Il futuro sarà solo sostenibile

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

«Il titolo più importante in una democrazia è quello di cittadino»: ne è convinto Barak Obama che dal 20 gennaio lascerà l’incarico di presidente degli Stati Uniti (la Costituzione non prevede più di 2 mandati consecutivi). Un’affermazione forte pronunciata a Chicago nel suo discorso di commiato, ma che aveva tracciato anche il filo della riflessione di quello del 31 dicembre dalla Casa Bianca: «Anche da cittadino mi batterò per diritti, felicità e sogni degli americani». E chi ha conosciuto i coniugi avvocati Obama, entrambi PhD a Yale, testimonia l’impegno civile che li ha caratterizzati fin dall’inizio del loro lavoro, quando, per patrocinio gratuito, assumevano la difesa di cause di poveri, disagiati, in gran parte afroamericani.

E una conferma che da «Former President» (presidente emerito) Obama non se ne starà certo con le mani in mano è venuta in questi giorni con l’uscita del numero di gennaio della rivista Science che pubblica un articolo che porta la sua firma: «The irreversible momentum of clean energy» (Il potere trainante e irreversibile dell’energia pulita).

Un po’ come dire che, sulla linea dell’attenzione all’ambiente e ai problemi dei più deboli caratteristica della sua presidenza, Barak Obama fa proprie le preoccupazioni di molti (anche, o forse soprattutto, fuori dai confini statunitensi) per un’inversione di rotta, o quantomeno un allentamento, riguardo alle decisioni politiche su questi temi, decisioni che per molti non sono più rinviabili. La via del futuro è il ricorso a nuovi approvvigionamenti energetici, ottenuti attraverso fonti rinnovabili: l’economia dei prossimi decenni, condivisa a livello internazionale, ma con la responsabile maggiore dei Paesi industrializzati, non potrà che essere “sostenibile” o non sarà affatto.

Una tesi auspicata da molti in questi anni e che anche papa Francesco difende, e a più riprese, nella Laudato si’. «L’interdipendenza ci obbliga a pensare ad un solo mondo – scrive Bergoglio –. Per affrontare i problemi di fondo, che non possono essere risolti da azioni di singoli Paesi, si rende indispensabile un consenso mondiale che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili poco inquinanti di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad assicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile» (LS 164).

La diffusione dell’energia pulita

Il rilascio di anidride carbonica (CO2) e di altri gas ad effetto serra (GHG) dovuto all’attività umana sta aumentando la temperatura della parte più bassa dell’atmosfera, interrompendo modelli meteorologici secolari e producendo un’acidificazione dell’acqua degli oceani. Senza un controllo, la continua crescita delle emissioni di gas serra potrebbe portare all’aumento delle temperature medie globali di 4°C o anche più entro il 2100.

Obama si dice convinto che negli Stati Uniti l’opinione pubblica abbia compreso l’impatto dei cambiamenti climatici e che il Paese sia sulla strada giusta. Una cosa è certa: occorre lavorare sui tempi lunghi, mettendo da parte le decisioni politiche a breve termine, per programmare un futuro di sicurezza per le prossime generazioni. E il futuro non può che prendere il nome di energia pulita.

A suo avviso, esistono almeno quattro motivi per i quali la tendenza verso l’energia pulita può ormai considerarsi irreversibile.

a) Gli Stati Uniti stanno dimostrando che la mitigazione dei gas serra non è necessariamente in conflitto con la crescita economica, anzi. Questo infatti potrebbe piuttosto aumentare l’efficienza, la produttività e l’innovazione.

Dal 2008, gli Stati Uniti hanno vissuto il primo periodo prolungato di riduzione delle emissioni di gas serra collegato ad una crescita economica. In particolare, le emissioni di CO2 prodotte dal settore energetico dal 2008 al 2015 sono diminuite del 9,5%, mentre l’economia è cresciuta di oltre il 10%. In questo stesso periodo, la quantità di energia consumata per ogni dollaro di prodotto interno lordo reale (PIL) è scesa di quasi l’11%, la quantità di CO2 emessa per unità di energia consumata è diminuita dell’8%, e quella emessa per ogni dollaro di PIL è diminuita del 18%.

L’importanza di questi dati non può essere sottovalutata: questo “disaccoppiamento” tra le emissioni del settore energetico e la crescita economica dovrebbe mettere a tacere la tesi secondo cui la lotta contro il cambiamento climatico produrrebbe un rallentamento della crescita o il ritorno ad un basso tenore di vita. In realtà, anche se questo disaccoppiamento è più pronunciato negli Stati Uniti, la prova che le economie possono crescere con minori emissioni non sta emergendo in tutto il mondo. L’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) rivela che, nel 2015, le emissioni sono rimaste invariate rispetto all’anno precedente, mentre l’economia globale è cresciuta.

