi di un populismo semplificato nella capacità di intercettare umori e pulsioni storicamente proprie del sentiment della destra.

4 mesi di rissa?

E la prospettiva? E gli sviluppi da qui alla prossima scadenza oltre i ballottaggi? Quella del referendum di ottobre in primo luogo. Una cernita sommaria degli elementi disponibili porta a constatare che i dati d’incertezza prevalgono sui fattori di stabilità. L’impressione è che tutto sia in movimento e probabilmente con una crescente accelerazione.

Chi abbia a cuore i destini della repubblica ha il dovere di chiedersi – e di chiedere – se sia accettabile la previsione di un quadrimestre di rissa con una posta in gioco – le sorti del governo – spropositata rispetto alle questioni da affrontare: la conferma o meno della riforma costituzionale. Che non sia meglio applicarsi a curare le ferite – ciascuno le proprie – che il voto del 5 giugno ha inferto ai protagonisti della vita democratica?

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