E pensare che c’era la DC…

di: Marcello Neri

Si accumulano negli ultimi giorni le analisi e gli appelli che riguardano il cattolicesimo italiano; e la conseguente scollatura di una parte considerevole di esso rispetto alla chiara posizione di papa Francesco sull’atteggiamento evangelico della fede verso i profughi e i migranti.

Con le conseguenze che questo ha davanti a quanto accade quotidianamente nel Mediterraneo, da un lato, e alle «decisioni» politiche dell’attuale governo italiano, dall’altro. Ma, forse, sarebbe meglio dire davanti ai continui lanci mediatici da parte ministro degli Interni Salvini, che ha fagocitato in se stesso non solo un presidente del Consiglio mai veramente arrivato al mittente, e l’armata Brancaleone dei 5Stelle, ma anche il suo stesso partito – la Lega, che esiste oramai solo «in persona Salvini» (Berlusconi e Renzi dovrebbero comunque insegnare qualcosa, alla Lega s’intende).

Un inedito per il cattolicesimo italiano?

Da Massimo Faggioli a p. Bartolomeo Sorge (solo per fare due nomi che racchiudono l’arco del Concilio e del post-concilio), lo spettro di questi interventi si muove come se tutto d’un tratto fosse accaduto qualcosa di totalmente inedito in Italia e nel cattolicesimo di casa nostra.

Detta in estrema sintesi: da un lato, un papa che improvvisamente si è perso per via la maggioranza dei cattolici italiani; dall’altro, la prova del nove che o si è con Francesco in materia di migranti, accoglienza, e così via, o non si è di fatto cattolici (e non dovremmo mancare l’ironia legata al fatto che a invocare questa «fedeltà al papa» siano oggi i rappresentanti del cattolicesimo maturo e adulto di una volta).

Entrambe le posizioni mi sembrano inadeguate.

Le radici dell’adesione di una larga fetta dell’elettorato cattolico alle posizioni della Lega (razziste e illiberali), tenendo ben presente che questa fetta rappresenta comunque una minoranza del paese, affondano in un passato che non è per nulla recente. Dalla fine della Democrazia Cristiana a oggi è lentamente maturato il terreno che ha reso possibile una convivenza fra l’essere-cattolico e la politica interna della Lega.

Prima che Salvini fosse, noi eravamo già così

La Chiesa italiana ha compiuto il suo fatale errore non oggi, al tempo di Francesco, ma nel decennio seguente la caduta del Muro di Berlino (quando valeva ancora qualcosa). Dalla stolta cecità con cui ha impedito alla DC di diventare, in un qualche modo, la minoranza politica che si assumeva la leadership della riforma istituzionale del paese (basti qui pensare all’opera di delegittimazione messa in campo per ostacolare ogni tentativo riformista in un qualche modo legato alla tradizione del cattolicesimo democratico interno alla DC, da Segni a Prodi per intenderci); all’immoralità del patto stretto con Berlusconi in nome della salvaguardia di vantaggi maggioritari per una Chiesa italiana che diventava sempre meno incisiva nella vita reale del paese.

Così educati da tutta una generazione della gerarchia ecclesiastica, il passo verso Salvini appare oggi molto meno improbabile e meno scandaloso di quanto sembri. Certamente Francesco non ha nulla a che fare con questa prossimità fra cattolicesimo e Lega.

Solo che oggi Francesco ha tolto di mano al cattolicesimo italiano anche l’ultima foglia di fico dietro cui mascherare la sua incongruenza col Vangelo (che è stata, però, cosa legittima e legittimata per decenni prima di lui).

Ma è anche la prima volta da cinquant’anni a questa parte che l’essere-cattolici nella vita pubblica viene messo alla prova del Vangelo, e non di una qualche parola del magistero della Chiesa. Nessuno di noi era pronto a questa misura del cristianesimo, e ognuno di noi sta iniziando a balbettare a stento un qualche modo apparentemente giusto per cercare di corrisponderle.

Oggi vediamo di che pasta è fatta una parte considerevole del cattolicesimo italiano, grazie a un papa che non dissimula la condizione reale e non ha timore alcuno di andare avanti seguito solo da una piccola fetta di cattolicesimo italiano (e qui siamo alla minoranza della minoranza della minoranza, con buona pace di tutti). In fin dei conti, la Chiesa cattolica non finisce con l’Italia; anche se a lungo siamo vissuti, noi cattolici italiani, di questa simbiosi trasformata in dogma di fede.

Pochi e scalcagnati

Però, si badi bene, non si tratta dei «pochi ma buoni» vagheggiati da Benedetto XVI, dove la selezione si faceva sulla scala di un assenso intellettuale dato a un serie di affermazioni formali (i cosiddetti «valori non negoziabili», che hanno sancito il sicuramente poco casto connubio con la destra neoliberale nelle sue varie declinazioni europee e statunitensi).

I seguaci di Francesco sono sicuramente pochi anche loro, ma in più sono decisamente scalcagnati e di sicuro non sono apparecchiati molto bene. Tant’è che non si riesce a capire dove stiano: se sulla barca di Pietro (comunque fatta di pescatori puzzolenti), o su quella di una giovane donna con il viso segnato dal mare (comunque scaltra come un serpente).

Tutti un po’ smarriti, compresi i due equipaggi, quando il vescovo di Roma non ha nessun problema a riconoscere che si tratta, in fin dei conti, della medesima barca.

Accada quel che accada, il Vangelo starà sempre dalla parte degli ultimi, dei diseredati, delle vedove e degli orfani… e questo non se lo è inventato l’uomo venuto dall’altra parte del mondo per salire al soglio pontificio, ma un profeta errante ebreo vissuto duemila anni fa.

Ben sapendo che il «gruppo dei suoi» non la pensava affatto come lui; anzi, pensavano che fosse meglio dare quattro denari a ciascuno piuttosto che apparecchiare per tutta la folla; che il Regno di Dio sarebbe apparso come una sfolgorante vittoria e non certo come la più amara delle sconfitte che si possano incassare – e così via.

E li portò comunque con sé

Ma lui, testardo e stolto allo stesso tempo, se li è portati dietro lo stesso: non gli è mai venuto in mente di selezionarli in base al gradiente della loro adesione al suo insegnamento. Anzi, ha fatto la sua ultima cena proprio con loro, che l’avevamo già abbandonato da tempo nel loro cuore; ne ha cercato inutilmente la prossimità, nell’ora della sua tentazione più estrema; ha voluto loro bene, fino in fondo, proprio nella miseria del loro più evidente fallimento.

E tutto questo è stato scritto per noi. Oggi, sia chi naviga il mare sia chi chiude i porti deve fare i conti con lo scandalo che anche quelli che stanno dall’altra parte sono comunque «dei nostri». Piuttosto che insultarci gli uni con gli altri, facendo liste di proscrizione di quelli che non ci piacciono (perché non sono col papa o perché sono con il papa), sarebbe il caso di vedere se c’è una qualche possibilità di iniziare a parlare tra di noi.

Da quando è finita la DC non ne siamo stati più capaci. E questo dovrebbe dirci qualcosa.

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4 Commenti

  1. Erminio Burbello 16 luglio 2019
  2. Vito Romaniello 12 luglio 2019
  3. Renzo Salvi 9 luglio 2019
  4. Paolo Gamberini 9 luglio 2019

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