Draghi: un uomo, troppe missions

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Il futuro di Draghi, tra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica, è già un caso. È bastato che la pandemia attenuasse un attimo la morsa, si riducesse il clima emotivo-emergenziale, e subito la questione ha preso le prime pagine del dibattito nazionale.

Ne avevamo parlato a febbraio, in tempi non sospetti (cf. SettimanaNews, qui): il futuro di Draghi, fin dall’alba del suo Governo, appariva un possibile tema politico dirimente. Ovviamente: perché Mario Draghi era da tutti considerato il naturale erede di Mattarella, per il “cambio della guardia” al Quirinale, fissato ineluttabilmente per gennaio 2022. Ma questa “riserva della Repubblica” ha dovuto esser gettata nella mischia prima, per togliere dalla evidente empasse il governo Conte e sbloccare l’iter verso il “Recovery Plan”, che sembrava oggettivamente impantanato.

Serviva lui, Draghi, per rimettere in piedi gli equilibri tra Italia e Commissione Europea. La sua autorevolezza. Senza dubbio. Ma così abbiamo già giocato la nostra più importante fiche sul tavolo verde dell’agone politico. E adesso arriva un’altra mano: quella della scelta del nuovo Presidente della Repubblica. E la fiche è già giocata.

Draghi al Quirinale: una opportunità per la destra

Chi oggi vuole Draghi al Quirinale, ovviamente, è il centro-destra. Non ha mai eletto un Presidente che sentisse davvero proprio. Ha sempre dovuto mediare. Anche questa volta, Draghi sarebbe una mediazione. Ma un’ottima mediazione.

La salita al Colle di Draghi, infatti, porrebbe immediatamente fine al suo Governo, e farebbe quasi certamente terminare anche la stagione della “unità nazionale”. Si andrebbe rapidamente a nuove elezioni politiche e per il centrodestra si aprirebbe finalmente la strada del governo pieno (con a capo Salvini, la Meloni, o Giorgetti, o chi altri: resta da vedere, ma è un tema successivo, che deciderà in fondo l’elettorato stesso).

La riconferma di Mattarella – quindi – è un male da evitare per Salvini come per la Meloni. Certo, non lo si può dire apertamente, visto il consenso unanime e il prestigio di cui gode l’attuale Presidente della Repubblica: ma proporre Draghi per il Colle è la via maestra per configurare questo scenario di rapido ritorno ad un governo politico di centrodestra, in una forma o in un’altra.

Un Presidente del Consiglio al Colle?

In realtà, la difficoltà di portare Draghi al Colle appare oggi molto alta. Innanzitutto, sul piano politico: chi mai potrebbe gestire i 200 miliardi del PNRR, se egli passasse al Quirinale? L’immediato scontro che nascerebbe per il controllo – da Palazzo Chigi – dei fondi europei farebbe venire gli incubi a Bruxelles. E probabilmente metterebbe il Paese in condizione di non spendere bene quei fondi.

Cosa che già sarà difficile fare con Draghi, figuriamoci senza. Ma a minare il sogno della destra di “liberarsi” presto di Draghi come capo del governo, ora che l’emergenza Covid sembra meno forte, è un ostacolo ben più difficile della Commissione von der Leyen. Si tratta della stessa Costituzione italiana. In base all’art. 84 della nostra Costituzione, infatti, l’ufficio di Presidente della Repubblica è “incompatibile con qualsiasi altra carica”. Giustamente: visto il suo ruolo di arbitro.

“Incompatibile” non vuol dire “ineleggibile”: Draghi, da Presidente del Consiglio, potrebbe essere eletto al Colle. Ma nel momento stesso in cui accettasse la nomina al Quirinale – anzi, un attimo prima – dovrebbe rassegnare le dimissioni da Presidente del Consiglio, per non incorrere nella incompatibilità tra le due cariche. Dimissioni che dovrebbe dare nelle sue stesse mani (o meglio, nelle mani di Mattarella, ma un Mattarella a poche ore dalla fine del mandato).

Dopodiché, Draghi – da neopresidente appena eletto – si troverebbe a gestire la crisi del suo stesso Governo… Governo che – come noto – dovrà rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti. Cosa impossibile, per l’incompatibilità dovuta all’art. 84, se a guidarlo fosse – come oggi – Draghi. Che dovrebbe quindi dimettersi per tempo, prima di gennaio 2022, in pieno “semestre bianco”. E aprire una complessa crisi a pochi giorni dalla fine del mandato di Mattarella.

Insomma, un groviglio istituzionale davvero molto complesso. Che ben difficilmente un uomo così responsabile come Draghi accetterebbe di innescare. Non a caso, nessun Presidente del Consiglio in carica è mai stato candidato alla Presidenza della Repubblica. Per questi e altri motivi, dunque, il nostro parere è che Draghi porterà a termine questa legislatura e non andrà al Quirinale. Da uomo avveduto qual è, sapeva già il giorno in cui ha giurato come Presidente del Consiglio che quel giuramento poneva una pietra quasi tombale sulla sua ascesa al Colle.

L’incognita «Mattarella Due»

Ma se portare Draghi al Colle è quasi impossibile, chi ci andrà allora a gennaio 2022, quando scadrà il settennato? Molti vedrebbero bene un “prolungamento a tempo determinato” di Mattarella. A breve, infatti, il Parlamento sarà comunque rieletto – passando da 945 a 600 parlamentari – e sarebbe poco corretto che il Presidente della Repubblica fosse espresso da un Parlamento “vecchio” e pre-riforma. “Prolungare” Mattarella consentirebbe, tra un paio d’anni, di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica pienamente “legittimato”.

