Giorgia e la fine del Caimano

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È nato il nuovo governo di Destra-centro. Con qualche scossone e qualche tensione. Ma alla fine, come facilmente preventivabile, è andato in porto. Non poteva che andare così. Nessun essere razionale getterebbe via il capitale di consenso e di potere che le elezioni del 25 settembre hanno consegnato nelle mani della coalizione guidata dalla Meloni.

Quelle a cui abbiamo assistito in questi giorni sono tensioni strutturali interne alla coalizione, che possono generare problemi seri nel corso della legislatura, oppure semplici turbolenze, tipiche di fasi delicate, come la nascita di un governo?

È presto per dirlo e non ha nemmeno senso fare impossibili esercizi di premonizione. Tuttavia, qualche considerazione dalle vicende che hanno portato al varo del Governo si può trarre.

Berlusconi non nomina eredi politici

La tensione emersa tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni è quella inevitabile di un passaggio di testimone tra leader di coalizione. Il Cavaliere si ritiene, e a buon diritto, il fondatore del Centrodestra, quando sdoganò di fatto l’Alleanza Nazionale di Fini e la Lega di Bossi dalla posizione eticamente marginale che rivestivano nel sistema politico.

Con l’aggiunta di una costante componente di “centristi” ex DC a fare da rassicurante moderatore. Una invenzione geniale e che, di fatto, ha cambiato per sempre il panorama politico italiano, almeno quello degli ultimi 25 anni.

Oggi è evidente che l’eredità di quella operazione passa a Giorgia Meloni. Solo lei ha la possibilità di sperperarla. Ma ha al tempo stesso l’opportunità di consolidarla nei prossimi 5 anni. Non è Berlusconi ad averla nominata erede, questo è chiarissimo. Berlusconi non ha nominato eredi politici, mai. Forse perché non ha allevato l’uomo giusto, forse perché non è realmente capace di pensare oltre sé stesso. In ogni caso, è Giorgia che si è presa il testimone, da sola e con abilità. Ed è da questo che nascono le tensioni con il Cavaliere.

Sono tensioni passeggere, legate alla composizione del governo, a volgari problemi nominalistici e di tutela di propri “protetti”? O sono tensioni strutturali, che davvero porteranno Forza Italia in rotta di collisione con Fratelli d’Italia nei prossimi anni?

Il “foglietto” di Berlusconi

È difficile giudicare il reale senso del famoso “foglietto” fotografato sul tavolo di Berlusconi, pieno di epiteti poco lusinghieri verso la neo-premier Meloni.

Prima ipotesi: è un segreto davvero rubato dall’abile fotografo di Repubblica. Francamente, appare poco probabile. Presuppone una ingenuità del Cavaliere. Che, per quanto invecchiato, non solo fisicamente, è tutto meno che un ingenuo.

Seconda ipotesi: è stato un atto ostile deliberato, strettamente finalizzato alla tattica immediata di creazione del governo. Un modo per fare arrivare alla Meloni un segnale chiaro: o ti fai condizionare, o dovrai fare i conti con la mancanza dei nostri “indispensabili” voti. Solo che “indispensabili” va subito tra virgolette, visto cosa è successo al momento dell’elezione di La Russa a presidente del Senato.

Terza ipotesi: è l’atto ostile che da inizio ad una guerra di più di lungo termine, in cui Berlusconi userà le sue capacità mediatiche (e l’uso deliberato di questi “pizzini intercettabili”, degli “off the record” ne fa da sempre parte) per scavare lentamente l’immagine personale, il consenso, la credibilità della giovane Giorgia.

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Solo che quegli aggettivi (“supponente, prepotente, arrogante…”), scritti bene in chiaro e numerati nella grafia del Cavaliere, hanno rafforzato la Meloni assai più di quanto non ne abbiano leso l’immagine. Col suo “non sono ricattabile”, Giorgia ha trasformato in forza questo attacco. Ora, quelle parole sanno più dello sfogo impotente dello sconfitto, che si abbandona agli insulti. Chi ha potere e forza non ha bisogno di offendere. Proprio quelle righe sono la riprova della fine politica di Berlusconi.

