Il G7 dei grandi, i piccoli aspettano

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Decollato l’Air Force One alla volta di Washington DC, le analisi e i commenti azzardano qualche verifica dei risultati raggiunti dal primo viaggio del presidente americano Trump oltre Atlantico.

Senza alcuna pretesa di completezza (né di competenza da politologo) proviamo ad esaminare le reazioni dei media di qua e di là dell’oceano così per tastare il polso a caldo.

primo viaggio del presidente americano Trump oltre Atlantico

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a colloquio con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel durante il G7 di Taormina, 26.5.2017
(Foto ANSA / Tiberio Barchielli / Ufficio stampa Palazzo Chigi)

Un Presidente “divisivo”

L’analisi di Chris Cillizza sulla CNN fotografa con realismo quanto sta accadendo in questi mesi di presidenza: un Paese, gli Stati Uniti, spaccato in due. Il motivo? Un presidente che viene definito «altamente divisivo». Perché – scrive l’editorialista – «Trump o lo ami o lo odi». Ogni cittadino americano, se è d’accordo con Trump, se lo ha votato per quanto aveva promesso di fare in campagna elettorale (e quanto ha già fatto in queste settimane) è disposto a vedere in lui tutti i risvolti positivi delle sue parole e azioni. Chi invece non l’ha votato, perché in disaccordo con la sua politica e visione del mondo, trova facile conferma in tutto quanto di negativo vede o gli raccontano.

Unica cosa certa è quanto ha prodotto Trump nel primo periodo della sua presidenza: due mondi separati e incapaci di dialogo, persone che interpretano gli stessi eventi in maniera antitetica. «Hate Trump» vs. «Love Trump».

Un esempio lo si può trovare nella percezione sulla visita del presidente in Vaticano. Due sono le foto (o le immagini televisive) cui prestare attenzione: prima e dopo i 30 minuti di colloquio privato con papa Francesco. Per i primi valgono solo le immagini all’ingresso: Bergoglio abbastanza serio a fronte di un Trump stile hollywoodiano («il papa proprio non ne voleva sapere di incontrarlo»), per gli altri il valore sta in quella finale dove i due sorridono e si stringono la mano («vedete come vanno d’accordo?»).

Con Trump non è possibile collocarsi in mezzo, osservare le cose con distacco, giudicare con calma, conclude Cillizza. A seconda che ci si trovi in uno dei mondi, l’altra immagine non si considera nemmeno perché questo comporterebbe una visione un po’ più ampia delle cose, un allargare lo sguardo che, però, non è affatto contemplato, né all’ordine del giorno. Soprattutto perché rischierebbe di mettere in discussione giudizi ormai sedimentati.

Un’analisi che, osservando in giro, potrebbe venir riproposta per ogni commento sulla visita in Vaticano e un po’ sull’intero viaggio. Anche dal versante cattolico. I contrari al presidente – quelli che, sulla scia dei vescovi (quelli nominati da papa Francesco, ma non solo), mettono all’indice la sua politica sociale anti immigrati e anti sanità pubblica (per dirla in sintesi “anti poveri”) – sottolineano come nella dichiarazione finale non si faccia cenno a temi come il «grido della terra e dei poveri», anzi leggono in chiave quasi provocatoria i doni del pontefice. Le due esortazioni a firma Francesco e soprattutto la Laudato si’ sarebbero un monito tanto per mettere in chiaro la diversità di posizioni. I tifosi del presidente – quelli che si fermano alla lotta contro l’aborto e alla libertà religiosa per loro messa a rischio dalla copertura sanitaria pubblica al seguito del card. Burke e qualche altro presule, per intenderci – accolgono le parole del comunicato finale come una conferma dell’«identità di vedute» tra i due in tema di libertà religiosa e difesa della vita. Un sito conservatore gongola addirittura per l’avvenuta, se pure tardiva, «conversione del papa»!

Guadagno e preghiera

Sgombrato il campo dalle posizioni tanto estreme da sfiorare il ridicolo (ma cosa può aspettarsi un capo di Stato che esclude di proposito i grandi media dalla Sala stampa?), scarsamente viene sottolineato quanto si debba concedere alla diplomazia e al protocollo (se pure assai ridotto dal pontefice argentino). Che il papa si trovi più a suo agio con i bambini, i poveri, la gente comune non è certo una novità; che un pontefice faccia dono dei suoi scritti – certo anche le encicliche – pure. Nessun messaggio criptico, anche perché, se anche avessero parlato di temi dove le posizioni in campo cattolico sono diametralmente opposte al presidente, lo stile di Bergoglio è sempre quello di costruire ponti, sottolineando sempre ciò che può unire.

Del resto è stato proprio il segretario di Stato Tillerson (già Ceo di Exxon Mobil) che sul volo diretto a Bruxelles conferma ai giornalisti che il rispetto degli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico è stato uno dei temi centrali del colloquio col papa (e una raccomandazione in quel senso era venuta anche dal segretario Parolin).

Pertanto, pur appartenendo, inevitabilmente, (anche noi europei) alle due “fazioni”, qualcosa tuttavia sembra emergere, se pur con difficoltà.

