Francesco, la pace, il nazionalismo

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pace

Per parlare di Francesco e di pace vorrei partire dal nazionalismo come deviazione del concetto, di per sé buono, di nazione: deviazione che, in tanti anni di giornalismo internazionale, mi pare di aver osservato soprattutto in Oriente.

Il mondo arabo e il colonialismo europeo

Abituati – come siamo – a considerare l’Islam il vero problema del mondo arabo, abbiamo dimenticato un fatto che io ritengo storico: il problema di quel mondo non è la religione ma è stato – ed è – il nazionalismo.

La spedizione napoleonica in Egitto, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, si trovò davanti ad un problema insormontabile, sin dal suo primo giorno sulle coste egiziane: come diffondere il messaggio della Repubblica francese, posto che la parola repubblica in quella lingua neppure esisteva?

Si pensò allora di usare il termine nazione, ma pure quello non esisteva là. Si ricorse così ad un termine in uso nel linguaggio corrente – millet -, derivato dal senso di appartenenza ad una comunità religiosa, benché quel termine tendesse a indicare un ideale piuttosto diverso.

Nell’impero ottomano, infatti, le comunità religiose vivevano distinte e separate, quasi come stati in proprio. Il sultano, suprema autorità politica, garantiva la protezione a tutte le minoranze religiose monoteiste. In quel contesto si cominciò a parlare in Oriente – per noi impropriamente – di nazione cristiana.

Il concetto di nazione – soprattutto grazie alla grande esperienza del Levante e del Libano in particolare – avrebbe potuto seguire una strada diversa, quella risorgimentale, che infatti avrebbe voluto unire i diversamente credenti delle disparate realtà territoriali in un unico popolo. Ma non è andata così.

Il colonialismo europeo ha spinto su un’altra accezione. Le indipendenze degli Stati cristiani balcanici sono avvenute, ad esempio, sul versante della compattezza della fede, proclamata proprio nelle chiese. Una nazione doveva corrispondere ad un gruppo etnico, ad una sola “fede”, per arrivare presto ad un partito unico.

Il genocidio armeno fu il prodotto del desiderio di rendere la Turchia un Paese fatto da un solo gruppo etnico – i turchi -, con una sola fede – l’Islam sunnita – e un solo capo: il Padre dei turchi. L’azione genocida, avviata da laici quali i Giovani Turchi, si avvalse del timore che i cristiani fossero quinte colonne dei russi dello zar che poneva mire sui loro territori, come del resto altre potenze coloniali europee.

Tutta l’esperienza occidentale precoloniale ha manovrato pertanto i cristiani, aggravandone il distacco dai con-nazionali di diversa appartenenza religiosa.

Il cristianesimo orientale

Della deriva nazionalista delle nazioni, il cristianesimo ha definito un tassello fondamentale con la teoria della sinfonia dei poteri, politico e religioso. Questa sinfonia altro non era che l’ufficializzazione – anche in ambito cristiano – di un dato di fatto in Oriente: il potere religioso è subalterno a quello politico, come tra i musulmani del tempo. Per dirla col nostro linguaggio: da tutte le parti sono diventati cesaropapisti.

Nel mondo cristiano orientale il cesaropapismo è stato interpretato particolarmente dal modello russo, a partire dal potere di salvezza attribuito alla Terza Roma, in cui Mosca albergava quale nuova capitale della cristianità: una capitale che non sarebbe mai caduta come Bisanzio sotto i colpi dei musulmani e che non sarebbe mai tragicamente tramontata – da sé stessa – col suo impero, come la prima Roma.

La teoria odierna di Putin e di Kirill del cosiddetto Mondo RussoRusskij Mir – fa capo proprio a quel mondo che si riteneva ormai passato. Guarda caso l’espressione Russkij Mir, significa pure pace russa, la pace imperiale di Mosca, capitale e patriarcato di tutte le Russie: un sesto delle terre emerse del pianeta.

Quando la rivoluzione ha fatto di Mosca la capitale dell’impero sovietico, quale estensione del Mondo Russo, la mira è rimasta la stessa, benché atea: l’impero di Mosca proponeva la pace giusta e rivoluzionaria a tutto il mondo, non più quella denominata come Terza Roma, bensì Terza Internazionale.

Con Putin si è passati “solo” dall’ateismo di Stato al fondamentalismo di Stato, con tanta nostalgia per la vecchia Unione Sovietica, da riproporre negli stessi confini, ma con sembianze marcatamente cristiane ortodosse.

