La fine della rappresentanza

di: Marcello Neri

Non essendo più in grado di dare forma alla società civile, la politica di cui attualmente disponiamo si limita ad assecondarla e mimarla assumendone i tratti di più facile commercializzazione e immediato guadagno. Insomma, ha mestamente messo da parte la sua ragion d’essere e la sua pretesa: quella di governare la convivenza dei molti. Senza neanche opporre un minimo di resistenza.

In queste condizioni, che sono quelle attuali, la politica non rappresenta più nulla – neanche i propri elettori. La fine del potere di rappresentanza, snodo centrale del sistema democratico, si è andata costruendo sul filo di un paradossale doppio movimento. Da un lato, la politica è diventata una corporazione a parte, intenta alla gestione dei rimasugli di un potere minimale. Dall’altro, per poter accedere a questo simulacro del potere, è entrata in una condizione simbiotica con le fibrillazioni che attraversano il corpo sociale contemporaneo.

La misura assoluta del sé

Dove impera l’individualismo spinto dei soggetti abbandonati a sé stessi nella configurazione della propria vicenda umana. Deprivati di ogni istanza maieutica che li introduca sapientemente ad essa. La funzionalizzazione delle istanze portanti della modernità al principio di godimento immediato e illimitato della propria individualità, a geometria variabile e senza un dovere che la trascenda e la ecceda, ne è uno degli indici maggiori.

I cittadini, fin dalla culla, sono stati ammaestrati all’introiezione della deregolazione di ogni forma relazionale, imparando fin dai primi giorni di vita ad usare i rapporti interumani come commercio teso a garantire la propria autorealizzazione e ad anestetizzare le proprie paure. Ogni economia della relazione che non corrisponde a tali criteri risulta essere, in partenza, irricevibile e genera fantasmi incontrollati della minaccia di cui l’altro, oramai completamente estraneo, è portatore.

In queste condizioni la politica non può essere altro che lo specchio narcisistico della massima rassomiglianza a sé stessi. Ogni distanza, ogni mediazione, appaiono essere semplicemente irricevibili. Bruciando così la dialettica fondamentale che distingue il privato, e i suoi interessi, e il pubblico, e il suo bene da condividere tra molti diversi tra loro.

L’assimilazione di questa proiezione di sé sullo spazio del vivere-insieme, in un rispecchiamento che non sopporta alcuno scarto, è la grande tentazione a cui la politica non ha saputo resistere, asservendosi a essa. Il criterio di uno spregiudicato utilizzo del sentire immediato e viscerale è diventata la chiave vincente per accedere, servilmente, al simulacro del potere. Ben sapendo di non esserne neanche dei pallidi rappresentanti.

L’insopportabilità dei processi democratici

Sopportiamo sempre meno democrazia, vivendo dell’illusione di un’immediata coincidenza tra le nostre tendenze e il capo che ce ne garantisce una realizzazione illimitata e senza fastidiosi ostacoli. Nel frattempo la storia umana ci sfugge di mano priva di ogni figura che sia all’altezza di organizzarne una qualche minima regia. Tutti in balìa di un profitto di cui non siamo i destinatari.

Questa è la situazione del nostro tempo, stupirsi dei fenomeni che abbiamo generato rivela più la nostra stoltezza che la capacità di gettare le basi per riedificare l’architettura complessiva del nostro vivere-insieme. Il fatto di non essersene accorti per tempo dice dell’illusione in cui ci siamo accoccolati per troppo tempo, immaginando che le nostre rappresentazioni fossero la realtà e il sentire comune di tutti. Così non è, con buona pace dei rappresentanti di un illuminismo evoluzionistico magicamente pensato come DNA intangibile della cittadinanza moderna.

La ricostruzione di una politica all’altezza della democrazia, dopo la fine dell’età moderna, va di pari passo con la coltivazione di una nuova sapienza civile che sappia traghettare il meglio delle istituzioni moderne in un contesto radicalmente trasformato rispetto a quello delle loro origini. La loro semplice permanenza nominale non genera per miracolo la qualità democratica del vivere-insieme. La parte di cittadini e cittadine che ancora a questa aspira non può semplicemente vivere dell’attesa che qualcosa magicamente accada.

Oltre il sentimento dell’irrilevanza

L’irrilevanza, in questo delicato tornante della nostra recente storia europea, non può essere semplicemente ascritta all’ambiente più o meno ostile, ma dipende dalle competenze e dalla passione civile che abbiamo saputo coltivare con sagacia.

La cura di quel che resta della democrazia, e la necessaria trasformazione istituzionale che richiede il suo traghettamento in nuovi contesti, coincide oggi con un’urgenza che una fede matura deve assumere come suo compito proprio. Né luogo di salvaguardia di antichi privilegi, né sogno di un impossibile ritorno a condizioni pre-moderne della socialità umana.

Piuttosto dovere verso l’umano e i legami che lo tengono in vita. In questo anche l’istituzione ecclesiale è messa alla prova di una rinnovata intelligenza evangelica della storia semplicemente umana.

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