Pochi giorni fa, il Presidente Mattarella, col suo consueto stile elegantissimo e istituzionale, ha fatto capire di non amare l’ipotesi di un “rinnovo” del suo mandato settennale. Che passa per forza per una rielezione, fosse anche solo “a tempo”, come già avvenuto per Napolitano.

Mattarella sa bene, e non ha mai nascosto, che un secondo mandato del Presidente della Repubblica è sempre un segno emergenziale per le istituzioni repubblicane. Come già accaduto appunto ai tempi del «Napolitano Due», indotto da una serie di “pasticciacci brutti” avvenuti nel Parlamento a Camere congiunte. Un segno emergenziale da evitare, se possibile.

Tanto più perché il suo secondo mandato sarebbe letto sicuramente come un atto politicamente non neutro: gradito cioè a sinistre e cinquestelle, per evitare l’interruzione del Governo Draghi, e probabilmente di una Legislatura in cui hanno ancora i numeri per governare, sulla carta.

Se i giallo-rossi, invogliati da una permanenza ancora di qualche anno in un governo di unità nazionale, si mettessero a premere su Mattarella per un secondo mandato, farebbero però un errore madornale. Non certo per la qualità e la garanzia che offre la persona.

Ma perché infine farebbero un favore al centrodestra, che farebbe – apparentemente – il bel gesto di rinviare di un paio d’anni le proprie ambizioni di governo, «per il bene del Paese». Ma dopo un paio di anni di «Mattarella Due», il centrodestra – se non si divide – potrà per la prima volta nella storia eleggere un Presidente “proprio”, contando non solo su un parlamento a maggioranza di destra, ma anche sul controllo di quasi tutti i grandi elettori regionali.

Per questo, qualcuno ha voluto leggere – malignamente – sotto le parole di “elegante” diniego di Mattarella, una non radicale esclusione del possibile secondo mandato, in fondo gradito a tutti, per motivi diversi. Ma è difficile che Mattarella accetti una ipotesi così “politica” e così poco istituzionale. Entrare in campo negli equilibri politici della Legislatura sarebbe contrario al suo stile, a quello visto fino ad oggi almeno.

Che ne sarà dunque di Draghi?

Se Draghi è utilissimo al Quirinale, è però ancora più indispensabile a Palazzo Chigi. Confermare Mattarella piacerebbe a molti, ma non sarà scontato. Per il Colle, si dovrebbe allora cominciare a pensare a ipotesi alternative: sono particolarmente intriganti quelle che portano – ad esempio – a una donna di profilo istituzionale (come una Marta Cartabia o una Luciana Lamorgese).

Ogni previsione però è prematura. Mentre scommettere su Draghi o Mattarella per gennaio 2022 appare non impossibile, ma complicato.

In questo scenario, se Draghi non commette passi falsi, ha la possibilità di terminare la legislatura, fino a primavera 2023. Sono in tutto 24 mesi di governo, per impostare la spesa del PNRR e alcune riforme epocali, come quella sulla giustizia. Onestamente, non tanto tempo.

Ecco allora che – se non cederà alla ipotesi, peraltro complicatissima, di diventare nuovo inquilino del Colle – a inizio 2023 il suo futuro sarà il tema al centro della campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. In questo scenario, a Salvini e alla Meloni i giornalisti chiederebbero quotidianamente se – vincendo le elezioni – confermerebbero la fiducia a Draghi.

I due leader dell’attuale centrodestra avrebbero tra le mani una vera patata bollente, una difficile scelta: passare per quelli che silurano Mario Draghi, “il migliore”? Oppure, confermarlo e rinunciare a capitalizzare con un proprio uomo la probabile vittoria elettorale?

Attorno a Draghi un equilibrio diverso?

Ecco perché, assunto anche il crescente clima di competizione che si sta instaurando tra Lega e Fratelli di Italia, tutti i giochi per il futuro governo potrebbero essere riaperti. Ci sarà la gara a “far proprio” Draghi, in vista della prossima legislatura. Le attuali schermaglie tra Letta e Salvini, a colpi di tasse di successione o riaperture veloci, andrebbero viste così. E Letta, soprattutto, dovrebbe stare molto attento a non “regalare” Draghi ad un governo futuro di “centrodestra moderato”, ad esempio a guida Giorgetti.

Infine, non si potrebbe escludere che, attorno ad un Draghi che necessariamente deve governare il PNRR oltre il 2023, si vengano a generare nuovi accordi o nuovi equilibri tra le forze politiche in campo, rompendo lo schema oggi imperante (PD+M5S contro Lega+FI+FdI).

Uno scenario intrigante e che forse potrebbe sbloccare un quadro politico bipolare mai realmente decollato, soprattutto ora che la legge elettorale torna in buona parte proporzionale. Uno scenario intrigante, ma che passa per forza da un Draghi che rinuncia al Colle e da un Presidente della Repubblica “di equilibrio”, scelto a gennaio 2022, non dopo le elezioni politiche del 2023.

Tutto questo ci spiega perché prevedere prolungate turbolenze politiche attorno al futuro di Draghi non è difficile. Il Covid calante ha sbloccato i giochi politici. Ne vedremo delle belle, quasi sicuramente. Speriamo solo che i giochi non distraggano troppo chi oggi dovrebbe avere come unica priorità riportare il Paese fuori dalla crisi pandemica ed economica.

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