Francesco e il nazionalismo

D’altra parte, abbiamo visto nascere i nazionalismi figli della stessa storia di contrapposizione. Il nazionalismo deforma tutto. Il nazionalismo suscita e rafforza altro nazionalismo. L’esempio contemporaneo più evidente – per me – l’abbiamo messo sotto gli occhi in occasione della Via Crucis di quest’anno, quando Francesco ha proposto a una donna russa e ad una ucraina di portare insieme la croce all’ultima stazione.

Cosa negava la bontà di quella proposta, poi comunque realizzata? La teologia della Russkij Mir, ossia la negazione – da parte russa – che esistesse e che esista una nazione ucraina, come Putin asseriva e continua ad asserire, sostenendo che l’Ucraina è solo parte della Grande Russia.

Ci siamo trovati invece di fronte ad una più forte contestazione ucraina, poiché il nazionalismo ucraino – che pur esisteva e s’è rafforzato – ha lamentato l’equiparazione operata da Francesco tra due nazioni, autonome e sovrane: tra due popoli, ciascuno con la propria identità culturale, come gli ucraini stessi dicevano e dicono, di per sé giustamente.

La stessa teologia nazionalista si ritrova anche in Occidente, soprattutto in quegli ambienti della destra americana che sempre ricordano la «nazione benedetta da Dio», parimenti investita da una missione messianica o qualcosa del genere.

Si sono così ricreate ora le condizioni perché da una parte si veda il male assoluto: ersattamente come dall’altra! Tutto ciò si riproduce, anche a livello locale. I comunisti o gli ex comunisti e gli integralisti slavisti sono rimasti imbrigliati nel mito della Terza Roma o Terza Internazionale. I fautori della supremazia occidentale vivono nel mito religioso dell’America benedetta da Dio.

In mezzo, molte persone in buona fede vedono – a senso unico – vuoi negli Stati Uniti i potenti che intendono imporsi ovunque, vuoi nell’Ucraina l’argine alla legge della violenza dell’orso forzuto: la Russia. Mentre in questo mezzo, secondo me, avrebbe potuto affermarsi l’idea che la difesa della libertà e della sovranità può trovare il modo – anche con l’uso moderato delle armi – di obbligare l’aggressore – indiscutibilmente la Russia – a negoziare la pace.

A me sembra che papa Francesco continui a difendere la visione di mezzo con un’insistenza che viene sistematicamente occultata o strumentalizzata dagli opposti estremismi: per cui è amico di Putin per gli occidentalisti che pretendono di ridurlo ad una sorta di «chierichetto di Biden»; per cui è, viceversa, affetto dalle anticaglie ideologiche sudamericane che vedono nella NATO la causa di tutti i mali del mondo, per gli orientalisti.

La pace di Francesco

Che sia così me lo conferma il fatto che Francesco, al Colosseo, chiudendo l’incontro della Comunità di Sant’Egidio per la pace, non ha mai collegato l’unica pace possibile ad una unica verità. Facciamoci caso: il grido della pace che sale dall’umanità dolente – per lui – è uno solo, ma i popoli – ciascuno con le proprie ragioni – sono molteplici, sempre.

La pace di Francesco è definita «umiliata da troppe violenze», non da una soltanto. Umiliata, da chi? Risponde Francesco: «Il grido della pace viene spesso zittito, oltre che dalla retorica bellica, anche dall’indifferenza».

Non sorprende allora il significato aggiunto subito dopo: «(il grido della pace) non conosce formule magiche per uscire dai conflitti, ma ha il diritto sacrosanto di chiedere pace in nome delle sofferenze patite, e merita ascolto. Merita che tutti, a partire dai governanti, si chinino ad ascoltare con serietà e rispetto. Il grido della pace esprime il dolore e l’orrore della guerra, madre di tutte le povertà».

A mio avviso, Francesco individua dunque nei nazionalismi esasperati la de-generazione dei problemi della pace, nelle visioni messianiche – ammantate del misticismo – di chi ritiene di conoscere il bene e il male e di saper estirpare il loglio dal grano dal campo. Le ideologie nazionaliste – le une contro le altre declinate – continuano a contaminare tutti: pure i pacifisti e i bellicisti nostrani.

Mentre Francesco tiene alto un solo testimone di fede – per chi ci crede – ovvero di umanità profonda – per tutti -, ma al plurale. Il pluralismo è il dato sorprendente di Bergoglio, nella sua capacità istintiva di pensare una Chiesa davvero universale, «in uscita» nel mondo intero: una Chiesa che, in questo momento storico, non vuole essere affatto ancella dei nazionalismi dell’Occidente, ma neppure la complice di quelli dell’Oriente.

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