Con la Cina dialogo a tutti i costi

di: Francesco Sisci e Francesco Strazzari

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate nel mondo le voci critiche sulla conclusione di un accordo tra Santa Sede e Cina per una qualche forma di normalizzazione dei rapporti. I critici hanno messo in luce i tanti problemi della Chiesa in Cina, la persecuzione e le difficoltà di cristiani e non nel paese, la crescente mancanza di diritti umani e di libertà sotto il presidente Xi Jinping.

Infine, è arrivata anche la notizia, confusa e portatrice di confusione, di un prete, probabilmente già sospeso a divinis, che si sarebbe autoproclamato vescovo senza l’autorizzazione del papa e contro il proprio vescovo. Questa notizia, di per sé molto vaga, è stata ulteriormente gonfiata e tirata da ogni parte e a molti ha fatto pensare che effettivamente ci sia la possibilità di uno scisma nella Chiesa cinese e che questo possa essere un pericoloso inizio che danneggerebbe tutta la Chiesa.

Altri – e noi siamo tra costoro – mostrano seri dubbi sulla credibilità di informazioni come queste e su queste pagine lo abbiamo scritto più volte. Ma non si tratta di contrapporre bianco e nero, perché ci sono anche tantissime sfumature di grigio nella complicata vita della Cina e della sua nuova fame di fede e di religione.

Obiettivo: normalizzare i rapporti

Ma tutte queste difficoltà e problemi della Cina e della Chiesa in Cina non dovrebbero dissuadere la Santa Sede dall’avere rapporti con Pechino. Al contrario, questi problemi, anche se veri e di fondamentale importanza, costituiscono il motivo per cui la Santa Sede deve avere rapporti sempre più stretti con Pechino e normalizzare i rapporti. Obiettivo della Chiesa non è infatti spartirsi i vescovi, tanti a te e tanti a me, come in una transazione commerciale, né è concordare l’altezza del campanile della Chiesa con quello del comune.

Obiettivo è di migliorare la vita della Chiesa e la vita dei cinesi e la Chiesa crede che questo obiettivo lo si possa raggiungere parlando, dialogando, sempre e comunque e con chiunque. Lo ribadiamo: proprio perché ci sono problemi in Cina la Santa Sede deve parlare e dialogare il più possibile e in ogni modo con il governo cinese. Se non ci fossero problemi, non ci sarebbe bisogno né di parlare né di dialogare. Pio XII voleva arrivare ad un concordato con l’Unione Sovietica di Stalin e fu Stalin a rifiutare, ma la Chiesa ha sempre cercato il dialogo con tutti.

Se ci sono problemi, infatti, questi non si potranno risolvere con la forza, mostrando i muscoli, o affermando il proprio potere (vero o presunto) o, peggio ancora, usando la violenza. La storia della Chiesa e la realtà di oggi dimostrano che l’uso della forza non è la soluzione ma l’origine dei mali, e la Santa Sede non crede assolutamente che le tante questioni della Cina e della Chiesa in Cina si possano risolvere battendo i pugni sul tavolo.

Del resto, ciò che ha portato oggi il governo cinese a voler migliorare i rapporti con la Chiesa sono tre elementi.

1) C’è stata l’umanità del non ancora cardinale Parolin e degli altri membri della delegazione vaticana nel parlare, nello stare insieme ai membri della delegazione cinese, e il loro essere prima preti che diplomatici di lunga esperienza.

2) C’è stata poi la misericordia del pastore, l’amore, l’attenzione e il rispetto dimostrato dal papa nei confronti di tutti i cinesi, credenti o meno, con l’intervista del 2 febbraio.

3) C’è stato, infine, il fatto, non sfuggito ai cinesi e ad un certo numero di diplomatici, del viaggio del papa in America nel 2015, e come anche gli USA, la superpotenza dura e non cattolica, si fosse sciolta di fronte alla potenza lieve del papa.

