ETA: una Chiesa ambigua ed equidistante?

di: Juan Mari Lechosa

Nata in difesa della libertà contro la dittatura, l’ETA si trasformò in organizzazione terroristica. L’accusa ricorrente nei confronti della Chiesa è di aver tenuto nei suoi confronti un atteggiamento ambiguo o almeno equidistante. È giusto questo giudizio? Juan Mari Lechos, prete in pensione della diocesi di Bilbao, fornisce una sua valutazione di quel periodo.

Ambigua ed equidistante: questa è la valutazione più frequente che viene fatta da parte di molti media quando si vuole giudicare il rapporto che la Chiesa nel Paese Basco ha tenuto con l’organizzazione terroristica ETA; è la valutazione la più frequente, perché altre volte essa viene accusata anche di complicità, come hanno fatto recentemente i vescovi attuali di queste diocesi chiedendo perdono «per le complicità, le ambiguità e le omissioni delle nostre Chiese verso il terrorismo dell’ETA».

È trascorso ancora poco tempo da quando l’ETA ha deciso di sciogliersi per poter fare una narrazione condivisa che sia in grado da raccogliere tutti gli aspetti di una storia di terrore così lunga e dolorosa, soprattutto per coloro che sono stati vittime di quello scontro armato. Noi, che abbiamo avuto la disgrazia di vivere e di soffrire la nascita e lo sviluppo di un’organizzazione che era sorta come movimento di resistenza contro la dittatura e di difesa dei diritti e delle libertà del popolo basco e ha finito per essere il suo carnefice e uno strumento di oppressione, pur con il rischio inevitabile di essere parziali, dobbiamo avere il coraggio di offrire la nostra valutazione.

La prima considerazione da tenere molto presente è che ciò che è accaduto negli anni ’60 quando nacque ETA, non può essere valutato solo in base all’esperienza che abbiamo ora della situazione politica e della Chiesa. Agli inizi, quei giovani che si fecero conoscere come difensori delle libertà di fronte alla dittatura erano stati accolti con simpatia e avevano suscitato l’interesse e il sostegno di gran parte della popolazione. In alcune parrocchie più impegnate socialmente, quel nuovo movimento fu accolto favorevolmente e fu sostenuto con le risorse di cui disponevano per tenere riunioni e altre attività.

Era la stessa cosa che facevano con le organizzazioni sindacali e politiche che agivano nella clandestinità e che si incontravano nelle parrocchie dei distretti, cosa che la dittatura proibiva. Solo la Chiesa aveva la libertà di tenere riunioni e assemblee e solo essa disponeva di locali per svolgere le sue attività di culto e di catechesi.

In molte parrocchie, specialmente nei rioni operai, ci si avvalse di quei privilegi per metterli a servizio dei movimenti che difendevano i diritti e le libertà della classe operaia. D’altra parte, in quei primi anni, l’ETA non era ciò che poi divenne e se, alcuni sacerdoti e parrocchie protessero alcuni suoi membri, non fu, nella maggior parte dei casi, per appoggiare le loro idee nazionaliste ma per difendere i diritti umani negati e perseguiti da quel regime dittatoriale.

Ciò spiega, credo, perché una narrazione, tra l’altro di una parte molto minoritaria, non possa essere motivo per attribuire alla Chiesa del Paese Basco una complicità nella nascita e nello sviluppo di un’organizzazione che presto abbandonò il suo carattere di difesa e si diede a perpetrare sequestri, estorsioni e assassini, molte volte in forma indiscriminata.

Affermare – come è stato detto e si continua a ripetere – che l’ETA è nata in un seminario, se non fosse una calunnia, sarebbe uno scherzo di cattivo gusto per tutti noi che abbiamo trascorso quegli anni in un seminario, come quello di Derio, dove le idee nazionaliste non solo non erano favorite, ma duramente combattute. Non si può sinceramente giudicare gli eventi di una storia senza tenere conto delle circostanze che l’hanno resa possibile e che ora, dopo tanti anni, non si possono conoscere e nemmeno comprendere.

Ci furono, senza dubbio, degli errori e, in molti casi che conosciamo, atteggiamenti ingenui che non permisero di scoprire la portata di quanto stava avvenendo. Molte volte, l’appoggio di alcune parrocchie ai sindacati e ai movimenti sociali clandestini era motivato e rafforzato dal desiderio di lavare il volto di una Chiesa che aveva legittimato la guerra civile e appoggiato la dittatura, godendo dei privilegi che le erano concessi. Si voleva far vedere che c’era un’altra Chiesa che non stava con i vincitori ma con i vinti.

In poco tempo, l’ETA optò per la violenza armata come mezzo di lotta per raggiungere i suoi obiettivi, rivendicando il sostengo popolare che in alcuni ambienti e luoghi fu molto importante, e molti giovani si aggregarono alla loro organizzazione.

Negli ultimi anni della dittatura, i sindacati e i partiti nella clandestinità, pur non appoggiando le azioni armate, nemmeno le condannavano perché indebolivano il regime dittatoriale e ciò era vantaggioso per i loro interessi politici e sociali.

La Chiesa nel Paese Basco, tuttavia, attraverso le parrocchie e le dichiarazioni e gli interventi dei suoi vescovi, e le omelie della maggioranza dei preti nelle parrocchie, condannò fin dal principio le azioni violente dell’ETA e lo fece con fermezza. Nessuna persona di buona volontà potrà mettere in dubbio questa posizione contenuta in numerosi documenti resi pubblici. Perché allora si continua a giudicare come ambiguo ed equidistante il suo comportamento?