Potrà esserci ancora qualche colpo di coda, qualche tensione, ma Forza Italia non ha più reale potere contrattuale verso Fratelli d’Italia. Avrebbe i voti alle Camere, senza i quali manca la maggioranza, specie al Senato. Ma chi, in Forza Italia, sarebbe davvero disponibile al braccio di ferro contro la Meloni, per seguire il Cavaliere?

Il triste tramonto del vecchio Caimano

Berlusconi ha contro di sé un problema evidente, che ha un nome amaro: senilità. Non entriamo nel merito, perché si deve rispetto e pudore su questi temi, ad un uomo di 86 anni. Ma è bastato vedere il suo rientro in Parlamento (fin troppo ossequiato, specie da vari membri di opposizione) per rendersene conto.

La scena del suo voto, al momento della “chiama” per l’elezione di La Russa, è stata impietosa: la camminata sbandata, il disorientamento all’uscita dalla cabina, l’assistenza della Santanché… Anche fosse ancora padrone di un impero politico vasto (e non è così) nessuno dei suoi adepti scommetterebbe razionalmente su di lui, in lunga prospettiva. È una considerazione amara, ma inevitabile.

La vicenda del “vocale” su Putin – uscito non a caso dalla assemblea dei deputati di Forza Italia – si può leggere nello stesso modo. Può essere un segno di senilità del Cavaliere: una persona che non controlla più quello che dice, che non si rende conto delle conseguenze (mondiali!) di quelle parole. Oppure, si tratta ancora del tentativo lucido e cinico di mettere una mina sulla strada della nascita del Governo, di indebolire la credibilità internazionale della futura leader.

Un atto da “Caimano” (come lo nominò, metaforicamente, Nanni Moretti). Ma anche in questo secondo caso, alla fine, la mina esplode tra le mani dell’ormai incerto leader. Il suo tocco non è più quello di una volta. Infatti, l’unico risultato che ottiene è quello di costringere il suo candidato e sua massima “punta di diamante”, Tajani, a prendere le distanze da lui, per non vedersi precludere la via alla Farnesina.

E di dare alla Meloni l’occasione di intestarsi di nuovo il suo filoatlantismo, di farsi garante agli occhi di Washington, relegando Berlusconi al ruolo di inaffidabile vecchio armeggiatore con la Russia putiniana.

L’impressione, insomma, è che Berlusconi abbia provato, da subito, a far valere il peso dei suoi voti. Quanto meno per garantire i suoi fedelissimi personali. Ma è stato sconfitto da Giorgia. Potrà ritentare in futuro qualche colpo, generare qualche tensione. Ma non può contare sulla piena fedeltà delle sue truppe, soprattutto ora che dovrebbero rischiare posti e poltrone ottenute.

Una volta partito il Governo, fermarlo è quasi impossibile. E l’età avanza, rendendo sempre più difficile per i suoi uomini vedere un futuro in Forza Italia, il partito personale di un uomo di 86 anni.

Meloni e il centrodestra “istituzionale”

La Meloni ha vinto su tutta la linea questa prima battaglia interna alla coalizione. Ed ora ha la strada spianata anche per darsi un profilo più moderato, più istituzionale, più atlantista e filoamericano (vedremo anche se più liberale e filoeuropeo: questo è più incerto), come già scrivevamo qualche giorno fa. Può occupare con Fratelli d’Italia anche lo spazio di Forza Italia.

Con una operazione a tenaglia e bivalente: segnali alle destre estreme e nostalgiche (come quelli dati con l’elezione di La Russa e Fontana, o col nuovo nome attribuito a qualche ministero) e insieme netto movimento verso posizioni più centriste.

La sua azione di governo, è facile prevedere, unirà qualche tocco di apparente contentino alla destra sociale e passatista, ad una linea più istituzionale possibile su temi chiave, come l’economia.

Le possibili tensioni – rilevanti – potrebbero venire se davvero attaccherà i temi etici e delle cosiddette libertà individuali: ma su questo è probabile che lascerà a tanti dei suoi molta libertà di parlare, e poca di fare. Vedremo una Meloni istituzionalmente attenta.