Antony Faiola del Washington Post, alla vigilia del viaggio, sottolineava con favore (come anche padre Spadaro nel suo blog) le parole del pontefice che esprimevano un giudizio sospeso «prima di averlo ascoltato», anche se, da professionista, non poteva dimenticare quell’espressione sulla «madre di tutte le bombe», come aveva definito Trump il potente ordigno sganciato in Afghanistan: «ho provato vergogna», aveva confessato il papa ad un gruppo di studenti.

Il Sole 24Ore alla prima tappa in Occidente titolava «Il debutto di Trump in Arabia Saudita è stato un successo» alludendo in particolare alla chiamata a raccolta dell’intero mondo islamico nella lotta al terrorismo e sottolineando l’entità degli accordi commerciali stipulati in quella sede (110 miliardi di dollari – con la prospettiva di arrivare a 350 in 10 anni – per la fornitura di armi e sistemi di difesa) e il conseguente aumento di posti di lavoro in USA.

Un «successo» da far pesare al rientro in patria (soprattutto perché l’amministrazione Obama aveva sospeso ogni fornitura a seguito delle incursioni armate dell’Arabia Saudita in Yemen con migliaia di vittime tra i civili) testimoniato dalle immagini di TGcom24 che in un video mostra il segretario di Stato Rex Tillerson e quello al commercio Wilbur Ross danzare come da tradizione araba con le spade appoggiate sulle spalle in mezzo a file di figuranti in abito bianco, mentre il presidente si accoda sorridente. Certo incurante dei propositi di Amnesty International di denunciarlo per complicità in crimini di guerra come rivela l’Independent. E men che meno della Lettera dei vescovi americani al Congresso in data 22 maggio dove si afferma: «Con i drastici aumenti nel settore della difesa il pareggio di bilancio non dovrebbe essere ottenuto attraverso i tagli a sanità, sussidi alimentari e altri programmi contro la povertà». «La qualità etica del bilancio di una nazione si misura nella capacità di promuovere il bene comune», si legge a firma della Conferenza episcopale.

Fa rapidamente il giro del pianeta la foto del presidente in preghiera al Muro del Pianto a Gerusalemme. Taglio più basso per quella coi leader delle religioni al Santo Sepolcro, che non compare neanche sul sito della Custodia. «Profitto e preghiera» commenta l’International Businnes Times, tutto sullo stesso piano.

Ma anche fine “diplomazia” e calcolo politico: «A Riyad come a Gerusalemme non si fa cenno alle discriminazioni subite dalle minoranze religiose (in Arabia vivono oltre 2 milioni di cristiani in gran parte filippini, privi di luoghi di culto), che diventano invece oggetto di colloquio in Vaticano» sottolinea il settimanale cattolico francese La Croix ricordando la differenza col predecessore Obama che ne aveva parlato ampiamente in Israele («Non siamo venuti qui a dare lezioni, per dire agli altri come devono vivere qui» ha detto invece Trump). L’agenzia austriaca Kathpress riferisce un commento dell’arcivescovo latino di Baghdad, Jean Benjamin Sleiman che deplora il gigantesco contratto sulla vendita di armi: «Chi vende armi non può contemporaneamente affermare di voler combattere il terrorismo».

E i media non risparmiano neppure tanti gesti (gaffe?) come quello spintone al premier del Montenegro per poter raggiungere il centro del gruppo per la foto ricordo o mentre sale le scale tra i big a Bruxelles facendosi largo coi gomiti … fino a quell’aggettivo inequivocabile «bad» (cattivo) rivolto all’indirizzo dei tedeschi rimbalzato subito da Der Spiegel su ogni sito di Germania e dell’intera Europa, senza che, nonostante le classiche “pezze”, ancora ne sia stato spiegato esattamente il senso (solo il commercio?).

Bassetti: «Grandi, pensate ai piccoli»

Forse l’obiettività è da cercare piuttosto nelle dichiarazioni ufficiali dei leader riuniti al G7 di Taormina. «Non c’è dubbio che questo sia il vertice più difficile» aveva detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nella conferenza stampa a inizio lavori.

«Resta sospesa la questione sull’accordo di Parigi sul clima rispetto al quale il presidente Trump ha in corso una riflessione interna di cui gli altri paesi hanno preso atto» ha detto il nostro premier Paolo Gentiloni venerdì pomeriggio.

Sintetico l’appello rivolto ai potenti da parte del card. Bassetti, neo eletto presidente CEI, in un incontro con i giornalisti nel Palazzo vescovile a Perugia: «Ai grandi della Terra dico: “Prego intensamente per voi, pensate ai piccoli”. Perché chi ha grandi responsabilità deve pensare prima di tutto alla nostra gente».

Fiction o realtà?

«La percezione è più importante della realtà»: l’ha scritto la first daughter, Ivanka Trump, nel suo manuale per donne di successo The Trump Card, un libro ampiamente citato oltreoceano da mesi (con motivazioni opposte nelle due fazioni). E, dopo la foto in Vaticano, sono anche gli incontri della consorte a passare al setaccio nell’ottica dei suggerimenti contenuti nel libro.