C’è – io credo – una ragione che cerca di spiegarlo appoggiandosi sugli scritti dei vescovi che, in diverse occasioni, estendevano la loro condanna ad altre violenze che venivano commesse dalle forze dell’ordine, e da altre organizzazioni paramilitari, che si resero responsabili di detenzioni arbitrarie, torture e morti. Quel regime non tollerava che si dubitasse della legittimità delle sue azioni repressive. Condannare quegli “eccessi” voleva dire appoggiare il terrorismo perché – come si diceva – non c’era via di mezzo: o si stava con l’ETA o si stava con il governo dello stato.

La Chiesa, tuttavia, propugnava che si dovesse condannare la violenza «da qualunque parte venisse» e lo fece con coraggio affrontando la critica degli uni e degli altri. Ciò non voleva dire equiparare tutti quegli atti violenti come se meritassero il medesimo giudizio; meno ancora quando si affermò lo stato democratico e l’ETA continuò ad agire con maggior intensità e crudeltà. In quelle terribili circostanze, la difesa che la Chiesa fece della vita e della dignità di ogni essere umano, fosse anche un delinquente, contribuì al consolidamento della democrazia e alla difesa dei diritti umani. Agendo in questo modo lo fece, senza dubbio, guidata dalla convinzione che la condizione di figli di Dio è un patrimonio indelebile di ogni persona la quale conserva una dignità che non dev’essere ignorata e tanto meno sminuita.

Ma c’è un’altra ragione che spiega l’accusa che viene lanciata contro la Chiesa nei Paesi Baschi nel suo rapporto con l’ETA. Per molti politici e governanti il substrato che era all’origine e alimentava l’azione terroristica di quella organizzazione era il nazionalismo. Se si delegittimava il nazionalismo basco, l’ETA sarebbe scomparsa perché priva delle basi su cui poggiare.

E in questa delegittimazione si cercava l’appoggio della Chiesa per la sua consistenza e il suo prestigio agli occhi del popolo basco. Ma per la Chiesa il nazionalismo basco era un’opzione politica legittima fra le tante altre nelle quali i cattolici potevano organizzarsi liberamente. Nessuna di esse poteva rivendicare il riconoscimento esclusivo della Chiesa e in ognuna di esse i cattolici potevano inquadrarsi. Come hanno affermato i vescovi nella lettera pastorale Preparare la pace del 2002, parlando dei diversi modelli politici: «finché si rispettano i diritti umani e si collocano e mantengono entro canali pacifici e democratici, la Chiesa non può né approvarli come esigenza etica né escluderli in nome di essa». E, più concretamente, dichiaravano che «essere o non essere nazionalista non è né moralmente obbligatorio né moralmente censurabile».

Questa è stata la posizione difesa dalla Chiesa nel Paese Basco in ogni momento, in sintonia con la dottrina sociale della Chiesa. E tuttavia è quella che ha dato motivo per accusarla di complicità con il terrorismo.

La Chiesa condannava la violenza dell’ETA, ma non negava, come si pretendeva, la legittimità del nazionalismo basco, e più volte proclamò che nessun obiettivo politico, per quanto legittimo, poteva giustificare il sequestro e l’assassinio come mezzi di pressione per ottenerlo. Questo fu sempre chiaro nelle dichiarazioni dei vescovi in risposta ai numerosi attentati che si commettevano in quegli anni.

Ciò che non rimase chiaro fu l’accompagnamento delle vittime che dovettero vivere il loro dolore nel silenzio e nell’oblio da parte delle istituzioni. Come è già stato documentato, fu tardi, troppo tardi quando la Chiesa, nei documenti ufficiali dei vescovi, si fece carico della situazione delle persone che soffrirono le conseguenze di quella crudele violenza. Non servirà di giustificazione pensare che nessun’altra istituzione lo prese in considerazione in quei primi anni, perché la Chiesa, fedele allo spirito di Gesù, suo Maestro e Signore, avrebbe dovuto assumere l’iniziativa di mettersi accanto a coloro che soffrivano per la morte dei loro familiari e amici e che si videro, persino in molti casi, respinti come colpevoli dai loro stessi vicini.

È anche vero, benché non facile da verificare, che molte vittime trovarono nella comunità cristiana delle loro parrocchie sostegno e consolazione nell’accompagnamento e nella celebrazione dei funerali quando fu possibile celebrarli nei villaggi dove risiedevano.

Il fatto che, nei documenti ufficiali dei vescovi, non siano apparse se non molto tardi le vittime non vuol dire che siano state ignorate dalla Chiesa. Di quei gesti di vicinanza e di solidarietà dei preti e dei semplici cristiani non si fece pubblicità ma non vuol dire che non siano esistiti.

Questa storia di terrore che abbiano vissuto per 50 anni richiede maggiore tempo per essere valutata giustamente in tutte le sue dimensioni. Anch’io ne ho bisogno per farmi carico di tutto ciò che abbiamo vissuto e sofferto e delle responsabilità che abbiamo potuto contrarre per ciò che abbiamo fatto o trascurato di fare. Ma in questo momento, con i dati che ricordo e che oso pubblicare, non credo che si possa affermare, a giusto titolo, che la Chiesa nel Paese Basco sia stata equidistante o ambigua e meno ancora complice dell’ETA.

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