Italia-Europa: il punto di non ritorno

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La crisi di governo innescata dal leader del M5stelle Giuseppe Conte va ben oltre le instabili vicende del paese e di una politica italiana che vive da anni sull’orlo dell’implosione. Stante la congiuntura attuale, con Macron dimezzato dalla mancanza di una maggioranza parlamentare, da un lato, e Scholz che mostra la sua inconsistenza relegando la locomotiva tedesca a semplice comprimario delle politiche europee, dall’altro, Draghi rappresenta l’ultimo punto fermo della migliore tradizione europeista e di una realizzazione politica dell’Unione Europea: radicata nell’affermazione dello stato di diritto e di un atlantismo non subalterno agli Stati Uniti. Davanti a questa situazione, diventa necessario, prima del passaggio parlamentare di mercoledì, un intervento deciso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: non solo per ridestare un uso minimale della ragione da parte dei partiti italiani, ma anche per ridefinire il quadro del mandato a Draghi nel senso di un suo ampliamento europeista e geopolitico internazionale − davanti al quale il Presidente del consiglio non potrebbe sottrarsi per coerenza con i propri convincimenti più profondi e con la sua biografia istituzionale.

Le dimissioni di Mario Draghi da primo ministro italiano, che saranno presentate ufficialmente mercoledì prossimo, potrebbero innescare una catena di eventi che vanno ben oltre i confini italiani. Potrebbero coinvolgere l’intero continente e dare alla Russia una vittoria politica di cui ha bisogno, che finora le è sfuggita sui campi di battaglia dell’Ucraina.

Se cade il governo Draghi

Uno scenario potrebbe essere il seguente. Mercoledì 20 luglio, giorno 1, cade il governo di Mario Draghi.

Il giorno 2, solo poche ore dopo, lo spread tra le obbligazioni italiane e quelle tedesche inizia a salire e raggiunge presto quota 600. Le quotazioni azionarie di alcune grandi aziende vengono sospese per paura di un eccesso di vendite, come già accaduto nel 2011.

Il terzo giorno, contemporaneamente all’impennata dello spread, l’Italia non riesce a pagare gli interessi sul suo debito e quindi lo Stato non riesce a pagare stipendi e pensioni.

Il giorno 4, il presidente russo Vladimir Putin esulta perché il suo obiettivo primario nell’invasione dell’Ucraina – ossia destabilizzare l’Europa − si realizza con il fallimento dell’Italia.

Il giorno 5, Polonia, Finlandia, Paesi baltici e Romania, che si sentono ancora più minacciati dal successo della Russia in Italia, entrano in guerra contro la Russia. Il conflitto diventa paneuropeo, con molti stati indecisi sul da farsi.

Il giorno 6, in Italia c’è praticamente una guerra civile e nemmeno le forze dell’ordine rispondono agli ordini.

È una prospettiva impossibile? No, è probabile. E chi ci guadagna è Putin. Oggi non riesce a vincere la battaglia in Ucraina e sta cercando di aprire altri fronti per alleggerire la pressione.

Dal suo punto di vista, l’Occidente è ora estremamente debole. Nel Regno Unito, Boris Johnson, grande sostenitore dell’Ucraina, si è dimesso. Negli Stati Uniti, Joseph Biden ha il tasso di approvazione più basso di qualsiasi presidente in carica dal 1950. In Francia, Emmanuel Macron è stato messo in ginocchio da una maggioranza parlamentare ostile. La Germania è in uno stato di totale confusione. Se l’Italia cade nel caos, molte cose andranno male e Putin potrà rivendicare la vittoria, nonostante quello che accadrà a Kiev.

C’è pochissimo tempo per disinnescare questa sequenza di eventi e ci sono solo tre possibilità.

La gomena e la cruna dell’ago

La prima è che la crisi iniziata dal leader del M5s Giuseppe Conte svanisca come d’incanto. Conte dice sostanzialmente: «Stavo scherzando», e la vicenda si chiude fino alla scadenza del Parlamento all’inizio del prossimo anno.

La seconda è che ci sia un secondo governo Draghi, senza Conte e con una diversa maggioranza di parlamentari responsabili che vogliono evitare la discesa del paese nel caos. Questo gruppo governa fino alla scadenza del Parlamento.

La terza possibilità è che non si riesca a formare un governo. Allora il Presidente Sergio Mattarella dovrebbe garantire due cose: che Draghi guidi l’esecutivo con certezza fino al voto e che il prossimo esecutivo sia di solidarietà nazionale. Cioè che sbarri la strada alle forze eversive pro-Putin che cercano di creare scompiglio in Italia.

La realizzazione delle tre opzioni è sempre più difficile anche perché avverrebbe in un clima avvelenato. Conte e i suoi alleati stanno già cercando di evitare la responsabilità del pasticcio che stanno creando, sostenendo che Draghi vuole dimettersi per sottrarsi ai suoi doveri.

In effetti, l’attuale crisi di governo accade all’ombra di evidenti tentativi eversivi. Infatti, proprio su queste pagine abbiamo delineato le coordinate della situazione prima che il tutto deflagrasse (cf. qui).

Il governo russo, venerdì scorso, ha dichiarato di non sperare nella stabilità dell’Italia, ma che Roma prenda le distanze dagli Stati Uniti, lanciando di fatto un segnale di allarme agli italiani, agli ucraini e al mondo intero, mettendo in mostra le capacità di Mosca.

Gli italiani devono capire la situazione e scegliere da che parte stare.

La sirena di Putin

D’altra parte, con questo tentativo di golpe postmoderno, Putin ha alzato il livello del confronto e cambiato le regole del gioco. I margini di compromesso in Ucraina si sono assottigliati.

La posta in gioco diventa quindi porre fine alla guerra in Ucraina il prima possibile con ogni mezzo, per evitare di allargare il conflitto all’Europa occidentale. Oppure si combatterà non solo sulle rive del Dnepr, ma anche su quelle del Tevere.

Infine, la Cina segue da vicino l’evoluzione degli eventi in Ucraina e in Europa. Infatti, un successo russo a Roma potrebbe rafforzare gli integralisti di Pechino, con rischiose ricadute in Asia e nel resto del mondo.

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