La first lady Melania che scrive (e lo fa sapere) al papa una lettera «personale»; che porta un rosario da far benedire dalle mani del santo padre rispettando il protocollo vaticano in fatto, come cattolica, di vestito nero e capo velato; che sosta nel cortile del Bambin Gesù di fronte ad una statua della Madonna ben consapevole dei fotografi; e che visita anche il Queen Fabiola Children’s Hospital a Bruxelles abbracciando i piccoli (un «rito» compiuto da ogni first lady o principessa che sia, Carla Bruni, Kate …); o che indossa («in omaggio al vostro Paese») una giacca (la «3D Flowers») di Dolce&Gabbana dal costo di 51.500 dollari (ma ogni paio di scarpe sempre D&G sfiorava i 2 mila) nel corso della visita delle mogli/mariti a Catania (la CNN annota che il reddito medio annuale di una famiglia americana nel 2015 era stato registrato dal Census Bureau US in 55.775 dollari e che i celebri stilisti non hanno mai parlato di un prestito, mentre il New York Times si sofferma sulla necessità, da lui sempre affermata, di promuovere le imprese americane).

E ancor di più la notizia (che molti oltreoceano aspettavano) della convocazione il 1° giugno del genero e consigliere del presidente, Jared Kushner (marito ebreo della figlia Ivanka entrambi ritornati in tutta fretta a casa) da parte dell’FBI nell’ambito del Russiagate, le presunte interferenze russe sulle elezioni del novembre scorso. Superfluo ricordare che (già prima dell’elezione), c’è chi prediceva un impeachment del presidente (cf. Nixon e lo scandalo Watergate), e chi continua a girare in auto con la scritta «I Love My President».

… ma il mondo non può attendere

«Ad un certo punto gli altri Paesi si stancheranno di aspettare e diranno: “ma si può ancora lavorare in questo modo con gli Stati Uniti?”» è il commento a vertice quasi concluso di Michael Oppenheimer, docente di geopolitica e affari internazionali a Princeton e membro dell’IPCC – l’organismo intergovernativo delle Nazioni Uniti incaricato di monitorare il cambiamento climatico – a conclusione di un articolo sul New York Times che titola «Trump rimanda ogni decisione sugli accordi di Parigi sul clima».

Nello stesso momento in Europa il francese Le Monde parla di «status quo», mentre Le Figaro sottolinea l’affermazione di Angela Merkel secondo cui, riguardo agli accordi di Parigi, si è trattato di «un vertice del tutto insoddisfacente».

Su qualcosa si sono trovati d’accordo – è il commento unanime – con l’inserimento qua e là di qualche espressione condivisa, come la lotta al protezionismo (e l’«America First»? cavallo di battaglia presidenziale) o quella al terrorismo, ma i migranti sono diventati un problema di sicurezza che fa chiudere i confini.

Eppure il mondo non può attendere tatticismi di sorta. I leader africani hanno portato a Taormina le loro difficoltà, spesso autentici drammi, ribaditi all’eterno anche da organizzazioni umanitarie come OXFAM. Il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC/WCC) alla vigilia del summit aveva lanciato un appello per salvare la vita di almeno 20 milioni di persone che abitano in Yemen, Somali, Sud Sudan e Nigeria colpite dalla carestia dove il numero di persone che necessitano di aiuti alimentari è aumentato del 35% solo nel corso dell’ultimo anno. «Non c’è più tempo – scrivono i fratelli protestanti – e gli impegni internazionali presi per porre fine alla fame entro il 2030 sono urgenti».

E il papa due anni fa con incrollabile fiducia: «La politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide mondiali. In questo senso si può dire che, mentre l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (LS 165).

«Come leader del G7 siamo determinati a promuovere l’ordine internazionale e uno sviluppo sostenibile» si legge nel documento finale che in 39 paragrafi parla di giustizia, inclusione e fiducia nel futuro, ma anche della necessità di investire nel campo dell’educazione e della cultura migliorando altresì la qualità della vita di tutti e adoperandosi per far cessare i conflitti. E ancora pari opportunità tra i sessi, cooperazione internazionale, lavoro, sicurezza, salute pubblica globale, in particolare per donne e adolescenti.

Intanto, mentre l’Air Force One si prepara a decollare per gli Stati Uniti, il Washington Post mette in taglio alto la notizia che è al culmine la campagna promozionale del Trump National Golf Club (uno dei 16 sparsi in tutto il mondo di proprietà del presidente che non ha mai dismesso le sue imprese) sulle rive del Potomac in Virginia – un progetto che ha dovuto aspettare anni per venir realizzato causa vincoli ambientali (oltre 400 alberi secolari abbattuti) – con un torneo che si svolgerà domenica: «questo evento non è sull’agenda del presidente», dice la portavoce della Casa Bianca Lindsay E. Walters, «ma sarei felice se cambiasse idea». Per la cronaca sembra che l’iscrizione al Club si aggiri sui 75 mila dollari.

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