La Chiesa ha “convertito” la posizione dei governanti cinesi non snaturando la propria identità, ma rimanendo profondamente se stessa.

In termini cristiani, quello che ha convinto finora i cinesi è che la Chiesa sia riuscita a trovare una chiave per portare Cristo in Cina. In termini non cristiani, è stata la profonda umanità che sposta da sola montagne di ostacoli, come pensa una certa cultura buddista in Cina, o che fa trovare la strada naturale per scalare la montagna senza sforzi, questo è il Tao della cultura millenaria cinese. Tao significa “strada lieve per le montagne”. Non c’è una contraddizione fra tradizione cristiana autentica e la cultura cinese, non c’è uno scontro tra loro.

La lezione della storia

Lo spirito della Chiesa ha un’eco profondissima nell’anima e nella cultura cinese, ed è quell’anima che miracolosamente alla fine del 1500 Matteo Ricci e Paolo Xu Guanqi trovarono per parlare alla Cina.

Tanti, tantissimi problemi rimangono sul tavolo, siamo solo agli inizi, ma è bene intensificare i rapporti e moltiplicarli. C’è una commissione che si incontra con frequenza ormai, perché occorre andare avanti, prendere atto dei risultati raggiunti, scolpire ed erigere una prima pietra miliare, percorrere un primo miglio, sapendo che questo è solo l’inizio e che ce ne saranno tanti altri. L’accordo che si andrà a firmare, qualunque siano i suoi contenuti, non è il traguardo, il termine delle cose, ma il primo punto di un percorso che ci sia augura sempre più intenso e secolare.

Anche qui la storia ci aiuta a capire. Matteo Ricci morì a Pechino nel 1610 forse pensando di avere fallito la sua missione. Dopo di lui però vennero tanti altri gesuiti, mentre la dinastia Ming crollò nel 1640 sotto i colpi di una insurrezione popolare guidata da Li Zichen e da un mancato salvataggio dei mancesi. I gesuiti non smisero di lavorare con i Ming per vendersi ai mancesi, né restarono leali ai Ming contro i mancesi. I gesuiti lavorarono per il bene della Cina al di là di chi fosse l’imperatore. Non entrarono nella lotta di potere della corte cinese, pur essendone parte con i gesuiti Schall e Verbiest, per esempio.

La Chiesa si comporti da Chiesa

Oggi questo significa non essere per Xi o contro Xi, non è compito della Chiesa schierarsi in una lotta politica interna o internazionale a favore o contro l’attuale capo della Cina. Si tratta invece di fare il bene della Cina e della Chiesa in Cina e altrove, al di là dell’imperatore di turno. A cristiani e ai non cristiani la Chiesa porta Cristo. Oggi Xi e la sua classe dirigente, diversamente da Stalin e i suoi quasi un secolo fa, sono disposti ad accoglierlo, non riconoscendolo come Cristo ma come una realtà che comunque parla al loro progetto politico nel paese e nel mondo e che forse li raggiunge anche umanamente. Perché rifiutare? Perché allontanarsi? Non è da preti, non è così che si comporta la Chiesa.

Ci saranno problemi in futuro? Tantissimi. Molti hanno già cominciato a preoccuparsi del congresso dell’associazione patriottica cattolica che si dovrebbe tenere a Pechino entro fine anno. Giustamente ci si aspetta da lì decisioni che potrebbero non essere piacevoli. Ma questo è una ragione in più per porre una pietra miliare e parlare, dialogare, convincere. Fuori dal dialogo c’è la forza e c’è la guerra. Se Cristo, che la Chiesa ritiene Dio, avesse voluto fare una guerra e vincerla, l’avrebbe fatta; se non l’ha fatto e se si è sacrificato sulla croce, è per ricordarci ogni momento che la forza non è la soluzione. La soluzione è Cristo, la soluzione è l’umanità dell’altro.

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