Tutti i colori del Conte 2

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I commenti alla nascita del governo giallorosso hanno svariato su alcuni temi di ordinaria analisi politica a cominciare dalle questioni di stretta attualità, come l’aggiornamento delle politiche di immigrazione o come – istanza pressante dei Cinquestelle – la riduzione traumatica del numero dei parlamentari.

Altri problemi d’obbligo come la preparazione della legge di bilancio non potevano, come è ovvio, essere ritardati e con essi il destino dell’aumento dell’IVA e altre questioni già iscritte nell’agenda del precedente governo. Per un esecutivo nato a seguito di un’operazione parlamentare e qualificato, a seconda dei punti di vista, come “di svolta” o “di novità” non avrebbe guastato tuttavia un approfondimento sui precedenti dell’operazione compiuta, pur in diversi contesti: dal “connubio cavourriano” alla formula “classica” del “trasformismo” come quella che, nel 1876, caratterizzò il governo Depretis.

Il quale, appartenendo alla sinistra ma non trovando una maggioranza in Parlamento, se ne fabbricò una su misura attingendo al serbatoio della destra; affermando a giustificazione che, a quel punto, non avevano più ragion d’essere le vecchie distinzioni parlamentari.

Guarda caso, gli stessi argomenti ai quali fece ricorso Giuseppe Crispi, garibaldino e massone, e dunque con marchio di fabbrica di sinistra, per presentare un proprio trasformismo che lasciò un’impronta duratura di segno autoritario nella politica italiana di fine secolo XIX.

Tema da storici?

Gli storici avranno di che occuparsi di questo secondo governo Conte quando sarà possibile farlo senza le urgenze del momento; e potranno sicuramente inquadrare in modo appropriato i comportamenti dei diversi attori della vicenda a cominciare dal presidente del Consiglio, già entrato nelle cronache politiche dello scorso anno per aver sostenuto la qualifica di “populista” della sua prima esperienza con argomenti non dissimili da quelli con cui il suo attuale ministro degli Esteri, argomenta oggi che «non esistono soluzioni di destra o di sinistra ma soltanto soluzioni».

Le considerazioni che precedono riguardano precisamente la fase antecedente la nascita del governo che ha giurato al Quirinale mercoledì 5 settembre. Per questo evento si è letto delle acconciature delle signore e dei vestiti dei ministri, oltre alle prime dichiarazioni carpite ai neofiti o ai veterani.

Né dalle dichiarazioni programmatiche né dal dibattito parlamentare conseguente si può attendere qualcosa che, oltre i punti del programma concordato, descriva il senso di questo governo come collocazione nella storia del Paese.

Scarto negativo

Forse per un esecutivo nato dalla cronaca (fortunatamente non da quella nera) non ci si poteva attendere di più. E tuttavia, consumati nel modo che tutti conoscono i primi quattordici mesi della legislatura, è giusto e doveroso pretendere che il tasso di innovazione del nuovo esecutivo si renda visibile al di là della misurazione delle differenze dal poco glorioso precedente. E se un simile traguardo non è raggiungibile per uno scarto negativo che (ancora) appesantisce le abitudini dei protagonisti è altrettanto giusto porsi gli interrogativi che la gente vorrebbe veder affrontati da un’azione di governo che abbia un orizzonte più vasto di poche settimane.

Soprattutto se il capo di questo governo pone a se stesso e alla istituzione che rappresenta un traguardo di durata che coincide con il compimento della legislatura.

Il “che fare” del governo

Che cosa farà dunque il governo Conte2 in questi quattro anni che lo separano dal compimento della legislatura? Che cosa ne qualificherà l’azione in modo che somigli il meno possibile a quella del gruppo Salvini e compagni come artefici del deterioramento della macchina dello Stato e dell’affermazione di una politica come contrapposizione continua, simulacro di una lotta di classe alla rovescia?

Altro che appiattimento delle differenze in nome, a scelta, del principio che tutte le soluzioni si equivalgono, parente stretto dell’altra massima per cui “uno vale uno”, con il noto corollario dell’apertura del Parlamento come una scatola di tonno o, a rovescio, di una distribuzione dei beni e delle risorse che rassomiglia più a una secessione sociale che ad una operazione di equità.

Saper leggere quanto è accaduto nel pezzo di legislatura trascorso è la premessa per decifrare la linea che meglio traduce in obiettivi e strumenti ciò di cui il Paese ha bisogno in un’impresa che non sia di corto respiro ma legga con fedeltà e verità le attese e le speranze della gente comune.

Pace, lavoro, democrazia

Qui viene in primo piano il bisogno di pace che si traduce, per un Paese e un popolo come l’Italia, in un protagonismo dell’Europa come operatore di pace, sia come contrasto alla proliferazione degli armamenti, sia, in positivo, come lotta alla povertà e alla fame sul piano internazionale, includendo nel disegno il governo dei flussi migratori secondo un criterio di umanità e di accoglienza. Per quel che è possibile, il contributo del governo italiano è da sostenere se si caratterizza sulle linee indicate.

Analogamente, da collocare tra le massime priorità è il tema del lavoro da svolgere attraverso la creazione di occupazione avendo come obiettivo storico quello del pieno impiego, in tale direzione finalizzando le iniziative pubbliche e private volte a realizzare opere di grande portata come ad esempio la difesa del suolo e la manutenzione del territorio e la valorizzazione dei beni culturali.

La diffusione della democrazia come partecipazione alle scelte della comunità va infine realizzata ad ogni livello, sia nelle istituzioni sia nella dimensione della cittadinanza attiva per realizzare una rete di corresponsabilità dei cittadini nella gestione dei servizi e per la creazione di integrazioni innovative nello spirito della solidarietà creativa.

Quelle che precedono sono solo alcune linee guida indispensabili per qualificare una presenza dell’Italia nelle realtà geopolitiche in cui è collocata e per imprimere all’azione politica del suo governo una svolta qualitativa all’altezza delle esigenze dell’epoca presente. I punti programmatici del governo Conte2 non sono di per sé incompatibili con tali fondamentali esigenze, anzi possono includerle e soddisfarle.

Dipende dalla volontà politica che il Paese sarà in grado di mettere in campo; e questa si lega indissolubilmente al livello di maturità e di iniziativa che le masse popolari saranno in grado di esprimere per animare azioni risolutive nei campi indicati.

Programmare oggi

Un’ultima nota riguarda l’esigenza di utilizzare il metodo della programmazione nella stagione del cambio d’epoca che stiamo attraversando. C’è stato un tempo in cui programmi governativi, che pretendevano di esporre una visione complessiva, venivano chiamati o bibbie laiche o libri dei sogni.

Con qualche fondamento, specie per l’episodio del programma economico 1965-1969 che non giunse mai a termine perché non vide mai la luce. Ma il mondo è cambiato e l’esigenza di programmare utilizzando tutti gli strumenti e tutte le risorse in un contesto di economia mista, si impone con l’evidenza di una verità senza scampo.

D’altra parte, tutti i soggetti che operano in economia, soprattutto i privati, programmano senza scampo; e allora non si comprende perché solo allo Stato si chieda di non programmare. La programmazione di cui oggi è obbligatorio discutere non è, d’altra parte, quella burocratica e centralizzata, praticata a suo tempo dei regimi sovietici, ma quella di regimi democratici che estendono la democrazia, una democrazia partecipata, al governo dell’economia.

E che si accontentano di constatare che il sistema economico segue una pista di bene comune ed è in grado di controllarne lo sviluppo.

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