Il Commissario della Repubblica

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crisi politica

Quella a cui assistiamo non è una “crisi di governo”. Una delle tante della nostra storia repubblicana. È una crisi più grave e più rivelativa di un disfacimento più profondo: quello della politica italiana. L’equilibrio costituzionale non è mai stato così precario.

Di fatto, Mattarella è stato costretto – con l’incarico a Draghi – a commissariare la politica nazionale. Cosa forse già successa ai tempi di Ciampi, di Dini, di Monti: ma mai in modo così evidente e radicale. Così estremo, da ultima spiaggia. Cosa ci ha portato qui? Dove ci porterà questa crisi e la possibile “soluzione” Draghi? Proviamo a riavvolgere il filo, e a svolgerlo di nuovo verso il futuro.

Breve cronistoria di una crisi di governo

Renzi non ha mai voluto Conte. Da quell’agosto 2019, quando Salvini si bevve non solo qualche mojito di troppo, ma il suo stesso successo politico. Renzi non voleva regalare a Conte – compromesso col “regime” gialloverde” – la sua creatura, la maggioranza PD-M5S che aveva appena tirato fuori dal cilindro. Con un colpo di teatro, se non proprio un colpo di genio.

Renzi sapeva che Conte gli avrebbe fatto ombra sui suoi progetti futuri, riformisti e “centristi”: Italia Viva nacque poche settimane dopo quel governo, non a caso. Conte doveva saperlo, non poteva non sapere tutto questo. Ciò nonostante, ha lasciato per mesi che il suo ufficio comunicazione flirtasse con i sondaggi che davano il suo potenziale partito al 20%.

Come mettere due dita negli occhi a Renzi. Come svestire i panni del tecnico e vestire quelli del politico. Una sfida aperta. PD e Cinquestelle sapevano che Conte era la chiave di volta “neutrale”, il punto di equilibrio fra le 2 arcate – sinistra e populismo – che non stavano insieme se non così. E quindi hanno difeso Conte fino allo stremo, oltre la logica. Anche quando era chiaro che quella chiave di volta non era più “neutrale” e si sarebbe trasformata – se avesse resistito alla spallata datale da Renzi – nel terzo pilastro di una futura, possibile maggioranza di centro-sinistra-populista, per la prossima legislatura.

La fine dell’intesa giallorossa?

Zingaretti ha probabilmente sbagliato a legarsi fino all’ultimo minuto dell’esplorazione di Fico al nome di Conte. Era evidente che Conte – politicamente – era morto il giorno in cui non aveva trovato nemmeno 10 “responsabili” per fare un gruppo autonomo. In quel tentativo estremo, in quel tentare di tenere in vita Conte, si è bruciata forse per sempre la maggioranza “giallorossa”. E il futuro potrebbe essere molto diverso.

Certo, i Cinquestelle non volevano saperne di rinunciare a Conte. Occorreva capirli. Ma una diversa e decisa posizione del PD – magari proponendo un Governo politico a guida M5S, come intuito da Renzi – avrebbe potuto sbrogliare la matassa. Renzi si sarebbe accontentato dello scalpo di Conte, e di qualche ministro ben piazzato, pur di garantire un qualche futuro elettorale alla affannata Italia Viva.

È solo un’ipotesi, tutta da dimostrare: ma è certo che non averla esplorata ci ha consegnato alle scene da basso impero di martedì 2 febbraio, giorno che resterà nella storia nera della Repubblica, quando si discuteva di nomi e poltrone mentre si fingeva di parlare di programma. E la nave affondava. Perché Renzi non si sarebbe mai seduto – lo capiva anche un bambino – a firmare alcunché, se non era certo che Conte fosse uscito definitivamente di scena. Ecco perché occorreva capirlo, accettarlo, rassegnarsi: e lasciare Conte.

E certo questo piccolo dramma, con i suoi piccoli attori – Renzi, Conte, Zingaretti, Di Maio –, fa contrasto enorme con la monumentalità del fondale in cui si svolge: la crisi della Repubblica, la pandemia, il debito alle stelle, le fabbriche e i negozi che chiudono. Monumentale ambientazione drammatica di cui gli attori sono sembrati quasi non accorgersi. Troppo presi dal “gioco di ruolo” che è oggi la politica italiana, dove ognuno recita la sua parte sui social, gioca la sua sopravvivenza individuale e tutti hanno rinunciato a guidare la storia del Paese come costruzione collettiva. Troppo difficile, troppo pericoloso.

Dove ci porterà Draghi?

Nel momento in cui scriviamo, il tentativo di Draghi è ai suoi primi passi e non è facile intuirne ancora la direzione, lo stesso esito. La fragilità interna, la guerra per bande e correntizia dei 5 Stelle è stata in questa crisi la principale difficoltà, e lo sarà anche per Draghi. Che però è un uomo pragmatico, e potrà essere al servizio di progetti anche molto diversi tra loro.

Se Zingaretti, finalmente destato dal suo torpore, riuscirà a convincere settori importanti (non certo tutti) dei 5 Stelle a stare sulla nave dell’uomo dei poteri forti – così come magicamente ci starà Leu –, allora Draghi potrà contare su un ampio pilastro parlamentare di centro-sinistra-expopulista, per costruire il suo governo. In questo caso, il suo potrà essere un programma anche con un buon contenuto sociale (difesa dell’occupazione ecc.).

