Il tunnel e la collina

di:

ben gvir

L’esordio

Sul far del mattino di martedì 3 gennaio 2023, Itamar Ben-Gvir, neoministro della Sicurezza Nazionale israeliana, cammina sulla Spianata delle Moschee, all’interno della città vecchia di Gerusalemme, al fianco di un rabbino ortodosso con tanto di barba e cappello. Stazza corpulenta, faccione rubicondo e ben pasciuto, incedere spavaldo: la fisiognomica non è tutto, ma a volte può essere eloquente, e che le intenzioni di Ben-Gvir siano tutt’altro che pacifiche non è solo la sua nutrita scorta di agenti di sicurezza a dichiararlo.

Un paio di giorni dopo il ministro, con l’immancabile kippah calcata sulla testa, si reca in visita alla prigione di Nafha, per prendere visione delle nuove ali del carcere. E subito si premura di postillare la visita con un sintetico Tweet:

«Ieri ho visitato la prigione di Nafha dopo la costruzione di nuove celle, per assicurarmi che coloro che hanno ucciso ebrei non ricevessero condizioni migliori di quelle esistenti. Continuerò ad affrontare le condizioni di detenzione dei prigionieri di sicurezza, mirando nel contempo a fermare la politica in vigore fino ad ora e ad approvare la legge sulla pena di morte per i terroristi».

Fatti, non parole: domenica 8 gennaio il Servizio penitenziario israeliano provvede a trasferire nel carcere di Nafha una quarantina di prigionieri palestinesi tenuti in isolamento in diverse prigioni del paese. Altri se ne aspettano nei giorni successivi.

Intanto, in contrappunto e neanche troppo timidamente, iniziano a salire le voci di protesta contro la coalizione che ha dato vita al sesto esecutivo di Netanyahu. Nella laica Tel Aviv, tra striscioni contro il «Crime Minister» e sventolio di bandiere palestinesi, nasce un nuovo partito ebreo e arabo, guidato dall’ex presidente della Knesset, Avraham Burg, e dal palestinese Faisal Azaiza, preside di facoltà ad Haifa.

Il progetto aveva iniziato a prendere forma già quattro anni fa, dopo l’approvazione della «legge della nazione» del 2018, quando Israele, definendosi «stato nazione del popolo ebraico», aveva anche per via di legge sancito quello che fin dalla nascita dello stato di Israele, nel 1948, si era proposto come dato di realtà, ovvero la condizione di non uguaglianza tra cittadini israeliani ebrei e cittadini israeliani arabi. Non per altro, Gideon Levy ha definito «sincera» questa legge, che ha detto la verità su Israele, mettendo fine alla farsa di uno stato israeliano «ebraico e democratico»:

«Se lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica».[1]

L’opposizione va di contrappunto, ma l’estrema destra suona le fanfare: troppe bandiere palestinesi erano state sventolate a Tel Aviv durante la manifestazione di sabato 7 gennaio, e dunque domenica si provvede senza mezze misure alla loro messa al bando.

Itamar Ben-Gvir: chi era costui?

Ben-Gvir non è un improvvisatore: avanza con metodo e determinazione, è evidente. Sulla soglia dei cinquant’anni, può ben dire di aver già fatto qualcosa nella vita. Intanto, prima che ministro della Sicurezza nazionale, è il leader del partito di estrema destra Otzma Yehudi (Potere ebraico), che raccoglie l’eredità del Kach, partito fondato nel 1971 dal rabbino statunitense Meir Kahane, noto per sue tesi razziste e antiarabe, sostenitore dell’uso della violenza per contrastare le richieste dei palestinesi, favorevole all’espulsione da Israele dei cittadini non ebrei e alla dichiarazione di illegalità del matrimonio e dei rapporti sessuali tra ebrei e palestinesi.

Abbiamo tutti negli occhi la fotografia che suggellava la firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993, con le braccia di un giovane e sorridente Bill Clinton aperte ad incoraggiare e sostenere la stretta di mano di Yitzhak Rabin e Yasser Arafat. Troppo ingenuamente, forse, avevamo allora sperato che davvero la pace fosse possibile nella terra d’Israele.

Ma la parola “pace” non sempre riscuote simpatie. Qualche mese dopo gli accordi di Oslo, nel febbraio del 1994, Baruch Goldstein, fedele discepolo di Kahane, compì un massacro nella moschea della Tomba dei Patriarchi, ad Hebron, in Cisgiordania, uccidendo ventinove palestinesi e ferendone più di cento. Per contrastare l’avanzata dell’estremismo antiarabo, che rischiava di vanificare il progresso del processo di pace, il governo israeliano dichiarò l’illegalità del Kach ed espulse il suo fondatore Kahane dalla Knesset.

Piccola nota a margine: fino a non molto tempo fa, il nostro Ben-Gvir teneva ben esposto nel salotto di casa il ritratto dell’«eroe» Goldstein. Qualcuno gli deve aver poi suggerito che, se voleva diventare ministro, per un po’ di tempo almeno sarebbe stato opportuno non lasciarlo troppo in vista.

