Governo di crisi: soluzione o intermezzo?

di: Domenico Rosati
governo Gentiloni

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni consegna il il testo del discorso programmatico fatto a Montecitorio.
Roma, 13 dicembre 2016 (ANSA/Ettore Ferrari)

Tempi fulminei per la nascita del governo Gentiloni. Ma non è detto che una soluzione rapida sia per ciò stesso una soluzione buona. Specie quando, in un quadro come quello determinato dall’esito del referendum costituzionale, sono tante e gravi le ferite da curare. Tanto da rendere obbligatorio interrogarsi sul punto se il cambio a Palazzo Chigi sia da considerare una soluzione o semplicemente un intermezzo.

L’uscita di scena del presidente Renzi, in ossequio all’impegno di lasciare il governo in caso di sconfitta, non ha il carattere di un abbandono ma rivela un esplicito desiderio di rilancio e di ritorno. Con un progetto che passa per l’anticipo del congresso del Pd con la relativa nuova intronizzazione del leader chiamato a realizzare la rivincita elettorale.

Variabili e incognite

In questo scenario, il governo Gentiloni sarebbe da assimilare a uno di quegli esecutivi “di decantazione” ai quali faceva ricorso la Democrazia Cristiana per consentire al leader atterrato di riprendere fiato e di rimettersi in sella. Allo stesso modo in cui, ai suoi tempi, Giovanni Giolitti reggeva le sorti del paese governando per interposta persona. Ma sarà così?

Le variabili da considerare sono tante e più ancora le incognite. Tra le quali è da annoverare, come l’esperienza suggerisce, l’eventualità che un governo nato per una funzione di mero servizio si impadronisca del proprio ruolo al punto da emanciparsi per agire in autonomia. Ma anche qui molto dipende dalle circostanze, dai comportamenti e anche dalla volontà delle persone: tutti elementi ai quali sarà bene prestare attenzione.

Nel frattempo, è utile soffermarsi sui passaggi della crisi e sui punti critici che essa ha messo in luce sia negli atteggiamenti dei gruppi politici sia nelle propensioni dei protagonisti. I toni sovreccitati della campagna referendaria tendevano infatti a prolungarsi nello svolgimento delle procedure.

Le spinte oltranziste

Era agevole contrastare il valore meramente propagandistico di chi, tra i vincitori, chiedeva elezioni subito con qualsiasi legge.

Più ardua era, invece, l’impresa di rintuzzare l’impeto polemico di chi, tra gli sconfitti, chiedeva sostanzialmente la stessa cosa in nome di una presunta vittoria… implicita del “sì”, rappresentata dalla percentuale del 40% che, nel gruppo dirigente del Pd, si immaginava di mettere all’incasso in elezioni ravvicinate del parlamento.

Non si va fuori dal vero se si immagina che su questo fronte la saggezza del Presidente Mattarella abbia avuto buon giuoco nel contenere le spinte oltranziste di maggioranza, con argomenti valevoli anche per arginare quelle delle opposizioni, del resto già orientate verso svolgimenti di segno extraparlamentare. Il brevissimo intervallo tra apertura della crisi e conferimento dell’incarico ha troncato sul nascere ogni manovra su questo versante.

Segnali mancati

Meno brillante invece appare il risultato se si guarda alla composizione del governo. Dandone per scontata la sostanziale continuità con il precedente, pareva lecito sperare che si potesse attuare qualcosa di più caratterizzante, sia per le esclusioni (viceversa ridotte alla sola titolare dell’Istruzione) sia per gli ingressi di figure provenienti dal cerchio del presidente uscente. Inclusa l’on. Boschi, che si era legata alla posizione del “sì” fino a promettere di uscire dal governo in caso di soccombenza.

Per contro, non c’era spazio per un qualche segnale di apertura verso la posizione del “no”, dove pure si poteva pescare tra tanti giuristi ed esperti senza necessariamente gratificare la dissidenza di partito.

Né segni di discontinuità potevano cogliersi nelle enunciazioni programmatiche, oggettivamente ridotte all’essenziale per la stessa natura del governo, anche se non è passata inosservata la rinuncia ad un’iniziativa governativa in materia di legge elettorale, riservata alla competenza parlamentare, nella speranza che l’emergenza favorisca la convergenza.

Il prossimo referendum

Al tempo stesso va segnalata l’enfasi con cui il presidente Gentiloni ha sottolineato l’impegno del governo sul nodo del lavoro. Che verrà al pettine non solo per gli aspetti che riguardano la disoccupazione giovanile e meridionale, ma anche per quelli che investono i contenuti dei job act sottoposti a referendum per iniziativa della Cgil. Si è presa coscienza della gravità della scadenza e delle conseguenze che avrebbe una nuova sconfitta nella prova popolare su temi dirompenti come la precarietà e la perdita del lavoro? Si affronterà la prova o si opererà per disinnescare i quesiti?

Quale discontinuità?

Gentiloni è sicuramente consapevole di essere atteso al varco della discontinuità rispetto alla linea del predecessore. Ha detto in parlamento che discontinuità è insita nel fatto che c’è un nuovo governo. Giusto.

Né si può stabilire un collegamento tra il piglio volitivo è un po’ rissoso del leader fiorentino testé avvicendato e l’andamento calmo e misurato del nuovo primo ministro.

La trama potrà variare, auspicabilmente, in una duplice direzione: un Renzi che fa tesoro dell’esperienza accumulata e comprende che il potere non è l’unica cifra della politica; e un Gentiloni che, giunto nella stanza dei bottoni, comincia ad apprezzare il valore del tempo nella assunzione delle decisioni politiche. Ma questo è il mondo dei sogni.

Tra analisi e retorica

La realtà immediata con la quale anche il governo dovrà fare i conti è quella dell’orientamento che prenderà il congresso del Pd.

Saprà analizzare – si chiama autocritica – le ragioni di una sconfitta così seria come quella del 4 dicembre; e più ancora cercherà di scoprire i movimenti profondi della società, incluse le tendenze di un populismo che emerge come propaganda ma non è riducibile a propaganda e quindi non si contrasta solo su questo terreno?

Oppure si porterà retoricamente al confronto la già evocata figura della vittoria di partito (il fatidico 40%) annidata nella placenta della sconfitta referendaria’?

Tentazioni e rischi

Un sondaggio recente ha sostenuto che esistono tra gli elettori le condizioni perché attorno a Renzi possa coagularsi una rete di consenso tale da favorire la nascita di un nuovo partito. Al tempo stesso una parte del Pd, quella più legata alla tradizione della sinistra, ma non solo, avverte che, se quella ipotesi prendesse corpo, non ci sarebbe più spazio nel Pd per un cospicuo patrimonio di esperienza e di cultura.

Sono eventualità tanto gravi che viene spontaneo esorcizzarle. Ma, se questa è la realtà, bisogna che tutti facciano i conti con essa. Al riparo di un governo che, non alimentando la rissa, potrà contribuire alla necessaria serenità del dibattito tra i partiti e nei partiti.

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