Ci starà anche Renzi, se nessuno lo rigetterà con sdegno. E comunque, a fare da stampella a questo tentativo arriverebbero – seppure non proprio volentieri – Berlusconi e forse parti singole della Lega, quelle più “civili” e industriali. Non volentieri, perché aiuterebbero la sopravvivenza dell’attuale maggioranza, o meglio dei suoi resti. E perché questo provocherebbe quasi sicuramente una spaccatura profonda con Giorgia Meloni e con l’area movimentista del partito di Salvini.

Ma, d’altra parte, come può fare Berlusconi, o Giorgetti, a dire di no a Draghi? Assolombarda e la loro base economica industriale brianzola se li mangerebbero vivi.

Se però il tardi-redivivo Zingaretti non riesce a convincere i 5 Stelle a stare sulla barca, in modo ampio, il problema politico sarà tutto suo e del PD. Si troverà allora a dover per forza sostenere un governo con larga base parlamentare di Forza Italia e Leghista. Perché Berlusconi e Giorgetti (non si sa Salvini) non saranno così stolti da perdere l’occasione di “fare proprio” il governo Draghi.

Potrebbe non essere ostile – con qualche distinguo e foglia di fico – persino la Meloni, con un programma che volgerebbe più all’abolizione delle cartelle esattoriali, all’alleggerimento fiscale – sempre in salsa anticovid, si capisce –: temi cari alla destra italiana e non impossibili da digerire per il Draghi ex di Goldman Sachs. Quanto sarebbe allora difficile per Zingaretti – e ancor più per Leu – digerire la parte dei “responsabili”… E quante tensioni nei partiti di sinistra e nelle loro tante anime!

Draghi, come detto, è un pragmatico, ed è pronto all’una e all’altra maggioranza, all’una e all’altra sfumatura. Tanto più che Mattarella, di fatto, l’ha autorizzato a fare tutto, pur di evitare “impossibili” elezioni. Ora bisogna vedere se quello spirito manovriero di agosto 2019, quel “colpo di genio” che seppe tagliare fuori dal potere il centro-destra (sostanzialmente vincitore delle elezioni 2018) aleggia ancora dalle parti di Zingaretti, Di Maio e compagnia. Se prevarrà o no – ad esempio – l’astio verso il Renzi “killer” di governi.

Ci sono voci autorevoli che – forse sopravvalutandolo – lo accreditano di avere preparato tutto questo copione al millimetro, compreso l’esito finale su Draghi, in accordo sotterraneo col centrodestra e coi poteri forti del Paese. Classico esempio di favola che – se troppo ripetuta – finirà per avverarsi.

Lo scacchiere politico sarà sconvolto?

Ciò che appare certo, o almeno probabile, è che – dovunque sboccherà il tentativo di Draghi – lo scacchiere politico italiano ne sarà sconvolto. O, quanto meno, potrà riassestarsi in modo significativo. Draghi non sarà solo un Monti, un governante tecnico per una fase critica. Sarà uno che potrà aprire davvero una diversa stagione politica. Per molte forze politiche, i prossimi due anni saranno una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Un costante fare i conti con se stessi. Soprattutto una lotta per la non spaccatura.

Draghi, infatti, attirerà a sé come una calamita le ali “governiste” di PD, M5S e Lega. E respingerà le ali ideologiche, movimentiste e populiste. Attorno a Draghi potrebbero reintegrarsi realtà, aree economiche, forze sociali, che forse nemmeno ancora sappiamo fino in fondo mappare o immaginare. Ci sarà anche un forte cambiamento del clima e del linguaggio politico: perché Draghi non usa e non userà mai Twitter e Facebook. Che invece erano pane quotidiano di Conte e Casalino. Una differenza quasi antropologica.

Ora, se il tentativo di Draghi nascerà, e comunque si configurerà la sua maggioranza, tanti, in tutti i partiti, seguiranno questa nuova “antropologia” e saranno tentati di riaggregare i “civili”, i “riformisti”, gli “istituzionali”, contro gli “urlatori”, i “populisti”, i “leoni da tastiera”. Vecchi nemici potranno riavvicinarsi e steccati storici spostarsi.

Vedremo se questa fase genererà riassetti politici effettivi e duraturi. E maggioranze significative. Solo in questo caso da Draghi possiamo attenderci – oltre alla gestione dell’emergenza sanitaria e dei recovery funds – anche riforme di maggiore respiro, di cui il Paese ha bisogno come l’aria.

Oppure, i partiti attuali assorbiranno questa fase come spugne e cercheranno di sopravvivere anche a Draghi, a consumare lui e i suoi ministri tecnici, in attesa di tempi migliori e della ripresa del “gioco di ruolo” delle correnti e delle poltrone?

Il monumentale scenario drammatico della crisi è sempre lì, non è cambiato. Draghi è l’attore finale, la risorsa estrema della Repubblica, l’ultimo che può calcarlo a Costituzione materiale invariata. Come un antico dittatore repubblicano, un Cincinnato, ha il compito di restituire il potere, entro due anni, alla normalità costituzionale, ai comizi, alle elezioni, a un nuovo Presidente della Repubblica di qualità e di garanzia per tutti. Ma è un tentativo estremo, da commissario della Repubblica.

Altrimenti, oltre lo scenario drammatico, adesso, per chi sa leggere la storia, si inizia anche a intravedere il baratro.

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Un commento

  1. Claudio Bottazzi 4 febbraio 2021

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