Identità: il vicolo cieco della “politica”

di: Thies Münchow

Thies MünchowThies Münchow è docente incaricato presso il Dipartimento di teologia evangelica dell’Europa-Universität di Flensburg. Dopo il ciclo quinquennale di studi (musica e teologia evangelica) ha lavorato alla tesi di dottorato che ha difeso col massimo dei voti (Wir machen Sinn. (Post)moderne Bedingungen, Perspektiven und Grenzgängen theologischer Hermeneutik). Svolge attività di ricerca sugli incroci fra filosofia postmoderna, teologia e fenomeni culturali nell’Europa contemporanea. Co-direttore del gruppo di lettura evangelico-cattolico “Teologia e Cultura” recentemente fondato presso la Europa-Universität di Flensburg.

Deutsche Ûbersetzung

Che (non solo) l’Europa sia attualmente inondata di “politiche” identitarie non è un segreto; ma è altrettanto chiaro che, alla conoscenza di questo dato, non corrisponda la dovuta consapevolezza. Proprio questo è ciò che sorprende: infatti, quasi nessuna linea politica marcia verso contraddizioni così profonde e inevitabili come i programmi identitari – che, di fatto, vorrebbero presentare se stessi come “politici”.

Schermaglie identitarie

Per chiarire questa assurdità, vorrei passare in rassegna due aspetti della politica interna tedesca che hanno caratterizzato il dibattito negli ultimi tempi.

Circa tre mesi fa l’appena nominato ministro degli interni Horst Seehofer, in un’intervista col quotidiano sensazionalistico Bild, ha affermato che «l’islam non fa parte della Germania. La Germania è plasmata dal cristianesimo».[1]

Nella prima parte della frase, troviamo il primo esempio di una ben determinata forma dell’identitario, ossia la nominazione “dell’altro”, “dello straniero”, “del nemico”. Nella seconda parte, si accenna a un’altra forma dell’identitario, ossia (dopo la delimitazione rispetto all’altro, precedentemente compiuta) l’amalgama di una presunta propria “identità”.

Un altro politico tedesco, Markus Söder, insieme al suo gabinetto dei ministri della Baviera, ha portato all’estremo questo secondo passo. Il governo del Land ha approvato la cosiddetta «ordinanza del crocifisso», entrata in vigore dal 1° giugno 2018. L’ordinanza prescrive che in tutti gli edifici pubblici del Land debba venire appeso un crocifisso ben visibile all’ingresso dell’edificio.[2]

La motivazione di questa ordinanza? Il crocifisso, così ha affermato Söder, è «una confessione di identità» e «della forma culturale» della Baviera.[3]

Logiche dell’identità

In merito, non intendo qui rifarmi alla critica costruttiva espressa da parte cattolica, in particolare attraverso il card. Reinhard Marx.[4] Piuttosto vorrei richiamare la frase, usata non solo da politici decisamente di sinistra, anche in tempi precedenti questi ultimi due fatti di carattere agitatorio.

«L’islam fa parte della Germania». Davanti ai programmi identitari di Seehofer e Söder si reagisce semplicemente con un’affermazione opposta e contraria in una latente ottica di campagna elettorale continua.

Il problema di questo contro-argomento? Anche l’affermazione di carattere positivo è guidata dalla medesima logica della formulazione negativa. In questo senso si può constatare quanto segue:

«L’islam non fa parte della Germania» – sbagliato!

«L’islam fa parte della Germania» – anche questo è sbagliato!

Entrambe le affermazioni sono imprecise, improprie e formulate interamente in maniera erronea. Per rendere le cose più chiare si potrebbe anche dire:

«Il cristianesimo non appartiene alla Germania» – sbagliato!

«Il cristianesimo appartiene alla Germania» – anche questo è sbagliato!

Come le due affermazioni sull’“islam”, sono anche queste ultime due inammissibili, perché anch’esse si basano su una logica latentemente identitaria. Con entrambe le prime due affermazioni (quelle negative) si tratta di un inclusivismo identitario, con le seconde (quelle affermative) di un esclusivismo identitario.

Siamo tutti frutto della contingenza

Non porta da nessuna parte voler improvvisamente elevare a uno stato metafisico e preesistente fenomeni che si sono sviluppati storicamente, come una religione o uno stato nazionale. Il tutto diviene ancora più nebuloso se si accostano due manifestazioni storiche contingenti, completamente diverse fra di loro (religione e stato), ritenendo così di essere approdati ad un’affermazione chiara e distinta.

Ma cosa è poi mai la “Germania”? Alcuni sono ben sicuri di sapere di cosa si tratti con questo paese metafisico prestabilito, creato prima dei tempi da Dio, generosamente corredato di ogni cosa e mantenuto all’esistenza da Dio stesso, che rimarrà tale fino all’Apocalisse.

Scherzi a parte: “la” Germania non esiste! Che lo stesso valga anche per la religione, non è qualcosa che, all’alba del XXI secolo, si debba spiegare… o no? Per chi prende le mosse con questi paradigmi nebulosi e accecati è impossibile portare avanti qualsiasi buona politica.