Contemporaneamente, però, si può dimostrare che una qualunque strategia economica che ignori l’inquinamento da composti di carbonio imporrà costi enormi per l’economia globale e si tradurrà in una riduzione di posti di lavoro e minor crescita economica nel lungo periodo. Le stime dei danni economici che deriverebbero dall’aumento di 4°C dell’atmosfera corrisponderebbero ad un valore tra 1% e 5% del PIL mondiale annuale entro il 2100 (un modello economico stima una perdita di entrate federali compresa fra 340 e 690 miliardi di dollari all’anno).

E occorre ricordare che queste stime non includono l’eventualità che l’aumento dei gas serra aumenta scateni eventi catastrofici, come ad esempio il ritiro più rapido dei ghiacci della Groenlandia o lo scioglimento del ghiaccio dell’Antartide, o drastici cambiamenti nelle correnti oceaniche, rilasci consistenti di gas serra da terreni e sedimenti che accelerano rapidamente il riscaldamento precedentemente congelati (riduzione dello strato di permafrost).

Di conseguenza, a prescindere dalle incertezze circa i modelli climatici e meteorologici, la scelta di ridurre le emissioni non può più essere evitata.

b) Le aziende stanno giungendo alla conclusione che la riduzione delle emissioni non abbia solo effetti positivi per l’ambiente, ma può anche aumentare i profitti e ridurre i costi per i consumatori, leggi efficienza energetica. Il Governo uscente – ricorda con evidente soddisfazione il Presidente – ha svolto un ruolo attivo nel favorire questo tipo di investimenti e innovazione: ammonta a più di 8 miliardi di tonnellate di inquinamento da diossido di carbonio il taglio che deriverà dai nuovi veicoli venduti tra il 2012 e il 2029. Se a questo aggiungiamo le scelte riguardo alle norme sugli elettrodomestici, il risparmio per i consumatori è stimato sui 550 dollari entro il 2030.

Già oggi questi investimenti hanno prodotto risultati effettivi: il consumo totale di energia nel 2015 è stato inferiore del 2,5% di quanto non fosse nel 2008, mentre l’economia è cresciuta del 10%, e ciò ha portato anche ad un aumento dell’occupazione. L’ultimo rapporto del Dipartimento americano dell’Energia ha rilevato che circa 2,2 milioni di persone sono attualmente impiegate nella progettazione, installazione e produzione di prodotti e servizi di efficienza energetica (a fronte dei circa 1,1 milioni di americani che sono impiegati nell’estrazione di combustibili fossili e il loro utilizzo per la produzione di energia elettrica).

c) Il settore elettrico, la più grande fonte di emissioni di gas serra dell’economia americana, è in via di trasformazione. Nel 2008, il gas naturale era la fonte di circa il 21% della produzione di elettricità degli Stati Uniti, mentre oggi si arriva a circa il 33%, un incremento dovuto quasi interamente dall’abbandono del carbone per via della maggiore disponibilità di gas a basso costo grazie a nuove tecniche di produzione, una tendenza che difficilmente si potrà invertire.

Il costo federale dell’energia elettrica è infatti sceso drasticamente tra il 2008 e il 2015: nello specifico del 41% per l’eolico, del 54% per il solare fotovoltaico a livello privato e del 64% per il fotovoltaico a scala industriale. Secondo l’agenzia Bloomberg, il 2015 è stato un anno record per gli investimenti di energia pulita in grado di attrarre quasi il doppio del capitale globale rispetto ai combustibili fossili.

Per fare un esempio, Google ha annunciato il mese scorso che, nel 2017, prevede di alimentare il 100% delle sue operazioni da fonti rinnovabili di energia, mentre il colosso della distribuzione Walmart ha fissato lo stesso obiettivo entro i prossimi anni. Si può stimare che attualmente il 40% della popolazione degli Stati Uniti sia collegato all’energia pulita, un settore in evidente espansione: nel 2015, per fare qualche esempio, l’energia eolica raggiunge il 12% della produzione di energia elettrica del Texas con punte anche del 40%, mentre nello stesso anno rappresentava il 32% della produzione totale di energia elettrica dello Iowa, con una crescita dell’8% dal 2008 (l’aumento più alto rispetto a qualsiasi altro stato).

