Elezioni: vincitori e vinti

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Due avvertenze per non trarre conclusioni precipitose circa l’esito delle elezioni amministrative: per quanto importanti per quantità e qualità (le più importanti città italiane), trattasi pur sempre di elezioni comunali, che scontano una loro peculiarità, anche per il meccanismo elettorale e per la marcata personalizzazione della contesa; il giudizio si è concentrato sui risultati concernenti le grandi città e noi sappiamo che il termometro politico delle principali città è spesso diverso da quello dei centri minori, della vasta periferia italiana. L’Italia è lunga e articolata.

Disaffezione elettorale

Posta questa premessa, un cenno ai risultati. Intanto il largo astensionismo, senza precedenti, anche al nord, persino a Milano e Torino. Una disaffezione che cresce suscettibile di diverse interpretazioni.

Se ne possono avanzare tre tra loro connesse: il deficit di apprezzamento e di fiducia (che non si arresta) nel sistema dei partiti nel loro complesso; l’impressione avvalorata dal governo Draghi che il paese sia in buone mani e che, per converso, la contesa tra le forze politiche sia un rito stanco e inutile se non nocivo (come usa dire, l’agitarsi di stinte bandierine) rispetto a ciò che davvero conta per i cittadini; il riflusso nell’astensionismo di larghi settori che, nel recente passato, avevano gonfiato le vele delle forze populiste di vario colore, in particolare la Lega e il M5S.

Con una battuta d’arresto dello stesso partito di Giorgia Meloni che sembrava in irresistibile ascesa. Un elemento, quest’ultimo, che già ci introduce alla questione dei vincitori e dei vinti.

Populismo e centro-destra

Sconfitti senz’altro i populisti e i sovranisti, ma soprattutto i populisti. Una sconfitta largamente prevista nel caso del M5S, sia per le laceranti dispute interne di cui è intessuto il suo passato recente, sia per la sua tradizionale inconsistenza sui territori.

Certificata dalla sua quasi estinzione al nord (meno al sud) e dalla debacle nei due grandi Comuni – Roma e Torino – che, cinque anni fa, fecero segnare un risultato eclatante del M5S con la Raggi e l’Appendino.

Ma una sonora, bruciante sconfitta anche per la Lega di Salvini, che potrebbe segnare il fallimento del suo disegno strategico di farne un partito nazionale e la indiscussa guida del centrodestra. Una Lega che sensibilmente arretra anche al nord. Eclatante il caso della disfatta di Milano, il cui candidato sindaco è ascrivibile personalmente a Salvini, con un risulto di lista al 10%.

Dunque, con l’eccezione relativa della Meloni, una battuta d’arresto del centrodestra nel suo insieme. Le ragioni? Candidati debolissimi e oscuri, scelti con clamoroso ritardo, secondo una mediocre logica spartitoria e la competizione/conflitto tra Salvini e Meloni.

Si è detto di una palese penuria di classe dirigente cui si è immaginato di porre rimedio con personalità della società civile. Giusto. Ma, facendo un passo in più, ci si deve chiedere perché sia così arduo reperire candidati civici di alto profilo e competitivi da parte di partiti che pure, sulla carta, godono di un largo consenso e sono dati in vantaggio da tutte le rilevazioni?

Una domanda che ci rinvia, da un lato, al profilo e alla cultura politica della destra nostrana, così lontana da quella congeniale a una borghesia di stampo liberale ed europeista; dall’altro, a un cambio di fase rispetto al tempo, neppure tanto lontano, nel quale imperversavano populismi e sovranismi. Un cambio di fase riconducibile a più elementi: la sconfitta di Trump e l’ascesa di Biden, il volto finalmente solidale della UE, la nuova agenda politica e programmatica dettata dalla crisi pandemica: meno allarme su sicurezza e immigrazione, priorità semmai assegnata a sanità, ripresa economica, lavoro, protezione sociale.

Le opportunità di Letta

In questo nuovo clima si inscrive il buon risultato del centrosinistra e, segnatamente, del PD di Letta. Eletto nelle suppletive a Siena, cioè in una piazza difficile alle prese con la crisi del Monte dei Paschi, dopo la fuga non onorevole dell’ex ministro Padoan, che ha preferito migrare alla presidenza di Unicredit, come non bastasse interessata ad acquistare la storica banca senese.

Senza precedenti la triplice vittoria del centrosinistra già al primo turno a Milano, Bologna e Napoli. Significativo il 34% del PD a Milano. Un risultato lusinghiero forse originato anche dalla diffusa percezione che il PD rappresenti la forza più leale e determinata nel governo guidato dall’europeista Draghi apprezzato dalla maggioranza degli italiani.