Contrastare la fascinazione dell’annessione

Ma costoro, attualmente, riescono ad annettere a sé quello che, a mala pena, si può ancora chiamare il panorama politico. L’appiattimento del discorso politico attraverso la logica semplificante dell’identitario trasmuta a vista d’occhio il panorama politico in una monocultura identitaria.

Quello di cui avremmo bisogno è invece un paradigma che non solo consenta il discorso, il confronto, lo scambio di idee e la comprensione, ma anche che sostenga e produca tutto ciò. Ci sarebbe così la possibilità, ad esempio, di riportare le frasi estatiche degli identitari a una forma linguistica più sobria e non rivolta-contro: «In un territorio geografico, che alcune persone, a motivo di processi storici, si sono abituati a chiamare “Germania”, vivono insieme uomini e donne che hanno diverse rappresentazioni, persuasioni e consapevolezze».

Vivere-insieme ed essere politici

Vivere-insieme vuol dire, in primo luogo, che ci si deve trovare insieme, che ci si deve intendere gli uni con gli altri. Quasi come in una famiglia, in cui normalmente non ci si piace tutti, si detesta perfino qualcuno talvolta, magari alla fin fine non ci si conosce, ma in un qualche modo si deve trovare il modo per intendersi gli uni con gli altri.

Ma questo è solo l’inizio. Infatti, questa base del discorso, che fa il paradigma stesso, accenna a qualcosa di comune – non nel senso ancora una volta di un paragone (identitario) di comunanze – che implica un noi universale. E questo noi universale richiede la sospensione del risentimento.

Noi possiamo parlarci gli uni agli altri. Noi possiamo davvero essere politici.[5]


[1]https://www.bild.de/bild-plus/politik/inland/islam/heimat-minister-seehofer-islam-gehoert-nicht-zu-deutschland-55108896,view=conversionToLogin.bild.html (accesso: 7 luglio 2018).
[2]http://www.faz.net/aktuell/politik/inland/soeder-erlass-in-kraft-es-ist-ein-kreuz-15617604.html (accesso: 7 giugno 2018).
[3]http://www.sueddeutsche.de/bayern/bayern-csu-beschliesst-aufhaengen-von-kreuzen-in-behoerden-1.3956892 (accesso 7giugno 2018).
[4]Cf. http://www.sueddeutsche.de/bayern/kreuz-erlass-kardinal-marx-wirft-soeder-spaltung-vor-1.3962223 (accesso 7 giugno 2018).
[5] Queste brevi annotazioni finali sono ispirate dalla proposta di A. Badiou di implementare il paradigma «c’è un mondo», che rende più chiara la procedura universalistica (cf. A. Badiou, WofürstehtderNameSarzoky?,Zürich 2008 – capitolo IV).


Identität, die Sackgasse der so genannten Politik – Ein Capriccio

Dass (nicht nur) Europa gegenwärtig von identitäre „Politiken“ überschwemmt wird, ist kein Geheimnis. Aber ganz offensichtlich ist dieses Wissen noch mit keinerlei Bewusstsein verbunden. Das ist aber eigentlich erstaunlich, denn kaum eine politische Linie läuft auf derartig tiefgreifende und unumgängliche Widersprüche hinaus, wie die identitären Programme, die sich tatsächlich selbst als „politisch“ einstufen würden. Zur Verdeutlichung dieser Absurdität will ich im Folgenden zwei Phänomene deutscher Innenpolitik der jüngeren Vergangenheit überprüfen.

Vor knapp drei Monaten äußerte der gerade frischgebackene Bundesinnenminister Horst Seehofer gegenüber der (reißerischen) Bild-Zeitung folgenden Satz: „Der Islam gehört nicht zu Deutschland. Deutschland ist durch das Christentum geprägt.“[i] Im ersten Satz finden wir das erste Beispiel für eine bestimmte Form des Identitären, nämlich die Benennung „der Anderen“, „der Fremden“, „der Feinde“. Der zweite Satz des Zitats deutet eine weitere Form des Identitären an, nämlich die (nach der im ersten Schritt durchgeführten Abgrenzung zu den Anderen vorgenommene) Amalgamierung der vermeintlichen eigenen „Identität“. Ein anderer deutscher Politiker, Markus Söder, hat diesen zweiten Schritt zusammen mit seinem Kabinett im Bundesland Bayern vor Kurzem auf die Spitze getrieben. So verabschiedete das Kabinett Söder den so genannten „Kreuz Erlass“, der seit Freitag, dem 1. Juni 2018, gilt und vorschreibt, dass in bayerischen Landesbehörden ein Kruzifix sichtbar im Eingangsbereich anzubringen ist.[ii] Die Begründung? Das Kreuz sei, so Söder, ein „Bekenntnis zur Identität“ und zur „kulturellen Prägung“ Bayerns.[iii]

Ich möchte im Folgenden nicht auf die konstruktive Kritik eingehen, die von Seiten der katholischen Kirche, namentlich durch Kardinal Reinhard Marx, geäußert wurde;[iv] stattdessen möchte ich auf die (schon vor diesen agitatorischen Kuriositäten nicht nur) von dezidiert linken Politikern genutzte Phrase „Der Islam gehört zu Deutschland“ hinweisen. Gegen Seehofers und Söders identitäre Programme wird schlicht mit der Gegenbehauptung vorgegangen und Wahlkampf u. dgl. betrieben. Das Problem: Auch die positive Aussage wird von derselben Logik geleitet, wie die negative Formulierung. Wodurch sich nun Folgendes festhalten lässt:

„Der Islam gehört nicht zu Deutschland.“ – falsch!

