Helmut Kohl: l’uomo e la storia

di: Marcello Neri

Helmut Kohl

Lo spessore di uno statista è misurato e forgiato dalla storia che gli viene incontro, riservando profili inattesi e compiti inediti. Già semplicemente reagire in maniera debita a questo evento è qualità politica di cui oggi sentiamo, drammaticamente, tutta la mancanza. Riuscire non solo a governare queste transizioni storiche, ma anche a incanalarle in una visione più ampia di lunga durata, fa dell’uomo politico un tassello virtuoso dello Stato e delle sue istituzioni. Di questa misura, al di là di un doveroso giudizio storico che non può essere ancora debitamente elaborato, Helmut Kohl fu all’altezza.

Uno statista

Lo fu perché diede forma alla riunificazione della Germania non solo come esito inevitabile dell’implosione storica, culturale ed economica del blocco dei paesi comunisti europei. Se la Germania di oggi non è semplicemente l’esito inevitabile di un destino, lo deve anche a lui e al modo in cui immaginò la forza simbolica della caduta del muro di Berlino. Chiudere una storia rimasta in sospeso della sua fine è gesto, già di per sé, politicamente di rilievo. Aprire da questa fine un passaggio nuovo della storia europea è la capacità di un uomo che sa trarre dalle sue corde abituali lo scarto che ne fa un vero e proprio statista.

Kohl comprese immediatamente che la Germania tornata a essere se stessa, dopo quella sospensione prodotta dagli esiti della seconda guerra mondiale (così radicata nella sua provvisorietà da andarsi a iscrivere nella stessa Legge Fondamentale, che delineava il quadro costituzionale di una temporanea Repubblica Federale tedesca), era possibile solo all’interno di un’Europa che andasse rafforzando il quadro della propria unità politica. A questo Kohl lavorò prima e dopo l’unificazione della Germania.

Ben consapevole del fantasma che la Germania era a se stessa, immaginò un’Europa politica (che ancora non abbiamo) come spazio imprescindibile per lo sviluppo virtuoso della Germania tornata a essere una sola nazione.  Solo un solido quadro europeo le avrebbe consentito di prendere in mano consapevolmente un ruolo di guida nelle vicende del Continente, gettandosi oltre quell’autocensura che la Germania ha posto a se stessa nel suo riemergere dalle ceneri del regime nazista. La decisione di scambio paritario tra il marco dell’ovest e quello dell’est non fu solo resa possibile e sopportabile dalla concertazione con le altre banche centrali europee, ma guardava probabilmente più all’Europa che doveva venire anziché alla situazione congiunturale della Germania di allora.

L’uccisione del padre

Fu un esercizio del potere politico, luogo della massima ambivalenza dell’umano e del suo sforzo di vivere-insieme a un livello che non sia di mera sopravvivenza, ma aspiri alla configurazione di una qualche forma di legame sociale degno di questo nome. Come pochi altri, Kohl incarnò e fu questa ambivalenza del potere. Padre nobile della Germania unita, forse non seppe riconoscere per tempo il momento decisivo di scrivere da sé il capitolo conclusivo della sua storia politica. Non credo si sia trattato solo di avido attaccamento al potere in quanto tale, ma anche di un senso di responsabilità davanti alla condizione di un progetto europeo che ancora non permetteva alla Germania di essere, al suo interno, quello che avrebbe dovuto.

Ma, appunto, solo forse non seppe riconoscere quell’ora cruciale per la sua vicenda di statista. Perché, da un punto di vista politico, unicamente l’uccisione del padre fondatore, e non l’eleganza di un suo passo indietro, avrebbe dato legittimità reale alla figura che ne avrebbe raccolto eredità e compito. Angela Merkel non sarebbe quello che è se fosse succeduta a Kohl attraverso un gesto di «incoronazione» da parte del cancelliere dell’unità tedesca. E questo Kohl lo sapeva benissimo (e anche Merkel). Nell’offrire il fianco alla propria caduta, Kohl rimase quello che era: uno statista di sicuro rilievo, ponendo lui la misura del profilo necessario a succedergli eliminandolo.

Il ruolo civile di un cristianesimo in estinzione

Nei confronti del cristianesimo, e delle sue due Chiese maggiori in Germania, Kohl si mosse in aderenza persuasa all’inserzione costituzionale del ruolo pubblico delle religioni nella configurazione della vita civile del Paese. Senza pensarlo né come subalterno al gioco politico, né come un’istanza da maneggiare in maniera funzionale per trarne un qualche guadagno a breve termine in chiave di rendita politica. Per questo ne rimase un estimatore convinto, proprio nella stagione della sua estinzione come fenomeno di popolo. L’alterità spirituale delle Chiese e delle fedi può qualcosa che la sola politica non può, e proprio in questo egli vide il permanente senso civile di una partecipazione del cristianesimo alla costruzione della Germania.

In Karl Lehmann Kohl trovò una figura istituzionale e pubblica del cattolicesimo capace di delineare un polo di referenza non asservito e, al tempo stesso, in grado di incidere significativamente nelle maglie della vita sociale tedesca. Entrambi convinti di una responsabilità pubblica e di una contaminazione della fede con le vicende del mondo e della gente, dalle quali non si può recedere per ritirarsi nel castello dorato di una purità formale e di una trasparenza cristallina virtuale. Sapendo che il giudizio della storia decide insieme al giudizio di Dio. E che solo nella loro dialettica irrisolvibile si può aprire lo spazio per un’autorevolezza reale della fede e del suo ministero istituito.

In merito, la domanda che l’era Kohl pone ancora al cattolicesimo odierno è quella di dove esso pensi di acquisire la propria autorevolezza, sapendo che ha nelle sue corde la possibilità di farlo, proprio nella stagione del suo passaggio ai margini, ossia nella sua debolezza. Su questo punto Angela Merkel ha davvero imparato da Helmut Kohl. La «consuetudine» che Merkel ha sviluppato di incontrare papa Francesco nella calma del sabato mattina in Vaticano dice molto del suo apprendistato nell’immaginario del posizionamento pubblico del cattolicesimo che Kohl coltivò, ma dice anche molto di un’autorevolezza guadagnata dalla Chiesa cattolica grazie al ministero di Francesco di cui pochi, all’interno del cattolicesimo stesso, sembrano essersene accorti. Di certo se ne è accorta colei che seppe scrivere la parola fine nella vita politica dello statista Helmut Kohl.

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