Italiano, cattolico e americano

di: Massimo Faggioli

Sono un immigrato che ha raggiunto l’America nell’estate 2008, a distanza di qualche anno dalla mia prima visita negli USA nella primavera del 2004. Mi è stato concesso un visto H1B[1] – il tipo di visto nel mirino del presidente Trump durante la sua campagna elettorale. Il mio passaporto riportava molti visti di paesi del Medio Oriente, compresi Siria, Egitto e Algeria, ma al Consolato USA di Firenze non mi hanno fatto molte domande: si era ancora sotto la presidenza G.W. Bush. Io e mia moglie abbiamo atteso un paio d’anni prima di ottenere la green card: non c’era fretta sotto il presidente Obama. Ma negli ultimi giorni, alcuni amici americani mi hanno sollecitato a richiedere la cittadinanza, vista la nuova amministrazione.

Credo e spero si sbaglino. Ma non v’è dubbio che l’ascesa di Trump mi abbia reso consapevole del mio privilegio: in quanto immigrato accademico, dall’Europa, bianco e approdato in America per ragioni professionali, senza la pressione della guerra nel mio paese. Venire in America non è stata una decisione facile, ma, una volta qui, l’iter legale ha reso il passaggio lungo, pieno di carte, ma libero dalla paura di subire un trattamento arbitrario. Questi ultimi otto anni hanno fatto di me un americano a un livello che non potevo immaginare otto anni fa. Queste ultime otto settimane hanno cambiato qualcosa nel mio essere americano. Questa settimana mi ha dato una nuova percezione del paese che avevo scelto come mia seconda – e spero ultima – patria, e ha mutato la percezione del mio ruolo e della mia posizione nel paese.

percezione della mia nuova Chiesa

Cambia il paese, cambia la Chiesa

L’avvio della presidenza Trump ha cambiato anche la percezione della mia nuova Chiesa, la Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Ho trascorso l’ultimo mese della transizione da Obama a Trump in Italia, ricongiungendomi alla mia prima Chiesa, la Chiesa cattolica in Italia. È accaduto inoltre che nel gennaio 2017 io fossi a Roma ed è stata un’emozione strana: la conferenza alla quale dovevo intervenire era stata programmata per quel giorno, ma ho accolto come un segno della provvidenza trovarmi geograficamente distante dagli USA per vedere davvero cosa stava accadendo là. Ci sono alcune cose che non rimpiango particolarmente della Chiesa italiana: le liturgie spesso sciatte e le brutte omelie, il ruolo cronicamente marginale dei teologi laici e donne, l’anzianità della popolazione cattolica. In realtà, la mia esperienza americana mi ha aperto gli occhi sui molti problemi della Chiesa italiana e su alcune recenti malattie che pensavo non la riguardassero: tradizionalismo liturgico, settarismo, svolta politico-ideologica di alcuni vescovi. È anche questo parte del cattolicesimo italiano d’oggi, parte dell’immagine in qualche modo differente della Chiesa nella quale sono cresciuto tra gli anni ’70 e ’90.

Vivo negli Stati Uniti dal 2008, e il fatto che Trump stia cambiando la mia percezione della Chiesa cattolica negli USA sta modificando la lettura della mia vocazione di teologo cattolico nello svolgere il mio compito a servizio dell’accademia, ma anche della Chiesa e della società. Tutto ciò mi porta a rivedere la mia esperienza di italiano, americano e cattolico. Avevo 37 anni quando ho lasciato la mia Chiesa e il mio ambiente accademico e ho subito avviato un processo di mediazione culturale e spirituale tra i miei due cattolicesimi: italiano e americano. Questa mediazione ha arricchito entrambe le facce del mio cattolicesimo: ho riconsiderato la sua storia e i suoi miti, ho apprezzato le differenze nello stile liturgico e nell’immaginario, ho comparato le due culture politiche e le visioni del mondo. In quanto teologo cattolico mi sono sentito davvero cittadino di due mondi e due Chiese e – molto più importante – voglio che la mia famiglia e i miei figli siano cittadini di due mondi e cattolici di due Chiese. Tecnicamente non è più facile di prima: sarà difficile mantenere del tutto separati i due mondi. L’esperienza della migrazione interagisce oggi con la tua cittadinanza nel mondo virtuale dei social media. Una volta i migranti cattolici ricomponevano il loro cattolicesimo in forma nuova nel loro nuovo paese; ora, grazie ai social media, è possibile conservare il proprio cattolicesimo delle origini o ricrearlo in un mondo distinto e virtuale. Mi domando come l’esperienza dei cattolici italiani tra la fine del XIX e la metà del XX secolo, magistralmente descritta da Roberto Orsi in The Madonna of the 115th Street, sarebbe stata differente se avessero avuto contatto facile e permanente, via Skype o Twitter o Facebook, con le loro parrocchie e i loro correligionari nel Sud Italia.

Emigrare ha molto a che fare con le aspettative. Nel caso di un migrante cattolico impegnato nella sua Chiesa ha a che fare anche con ciò che si aspetta dalla sua Chiesa e ciò che la sua Chiesa si aspetta da lui. Parte del fascino che nutrivo verso il cattolicesimo americano era dovuto al suo contributo alla libertà: dal cattolicesimo di una minoranza di seconda classe è nata l’autocoscienza politica e religiosa dell’America; il contributo della teologia americana e dell’esperienza americana allo sviluppo dell’idea cattolica di libertà maturata nel Vaticano II; la testimonianza profetica di alcune figure chiave del cattolicesimo americano del XX secolo.