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Ora, in quegli anni Novanta così ricchi di speranze per gli illusi della pace e della non-violenza, il giovane Ben-Gvir andava coltivando tutt’altre idealità. Si racconta che il ragazzotto, brandendo lo stemma strappato alla Cadillac del premier Yitzhak Rabin, si fosse fatto riprendere mentre gridava minacciosamente: «Siamo arrivati alla sua macchina, arriveremo anche a lui!»[2]

Quindici giorni dopo, la sera del 4 novembre 1995, Rabin veniva assassinato a Tel Aviv con due colpi di pistola sparati a tradimento da un estremista di destra, nascosto tra la folla. Pochi mesi ancora e Netanyahu venne eletto primo Ministro. Era il giugno 1996, e per il processo di pace, avviato solo da una manciata di anni fra tante incertezze e con tanta trepidazione, iniziava la fatale, inesorabile, china discendente.

Il tunnel sotto la collina

In questo gennaio di inizio 2023, mentre la «democratura» di destra, estrema e non, fa risuonare le sue fanfare razziste e nazionaliste[3], la nascita di un partito unitario ebreo e arabo sembra poter accogliere la sfida di far risuonare ancora, in terra d’Israele, la parola “pace”.

Un sogno, forse un’utopia, chissà. Ma a questo sogno già in diversi hanno cominciato a rivolgere lo sguardo, iniziando a coltivare l’idea di uno Stato unico, binazionale – il progetto di uno Stato di ebrei e palestinesi che, in completa uguaglianza, riescano a superare la violenza del razzismo sionista e dell’apartheid.[4]

Uno dei primi intellettuali israeliani che ha con lucidità analizzato e affermato il fallimento della soluzione dei Due Stati, è stato Abraham B. Yehoshua, il grande romanziere scomparso a ottantacinque anni lo scorso giugno 2022. Intervenuto al Festivaletteratura di Mantova nel 2019 per presentare il suo ultimo romanzo, Il tunnel, Yehoshua propose una interessante lettura delle lacerazioni profonde della storia d’Israele.

Il tunnel è tante cose: è il romanzo di un amore coniugale che sfida il tempo e la malattia; è una meditazione sulla vita, sulla vecchiaia, sulla morte; è una riflessione sui legami che si possono intrecciare fra generazioni e vite diverse. Ma è, anche e soprattutto, una storia di speranza.

Smarcandosi da una scontata apologia della memoria, che troppo spesso, facendo del passato una zavorra insostenibile, rischia di trasformarsi in ossessione, Yehoshua rifletteva, davanti al pubblico mantovano, sull’importanza del dimenticare. Dimenticare. Abbandonare i fantasmi dietro le spalle, alleggerire la vita, immaginare, disegnare e intraprendere nuove soluzioni.

Il protagonista del romanzo, Zvi Luria, un anziano ingegnere in pensione, divenuto consulente per la progettazione di una strada nel Cratere Ramon nel Deserto del Negev, il più grande parco nazionale israeliano, anziché utilizzare enormi bulldozer per spianare la collina che intralcia la direttrice stradale che ha progettato, decide di traforarla con un tunnel, così da salvaguardare un piccolo insediamento abitato da palestinesi che si trova sulla sua sommità.

Pur non essendo nato come romanzo politico, Il tunnel consegna ai lettori una preziosa metafora: il tunnel scavato sotto la collina è, infatti, simbolo della possibilità di collegamento tra luoghi, situazioni, persone, apparentemente impossibilitati a comunicare fra loro, se non a prezzo di operazioni violente e della distruzione reciproca. Il tunnel può fare paura. Ma proprio in fondo al tunnel può aprirsi la possibilità di un incontro. Anche perché, chi ha detto che ebrei e palestinesi siano così diversi e lontani fra loro?

«Da giovane, nei primi tempi del sionismo, Ben Zvi e il suo caro amico ben Gurion ritenevano che i fallah  –  i contadini arabi – e i beduini fossero discendenti di ebrei che non se n’erano mai andati da qui, anche se, col tempo, erano stati costretti a convertirsi a un’altra religione».[5]

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[1] https://www.internazionale.it/opinione/gideon-levy/2018/07/19/israele-legge-nazione

[2] https://www.haaretz.com/israel-news/2016-01-04/ty-article/.premium/jewish-terrorisms-star-lawyer/0000017f-eda1-da6f-a77f-fdaff1f00000

[3] https://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/2023/01/07/israele-palestina-in-cammino-verso-lapartheid/

[4] https://pagineesteri.it/2021/07/06/primo-piano/israele-avraham-burg-stato-unico-per-ebrei-e-palestinesi/

[5] Abraham B. Yehoshua, Il tunnel, traduzione di Alessandra Shomroni, Einaudi 2018, p. 80.

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