Una vittoria che dà a Letta tre opportunità: quella di tacitare le endemiche fibrillazioni correntizie interne al PD e consolidare una leadership, la sua, che scontava un’investitura emergenziale e unanimistica; quella di dare corso alla linea da lui tracciata sin dal suo insediamento alla segreteria del partito cui fu chiamato da Parigi, ovvero l’organizzazione di una sorta di nuovo Ulivo, un’alleanza larga e inclusiva di forze politiche e civiche di centrosinistra nel quadro di un ripristinato bipolarismo; quella, infine, di fare del PD il baricentro e di se stesso la guida di quel campo di forze democratiche. Comprensive del M5S, ma derubricato al ruolo di junior party.

Un ruolo che potrà dispiacere ai nostalgici del grillismo prima maniera (e suscettibile di produrre qualche fibrillazione interna al movimento), ma cui, manifestamente, Conte e la quasi totalità del gruppo dirigente M5S sembra acconciarsi. Anche perché senza alternative per il M5S.

Il centro e il bipolarismo

Resta l’interrogativo delle formazioni centriste. Va detto che la competizione nei Comuni propizia il bipolarismo. Tuttavia il dignitoso risultato di Calenda su Roma potrebbe accreditarlo come soggetto aggregante quell’area intermedia tra i due principali schieramenti. Non sarà facile tuttavia. Molto dipende dalla legge elettorale.

Quella vigente, il Rosatellum, che assegna il 37% dei seggi su base maggioritaria e uninominale, induce a formare coalizioni prima del voto. Dunque, o di qua o di là. Non solo: allo stato, quell’area centrista è abitata da cespugli piuttosto autoreferenziali e capeggiati da personalità divisive che si segnalano per un ego spiccato: Renzi, Bonino, Brunetta, lo stesso Calenda.

Si può comunque prevedere che, a valle di questo voto, si riapra la discussione sulla legge elettorale. Ma non sarà facile riproporre il passaggio alla proporzionale sul quale, un anno fa, fu siglata una intesa nell’allora maggioranza giallorossa, e che potrebbe dischiudere qualche prospettiva a un centro autonomo e distinto da destra e sinistra. Letta, dopo la vittoria, si rafforzerà nella sua soggettiva inclinazione a preservare uno schema maggioritario che bipolarizza, anche se, sul punto, nel PD allignano opinioni articolate.

Il centrodestra, ancorché oggi sconfitto, considerandosi tuttora favorito nella contesa nazionale, al momento, non avrebbe interesse a mettere mano al Rosatellum. Ma non si può escludere nulla se si considerano altri elementi: la divisione rispetto al governo Draghi (Fi entusiasta, Lega schizofrenica, Fratelli d’Italia all’opposizione); le acute tensioni interne alla Lega tra Salvini e l’anima governista del nord; l’insofferenza verso i partner sovranisti della componente liberale di FI; infine, l’incognita Berlusconi. Sempre più minoritario dentro il centrodestra del quale è stato sempre il dominus.

E che non perde occasione per distinguersi dai sovranisti, ma che difficilmente si spingerà al punto da rompere con quello schieramento. Anche a motivo del suo proverbiale e mai contraddetto “concretismo”, ovvero il proposito di disporre di una forte arma politica a difesa della “roba”, le sue aziende e i suoi processi. La larga vittoria del centrodestra in Calabria – la principale eccezione nel quadro di una generale debacle – porta la firma soprattutto di Fi che esprimeva il candidato presidente Occhiuto.

Quali scenari?

In questo quadro in movimento, conclusivamente, merita fissare tre punti.

Primo: il governo Draghi non dovrebbe subire contraccolpi dall’esito della tornata elettorale. Nessuno ha l’interesse e tantomeno la forza di sfiduciarlo. A cominciare da Salvini oggi indebolito e sotto malcelato esame critico dentro la stessa Lega.

Secondo: la ravvicinata elezione al Quirinale potrebbe mettere in moto varie e diverse manovre, determinando intese ovvero contrasti allo stato imprevedibili che rimescolino gli attuali equilibri. Vano perciò inseguire questa o quella suggestione.

Terzo: il risultato di questa prova elettorale ci dice che il centrodestra non è imbattibile come si è a lungo teorizzato e che la partita nazionale è aperta agli esiti più diversi. Tra e dentro gli schieramenti.

È da sperare che il carattere aperto e non scontato della contesa produca, da parte di tutti, un salto di qualità nell’offerta politica. Il solo modo per prosciugare il disincanto e l’astensionismo.

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