L’esercito e la Madonna

di: Marcello Neri

Nell’immaginario di Salvini, che sta cercando la sua via per affermarsi come l’Orban italiano, si accostano senza problema alcuno lo schieramento dell’esercito a garantire il «tutti a casa» pandemico, l’affidamento al Cuore immacolato di Maria per la tornata regionale delle elezioni unita al futuro del paese e, infine, l’apertura delle chiese per la celebrazione di Pasqua – perché, a suo dire, non bastano gli scienziati…

Certo la scienza può quello che può, non è magia grazie al cielo. E come essa anche la fede può quello che può, non produce miracoli su ordine del consumatore grazie a Dio. Niente può tutto, mentre proprio il contrario lascia intendere l’abbindolamento religioso di chi si è sentito premier in pectore e adesso si ritrova anche lui a dover danzare sulle note ritrite del ritornello della necessaria solidarietà nazionale.

La devozione salviniana al Cuore di Maria si è rivelata, nel giro di poche settimane, catastrofica per il paese – meglio lasciarla alle mani più sapienti e abili delle nostre bisnonne. Come disastroso sarebbe aprire le chiese per Pasqua, certo ci verrebbero anche gli atei più incalliti e gli indifferenti più coriacei pur di farsi una passeggiata extra.

L’abilità di Salvini, infettiva per tutta la popolazione italiana, è quella di allettare con una sola mossa il ceto tradizionalista del cattolicesimo nostrano e una Chiesa italiana che non sa poi proprio così bene dove andare (incerta prima della pandemia, lo è ancora di più quando lei stessa ha dovuto rinunciare agli unici strumenti che sapeva adoperare) – e rimane perciò estremamente sensibile ai meri numeri di ingresso fisico nelle sue celebrazioni liturgiche.

Il problema non è Salvini, ma la possibilità che gli abbiamo offerto come Chiesa italiana di poter plausibilmente fare un’affermazione del genere, che chiude nel medesimo sacco incantato gli estremi contrapposti del sentire cattolico odierno.

Ci vorrebbe una Chiesa capace di riconoscere pubblicamente la maturità credente dei suoi fedeli: abilitati dal battesimo a prendere in mano da loro le redini sacerdotali del proprio vissuto. Mentre la fede si assume domesticamente questo compito, l’apparato istituzionale continua a riversare su di essa «adattamenti» di ogni sorta di quello che gli è rimasto in cantina.

Lo scollamento che si sta producendo deve essere rapidamente colmato da un esercizio della responsabilità ministeriale nella Chiesa, a partire dai vescovi, che sappia onorare oggi la pratica domestica della Parola, della liturgia e della preghiera, per poterla raccogliere domani come snodo portante di una revisione profonda dell’essere Chiesa in Italia.

Credo che pochi tra i fedeli pensino di darsi i sacramenti da sé, ma sono altrettanto convinto che molti abbiano trovato modi adeguati di intercettare la grazia che il Signore non cessa mai di riversare sul suo popolo. Iniziando così anche a mettere in campo nuove pratiche di «governo» del sacro – che poi fu proprio la funzione assunta dalla sistematizzazione medioevale dei sacramenti che permise la genesi dell’epoca moderna in Europa.

Quello che allora accadde nelle scuole monastiche si sta producendo oggi tra le mura domestiche. Il luogo è, alla fin dei conti, irrilevante; quello che conta è trovare modi per intercettare la grazia e contenere l’irruenza arcaica del sacro. Quando e dove questo accade, nasce la Chiesa nel mondo che le è contemporaneo. Se l’istituzione se ne accorge potrebbe anche fare tombola.

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7 Commenti

  1. Ernesto Borghi 7 aprile 2020
  2. Luigina 6 aprile 2020
  3. Nadia 6 aprile 2020
    • Antonella 7 aprile 2020
      • Davide Frasnelli 7 aprile 2020
  4. CLAUDIO BARGNA 6 aprile 2020
  5. Marcello Matté 6 aprile 2020

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