d) Fino a poco tempo fa era opinione diffusa – ricorda Obama – che solo un piccolo numero di Paesi avanzati fosse responsabile delle emissioni e avesse la responsabilità di ridurle al fine di contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici. Ma i partecipanti alla Conferenza di Parigi (COP 21) hanno concordato che tutti i Paesi dovrebbero approntare politiche climatiche sempre più ambiziose: a suo avviso, un cambiamento fondamentale. Entrato in vigore l’autunno scorso l’accordo di Parigi, nell’incontro successivo di Marrakech (COP 22) è stato rilevato come, con più di 110 Paesi che l’hanno sottoscritto – in rappresentanza di più del 75% delle emissioni globali – la direzione presa diventa a questo punto irreversibile e ciò potrebbe realisticamente aumentare del 50% la probabilità da parte della comunità internazionale di limitare il riscaldamento a 2°C.

Occorrono scelte politiche lungimiranti

Una programmazione politica intelligente è chiamata quindi a fissare obiettivi di riduzione delle emissioni a lungo termine in modo da garantire alle imprese americane, agli imprenditori e agli investitori la certezza di investimenti in tecnologie di riduzione delle emissioni sia a livello nazionale che l’esportazione verso il resto del mondo. È questo il motivo per cui centinaia di grandi aziende, tra cui quelle del settore energetico da ExxonMobil a Shell, DuPont e Rio Tinto, da Berkshire Hathaway Energia a Calpine, Pacific Gas ed Electric Company hanno sostenuto l’accordo di Parigi, e investono capitali privati per sostenere le innovazioni di energia pulita che potrebbero migliorare la qualità dell’aria e di conseguenza il clima.

La conclusione di tutte queste considerazioni – avallate da una nutrita serie di dati con relativi rimandi ai Rapporti ufficiali governativi o indipendenti come l’ultimo dell’IPCC – non può essere che una sola: l’urgenza di agire per mitigare il cambiamento climatico è reale e non può essere ignorata. La tendenza verso un approvvigionamento energetico più pulito è in costante crescita, scrive Obama, che si dice altrettanto convinto che «nessun paese è più adatto degli Stati Uniti ad affrontare la sfida climatica e raccogliere i vantaggi economici di un futuro a basse emissioni di carbonio e che il sostegno americano agli accordi di Parigi non potrà che portare grande beneficio sia al popolo americano che all’intera comunità internazionale.

Una prudente azione politica nel corso dei prossimi decenni sarebbe quella di dare altresì priorità alla decarbonizzazione del sistema energetico statunitense e alla riduzione delle emissioni non-CO2. Con il consueto orgoglio americano quando si parla di Costituzione, Obama riconosce come «uno dei grandi vantaggi del nostro sistema di governo è che ogni presidente è in grado di tracciare la propria direzione politica e anche il presidente eletto Donald Trump avrà la possibilità di farlo, ma le ultime acquisizioni di scienza ed economia sono in grado di fornire una guida utile per ciò che il futuro potrebbe riservarci, e in molti casi, soprattutto quando si tratta di lotta contro il cambiamento climatico e la transizione verso un’economia sostenibile, questo si rivela indipendente dalle scelte politiche a breve termine».

A migliaia di chilometri di distanza, lo scorso 9 gennaio presso il Museo delle scienze di Trento (MUSE), un dibattito che ha fatto seguito alla proiezione del documentario prodotto da Leonardo di Caprio (l’attore americano designato attuale ambasciatore ONU per i cambiamenti climatici) Before the flood (in italiano Punto di non ritorno), giungeva alle stesse conclusioni: «È giunta l’ora di operare scelte non più rinviabili – affermava il biologo Michele Menegon, esperto del settore tropicale del MUSE – anche se un sistema così complesso necessiterebbe di una governance globale, forse una spinta dal basso potrebbe essere in grado di “svegliare” i politici obbligandoli a lavorare a lungo termine, e non solo per la prossima scadenza elettorale».

Da parte sua, l’arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan – capofila di una petizione di leader religiosi all’ONU sul tema e assistente nazionale FOCSIV – aggiungeva: «Il nostro Trentino è splendido, ma spesso siamo un po’ limitati dalle nostre montagne. Il mondo è grande e dobbiamo piuttosto sentirci parte di un’umanità più ampia». E, in merito all’apporto dei cattolici: «La fede ci dà l’ispirazione, ma anche la filosofia o la condivisione degli obiettivi, e la scienza, cui va la nostra gratitudine, ci aiuta invece a prendere coscienza della situazione».

E di «quello che sta accadendo alla nostra casa comune» (cf. LS cap. I, nn. 17-61) nessuno può dire oggi di non essere informato.

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