„Der Islam gehört zu Deutschland.“ – auch falsch!

Beide Aussagen sind ungenau, unzutreffend und gänzlich falsch formuliert. Um es überdeutlich zu machen, könnte man ebenso gut nämlich sagen:

„Das Christentum gehört nicht zu Deutschland.“ – falsch!

„Das Christentum gehört zu Deutschland.“ – auch falsch!

Wie die beiden Aussagen über „den“ Islam sind auch die beiden letzteren unhaltbar, denn auch sie basieren auf einer latenten identitären Logik. So handelt es sich bei der jeweils ersten Aussage um einen identitären Inklusivismus, während mit der jeweils zweiten Aussage ein identitärer Exklusivismus impliziert wird. Es hat schlichtweg keinen Zweck ein historisch gewachsenes Phänomen wie eine Religion oder einen Nationalstaat plötzlich in einen metaphysischen, präexistenten Status erheben zu wollen. Noch diffuser wird die Angelegenheit, wenn man sogar zwei völlig unterschiedliche historische Kontingenzerscheinungen (Religion und Staat) miteinander zusammenwirft und vermeint, damit eine klare und deutliche Aussage gemacht zu haben.

Was ist denn überhaupt „Deutschland“? So mancher scheint sich ja ziemlich sicher zu sein, worum es sich bei diesem metaphysisch-praestabilierten Land handele, das noch vor der Zeit geschaffen, von Gott höchstselbst entworfen, gewiegt und erhalten, bis zur Apokalypse Bestand haben werde. Ironie beiseite, es gibt nicht „das“ Deutschland! Dass dasselbe auch für eine Religion gilt, braucht doch im 21. Jahrhundert eigentlich nicht mehr groß erklärt werden, oder? Wer also schon mit solch diffusen und verblendeten Paradigmen beginnt, kann unmöglich gute Politik machen. Aber diese Leute annektieren gegenwärtig das, was man kaum noch als politische Landschaft bezeichnen kann. Die Verflachung des politischen Diskurses durch die simplifizierende Logik der Identitären verwandelt die politische Landschaft zusehends in eine identitäre Monokultur.

Stattdessen brauchen wir ein Paradigma, dass den Diskurs, den Austausch und das Verstehen zulässt und sogar zu fördern vermag. So gäbe es zum Beispiel die Möglichkeit, die verklärten Sätze der Identitären, einmal in eine nüchterne und nicht-affizierende Sprachform zu bringen: „In einem geographischen Gebiet, von dem einige Menschen sich aufgrund historischer Prozesse angewöhnt haben, es als ‚Deutschland‘ zu bezeichnen, leben Menschen mit unterschiedlichen Vorstellungen, Überzeugungen und Bewusstsein zusammen.“ Zusammenleben heißt zunächst einmal, dass man miteinander auskommen muss. Quasi wie in einer Familie, in der man in der Regel auch nicht jeden mag, manche vielleicht sogar verabscheut, manche vielleicht sogar gar nicht kennt, aber doch irgendwie miteinander auskommen muss. Aber dies ist nur der Anfang. Denn diese Diskursstätte, die das Paradigma schafft, deutet auf das Gemeinsame – nicht im Sinne eines (wieder identitären) Vergleichs von Gemeinsamkeiten! –, das ein universales Wir impliziert. Und dieses universale Wir verlangt die Suspension des Ressentiments. Wir können miteinander reden. Wir können wirklich politisch sein.[v]


[i] https://www.bild.de/bild-plus/politik/inland/islam/heimat-minister-seehofer-islam-gehoert-nicht-zu-deutschland-55108896,view=conversionToLogin.bild.html (Zugriff: 7. Juli 2018)
[ii] http://www.faz.net/aktuell/politik/inland/soeder-erlass-in-kraft-es-ist-ein-kreuz-15617604.html (Zugriff: 7. Juni 2018)
[iii] http://www.sueddeutsche.de/bayern/bayern-csu-beschliesst-aufhaengen-von-kreuzen-in-behoerden-1.3956892 (Zugriff: 7. Juni 2018)
[iv] Vgl. dazu http://www.sueddeutsche.de/bayern/kreuz-erlass-kardinal-marx-wirft-soeder-spaltung-vor-1.3962223 (Zugriff: 7. Juni 2018)
[v] Der Gedanke dieses letzten Abschnitts ist inspiriert von Alain Badious Vorschlag, das Paradigma „Es gibt eine Welt“ zu implementieren, das in der Tat noch einmal mehr die universalistische Herangehensweise verdeutlicht. Vgl. dazu A. Badiou, Wofür steht der Name Sarkozy?, übers. v. H. Jatho, Zürich 2008, Kap. IV.

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