I cattolici e Trump

Questa storia sta cambiando. Ironicamente, per alcuni cattolici pro-Trump, la “discontinuità” con il passato è intrinsecamente cattiva. Ma in qualche modo amano Trump e le sue rotture. Ci sono cose che Trump dice dell’America, ma anche cose che Trump dice del cattolicesimo americano: non solo perché molti cattolici lo hanno votato, ma per quello che i cattolici hanno fatto (e non hanno fatto) dopo la sua elezione. Fino all’anno scorso, prima di vedere molti cattolici (vescovi compresi) capitolare all’idolatria del “trumpismo”, ero solito dire che il mio cattolicesimo era il miglior vaccino contro quell’“americanismo” che non volevo fosse parte della mia esperienza americana: darwinismo sociale, consumismo quasi religioso, fascino della violenza. Ora non sono così sicuro che quel vaccino cattolico sia ancora efficace qui in America.

Ciò che mi incuriosisce come accademico (e mi terrorizza come cattolico) è l’estensione della mutazione genetica in alcuni comparti cattolici USA, una mutazione che l’ascesa di Trump ha reso fenotipicamente visibile. La reazione all’“effetto Francesco” non può essere disgiunta dal mutamento interno al cattolicesimo USA iniziato anni e decenni prima del 13 marzo 2013, giorno dell’elezione di Francesco. È la mutazione genetica che consente a un prelato di rango dell’episcopato USA di ignorare, da un punto di vista strettamente cattolico, quanto è in contrasto con Trump, solo per spingere (quasi provocare) l’Università di Notre Dame (che domenica ha preso una posizione chiara per voce del suo presidente) a tributare onore al presidente Trump. Ho studiato i vescovi e le loro biografie per vent’anni, e non mi sarei mai aspettato di vedere quel che ho visto, negli Stati Uniti d’America e nella Chiesa degli Stati Uniti.

Sto tenendo in questo semestre un corso sul cattolicesimo americano: è un corso che amo, perché mi ha giovato negli ultimi anni come iniziazione alla mia Chiesa. Quest’anno non posso però garantire che alla fine del corso la parabola del rapporto tra cattolici e libertà americana sia la stessa dei corsi tenuti in passato: la traiettoria (che è teologica, ma a questo punto dobbiamo riconoscere anche ingenuamente teologica) lungo la quale i cattolici americano hanno imparato dalla democrazia e hanno contribuito a modellare non solo la democrazia americana, ma anche la dottrina cattolica sulla libertà religiosa e il valore della struttura costituzionale. Si tratta del contributo non soltanto di John Courtney Murray, ma anche di Dorothy Day, Thomas Merton, dei fratelli Berrigan e, sì, anche di John F. Kennedy. Ora devo aggiungere altri nomi a questo pantheon, per fedeltà a quanto è accaduto a questa Chiesa in questi ultimi anni.

Il contributo dei cattolici alla libertà

Il problema è che ho dato per scontato l’impegno della grande maggioranza dei cattolici americano per alcune cose come democrazia, libertà religiosa (per i cattolici e i non cattolici), visione non isolazionista del mondo. Forse ora è il momento di riconsiderare i parametri di questa parabola storica. Dobbiamo prendere atto che la cultura politica del cattolicesimo americano è uno dei problemi della democrazia americana oggi. È stato rassicurante, negli ultimi mesi, vedere l’Associazione dei collegi e università cattolici dare supporto agli studenti delle sue scuole protetti legalmente dal DACA[2] e, negli ultimi giorni, la dichiarazione del presidente del Comitato per l’immigrazione della Conferenza episcopale USA, del card. Joseph Tobin e del card. Blase Cupich.

Ma queste dichiarazioni contro disposizioni esecutive dal chiaro intento anti musulmano hanno cozzato contro il silenzio di molti altri esponenti della gerarchia cattolica USA – in particolare coloro che si sono spesi negli ultimi anni ad accusare il presidente Obama di limitare la libertà religiosa. È oggi evidente che una parte significativa del cattolicesimo americano – compresa la conferenza episcopale – non è consapevole di quanto sta accadendo all’America sotto Trump, o non ha sentore di quello che i cattolici dovrebbero dire e fare, sulla base non solo delle esigenze del Vangelo di Gesù, ma anche della storia peculiare della Chiesa dell’immigrazione e del fatto che questa Chiesa è parte della Chiesa cattolica universale. Certamente papa Francesco nutre aspettative verso i cattolici americani, e sarà interessante vedere come il ruolo del cattolicesimo americano e del papato cambieranno sotto Trump.

Non ho in programma né sogno di tornare in Italia o in Europa. Questa è la mia Chiesa. La mia esperienza monastica mia ha insegnato, fra le altre cose, il valore della stabilitas, stabilità geografica e spirituale. Ma nella Chiesa cattolica USA è diventato chiaro, soprattutto nelle ultime settimane, chi vuole parlare di e a Trump e chi no. Sono certo che vi erano molti cattolici a protestare negli aeroporti contro la disposizione esecutiva che molti esperti legali ritengono incostituzionale e illegittima. (Sono certo vi fossero anche molti cattolici che hanno lasciato la Chiesa cattolica negli anni recenti). Ma mi sento impegnato verso una Chiesa che potrebbe non essere la stessa di quella che ho studiato nei decenni precedenti, leggendo una bibliografia (e in parte una mitografia) sulla Chiesa cattolica americana fino al primo periodo post Vaticano II. È una sfida nello stesso tempo spirituale, emotiva e intellettuale – che tu abbia la green card o il passaporto blu.

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Nostra traduzione di un articolo pubblicato su Commonweal il 29 gennaio 2017.


[1] Visto che consente a lavoratori stranieri di venire assunti da datori di lavoro USA in occupazioni specifiche.
[2] Programma di politica migratoria avviato dall’amministrazione Obama nel 2012 che prevede il differimento di due anni dell’espulsione per chi, privo di permesso di soggiorno, fosse entrato nel paese da minorenne [ndt].

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