I temi della Lega e di Mediaset

Alla fine, solo con due cose Giorgia dovrà fare i conti, dentro al perimetro della sua maggioranza.

In primis, con la Lega, che ha largamente premiato nella creazione del Governo, con ministeri pesanti, ma mettendo al tempo stesso al suo interno il seme della competizione tra Giorgetti e Salvini, tra ala industriale e ala movimentista.

Giorgetti all’Economia e Finanze, Salvini senza l’agognato ministero degli Interni, ma con la vicepresidenza e un importante potere economico al Ministero delle Infrastrutture, che lo porterà per forza a confrontarsi col MEF di Giorgetti, a lottare o a trovare una quadra. La Lega ha di fatto in mano i Ministeri strategici per lo sviluppo del Paese. È qui che la Meloni ha fatto la vera “alleanza nazionale”.

La Lega ha però due anime e, se il suo consenso dovesse continuare a calare, arriveranno al confronto. Può essere un elemento di tensione, o di ulteriore forza per la Meloni, per “dividere et imperare”.

In secondo luogo, Giorgia dovrà fare i conti con la vera eredità che Berlusconi lascia: i suoi figli, proprietari e gestori, ormai, del suo potere mediatico, delle sue televisioni, da sempre colonna portante dei consensi del centrodestra. La Meloni non può averle contro, non ha interesse a farlo.

Né i figli di Berlusconi a mettersi contro un Governo che è padrone di frequenze, norme e altri asset fondamentali per la loro sopravvivenza economica, compreso il ruolo della RAI. Significativo, in questo senso, il fatto che – a quanto si sussurra – i figli di Berlusconi abbiano mediato nel momento di maggiore tensione tra loro padre e la Meloni.

Cosa davvero anomala e impropria sul piano istituzionale, ma che dice tanto: su questo “fronte Mediaset” – più che su quello parlamentare – la Meloni dovrà stare attenta a ciò che resta del potere di Berlusconi. Ma difficilmente gli eredi economici del Cavaliere diventeranno anche eredi politici, mettendosi contro di lei.

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Dunque, il vecchio Caimano non ha più i denti, politicamente. I suoi figli gestiranno il posizionamento del suo impero mediatico, ragionevolmente – come accade quanto si opera in razionalità economica – per massimizzare gli utili, non il conflitto.

La Lega per ora sarà una alleata ferita ma premiata, in attesa di vedere cosa sarà delle sue diverse anime, e del suo consenso, forse ancora destinato a calare. In questo caso, dovrà forse riprendere la strada del movimentismo, e quindi del nord. Lasciando ancora più spazio per una forza “nazionalista” come Fratelli d’Italia.

Meloni e l’eredità politica del centrodestra berlusconiano

Ecco perché il progetto berlusconiano, quello del grande centrodestra nazionale, tricolore, atlantista, connesso alle destre europee, è ora sul tavolo di Giorgia Meloni. È a sua disposizione, può farlo suo, grazie all’ottimo lavoro condotto tatticamente in questi giorni di creazione del Governo (al di là del reale valore di molti dei nomi scelti).

Se solo compirà gli ultimi due passi che mancano: quello di frenare i nostalgici e gli antimoderni che si porta dietro da sempre, e quello di sganciarsi di più da Orban e Le Pen, per legarsi alle correnti popolari e conservatrici europee più presentabili.

La guerra in Ucraina, la crisi del gas, Orban sempre più filorusso e la spaccatura del fronte ex-Visegrad, la aiuteranno in questo. Se agirà con la forza e l’abilità che ha mostrato in queste prime giornate dopo le elezioni, l’eredità berlusconiana sarà pienamente sua.

Ed ora tocca alla sinistra, o a ciò che ne resta, capire come trovare la strada per opporsi e generare un progetto credibile contro quella che si annuncia non tanto come una destra parafascista, ma come la vera erede del ventennale progetto “forzitalianista” del tramontante Caimano.

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2 Commenti

  1. S Liliane Ciniglio 26 ottobre 2022
  2. carla corbella 25 ottobre 2022

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